Carabiniere sparò al ladro, viene assolto. ​Ma l’Arma vuole cacciarlo

Immaginate la scena: un carabiniere rischia di essere investito da banditi che vogliono ucciderlo, tira fuori l’arma, esplode un colpo e subito finisce nel vortice di inchieste, visite mediche, sanzioni, processi. Vicenda già vista. Stavolta però il militare in questione viene assolto dalla magistratura, per aver utilizzato legittimamente la pistola. Bisognerebbe esultare, direte voi. E invece no: perché l’Arma sta pensando di togliergli uniforme e distintivo, in sostanza di licenziarlo. Nonostante l’assoluzione.

Non si tratta di una delle classiche barzellette sui carabinieri che si raccontano sotto l’ombrellone per far ridere amici e parenti. Ma dell’assurda storia (vera) di un maresciallo campano in servizio nella Capitale, al secolo Raffaele Russo.

Siamo a Roma, in via Ozanam. È il 16 marzo dello scorso anno. Intorno alle 18, una Mini Cooper con a bordo due persone prova a mettere in atto la classica truffa dello specchietto ai danni di un ignaro signore. I carabinieri della Compagnia di Roma San Pietro però li stanno pedinando e li pizzicano con le mani nella marmellata. La dinamica successiva emerge dalle carte dei processi. I militari con la gazzella sbarrano la strada ai malviventi mentre un carabiniere in divisa scende dal mezzo e si piazza “di fronte all’autovettura intimando l’alt”. Nel frattempo “il maresciallo Russo” si avvicina “di corsa al veicolo” per dare manforte. Sembra che tutto vada secondo i piani. Ma a un certo punto il conducente effettua “una manovra improvvisa”: ingrana la retromarcia, si smarca dal posto di blocco e “innesta immediatamente la prima” tentando “di investire il militare” in divisa. Il primo carabiniere si getta di lato per salvarsi la vita e l’auto continua la sua folle corsa. Sulla traiettoria c’è Russo che sta accorrendo in aiuto del collega. I malviventi lo “puntano” e lui “per evitare di essere investito” si sposta di lato “esplodendo un colpo di arma da fuoco in direzione dell’auto in fuga”. Sfortuna vuole che il proiettile finisca contro “una donna e sua figlia che viaggiavano a bordo di uno scooter” nella stessa direzione del malviventi. Come si dice: erano nel posto sbagliato al momento sbagliato. Tradotto: sfiga.

Dopo la corsa in ospedale, il ricovero e le prime paure, le due donne sono fuori pericolo. Nessuna conseguenza grave: hanno pure ritirato la querela inizialmente presentata. Lo stesso non si può dire per il malcapitato carabiniere che ha avuto l’ardire di premere il grilletto. Sette mesi dopo, infatti, il Comandante di Corpo gli ha inflitto una sanzione disciplinare di cinque giorni di consegna di rigore. La più grave delle punizioni militari di corpo. Il motivo? Aver esploso un colpo di pistola “incurante delle specifiche circostanze e condizioni ambientali”.

Il fatto è che nessun magistrato ha ritenuto necessario processare il militare per uso illegittimo dell’arma o per eccesso di legittima difesa. Anche il giudice militare, su concorde richiesta del pm, ha archiviato il caso, sentenziando che “l’esplosione del colpo possa ricondursi alla necessità di vincere una resistenza o respingere una violenza nell’adempimento del dovere”. Cioè, il carabiniere aveva tutto il diritto di sparare. In fondo i testimoni giurano che se Russo “non si fosse spostato, sarebbe stato sicuramente investito o arrotato dal veicolo in fuga”. Tanto che il malvivente alla giuda dell’auto è stato poi condannato per tentato omicidio del maresciallo.

Ci si aspetterebbe un finale del tipo “tutti vissero felici e contenti”. Ma non è così. La sanzione disciplinarerischia infatti di interrompere la carriera militare di Russo. Il carabiniere ha fