Caserma di Piacenza, il carabiniere Montella alla Procura: “Sono colpevole, ma tutti sapevano”

“Allora, io ammetto tutto. Ne ho fatte cavolate dottore, però se mi devo prendere le colpe degli altri no! Dentro la caserma tutti sapevano, non potevi non sapere perché ci si stava dalla mattina alla sera insieme. Si finiva gli arresti e si andava a mangiare insieme, quindi tutti dovevano sapere … fino al comandante”.

Giuseppe Montella, il carabiniere ritenuto il capo della banda in divisa della caserma Levante di Piacenza ha vuotato il sacco. Da grande accusato, il militare 37enne di Pomigliano d’Arco, si è trasformato in grande accusatore. Lunedì 29 marzo, all’udienza con rito abbreviato, sono attese sue nuove dichiarazioni.

È quanto si legge in un articolo di Repubblica a cura di Alberto Custodero e Giuseppe Baldessarro.

Molte le accuse negate dal carabiniere e differenti versioni rispetto a quelle denunciate dagli informatori. Nell’interrogatorio non avrebbe negato alcune pratiche poco ortodosse, ma avrebbe smentito la sistematicità delle violenze. Lo scopo sarebbe stato quello di fare arresti. Ecco uno stralcio di quanto riporta Repubblica

 
L’interrogatorio


“Vi chiedo scusa, se ho omesso qualcosa che adesso vi dirò è per questo senso di fratellanza con i miei colleghi, perché tutto quello che si faceva la dentro tutti lo si sapeva. Cioè nella mia mente preferivo prendermi io le colpe per non scaricare i miei colleghi, però a questo punto penso che voi sapete tutto”. Comincia così la confessione.

“Tutti sapevano, compresi i superiori”

“Tutti lo sapevano – dice Montella con voce ferma – nel senso che non c’è nessuno che non lo sa a partire dall’ultimo fino al comandante, dalla testa ai piedi, tutti sapevamo che ogni tanto davamo una canna… qualcosa. Sapevano che quando si facevano arresti grossi si diceva, ‘teniamo due grammi, tre grammi da dare …'”. Gli altri militari arrestati lo accusano di essere lui l’unico responsabile di quanto accaduto e della gestione degli illeciti. Montella però non ci sta più a fare da capro espiatorio e replica: “Dottore io ho sentito dalle celle, non sono stupido, loro sono tutti e quattro vicini… ok? Io sono quello più messo da parte, loro si parlano tutti e quattro, vanno insieme a fare l’ora d’aria, li sento parlare, sento quello che dicono e lo so che mi hanno buttato tutta la merda a me. Ero un loro fratello, ma in carcere nessuno di loro mi ha mai chiesto ‘Giuseppe come stai?'”.

I confidenti della Levante

“Alla Levante si è sempre andati avanti con i confidenti …. in pratica con le persone che si arrestavano, che si fermavano, si cercava il modo di far nascere una collaborazione: a volte poteva nascere a volte non nasceva. Io avevo confidenti da quando stavo in via Beverona (al comando provinciale di Piacenza, prima del 2010, ndr). Sono sempre stato uno che riusciva ad acquisire delle notizie perché conosco molto Piacenza, quindi conosco molto la città, conosco dal più facoltoso all’ultimo spacciatore. Quando avevo una notizia (una soffiata, ndr) lo faceva presente a tutti, anche al comandante della stazione. Io gli dicevo, ‘Comandante, ho ricevuto questa notizia da Lyamani Hamza (uno spacciatore informatore, ndr), mi ha detto questo e questo, è possibile organizzare un servizio in borghese?’. Lui guardava le esigenze lavorative e diceva, ‘Domani sì’. A sua volta lui avvertiva il comandante di compagnia Bezzeccheri (Stefano, ndr) e il comandante di compagnia ci autorizzava a prendere la macchina (l’auto per i servizi in borghese, ndr)”.

Servizi mordi e fuggi che portavano a piccoli arresti, ma nessuna indagine

Il vertice provinciale dell’Arma, secondo la versione di Montella, impediva indagini strutturate. Il carabiniere racconta un episodio emblematico dopo un servizio di Striscia la notizia. “Quando è successo il fatto dei Giardini Margherita, noi lavoravamo ogni tanto, facevamo un servizio per pulire e liberare i giardini Margherita… è successo che arrivò Striscia che fece casino e il colonnello… all’epoca era Scattaretico (Corrado, ex comandante provinciale, indagato, ndr) alzò un polverone, disse, ‘qua questa situazione dev’essere risolta’. E incaricò il maggiore Bezzeccheri. Noi volevamo intraprendere un’attività investigativa, abbiamo chiesto a Bezzeccheri se si poteva mettere qualche tel… (intercettazione, ndr) cioè per dire.. farli così non è facile. Fare così ho detto… può portare qualche numero, ma non può portare a un’attività un po’ più sistematica”.

“Lui non ha mai voluto attività d’intercettazione, perché poi ci disse che le intercettazioni le stava già eseguendo Rivergaro (Un’altra stazione dei carabinieri di Piacenza, ndr), noi dovevamo fare quello che dovevamo fare. Alla Levante diceva che eravamo in pochi, non avevamo il personale per fare attività investigativa”.

I pestaggi e le violenze alla Levante

Montella racconta di schiaffi e botte, ma respinge l’accusa di pestaggi sistematici. Al procuratore Pradella, nell’interrogatorio del 2 ottobre 2020, ricostruisce alcuni episodi accaduti alla presenza ei colleghi.

“El Mehdi (un informatore) ci diede notizia che un ragazzo che frequenta le scuole a Piacenza spacciava comunque nei pressi della scuola e portava sempre con se lo stupefacente di tipo hashish. Si danno appuntamento al Mc Donald’s, nei pressi della stazione, questo ragazzo era in compagnia di un altro … di un altro ragazzo di cui ora non ricordo il nome. Li abbiamo presi dentro e gli abbiamo detto di uscire da locale perché li volevamo portare in caserma per perquisirli perché pensavamo che avevano stupefacente. Eravamo io Cappellano e Falanga. Uno ha negato di avere droga e a preso un paio di schiaffi da Cappellano”.

E aggiunge: “ha preso solo due schiaffi, io poi ero in ufficio con l’altro, se ne ha presi 3 o 4 da Salvo o Falanga, non glielo posso garantire, perché io ero a fare la perquisizione dell’altro ragazzo”. I due, secondo quanto accertato dall’inchiesta, furono spogliati, uno lasciato nudo nel cortile. Vessati e picchiati, da qui l’accusa di “tortura” che però il carabiniere nega, affermando: “erano stati spogliati per la perquisizione, ma solo in caserma”. Tra l’altro, “il cortile è in condivisione con i carabinieri della Forestale, fuori lo avrebbero potuto vedere”.



Un lunga serie di arresti che avrebbe portato ad un premio per l’attività svolta dalla Levante

Montella ricorda di una “segnalazione solenne, per il numero degli arresti effettuati”. In quell’occasione fummo “ricevuti da Scattaretico alla festa dell’Arma, io Semeraro, Cappellano, Falanga e Esposito… segnalati dal comandante di compagnia al comandante provinciale che decise chi premiare.

Il rapporto costi benefici conveniva a tutti spiega Repubblica: “I confidenti – racconta Montella – non avevano niente in cambio… in pratica la funzione … del confidente … perché poi lo capivi … Come Hamza, quando mi dava le notizie io sapevo perché mi dava la notizia, però non gliel’ho mai chiesto, perché in sé e per sé non mi interessava, in pratica quello ti dà la notizia per eliminare altre persone…. Persone con cui aveva debiti o aveva acquistato dello stupefacente …. Stupefacente non pagato. Io a volte gli davo da mangiare….”.

Qualche soldo, qualche grammo di droga e poco altro in cambio di numeri da vantare con i superiori. Poco importa, se come dicono due ex confidenti, erano pagati “con denaro che proveniva dall’attività investigativa, e quindi da perquisizione e con stupefacente su cui si faceva la cresta …”.

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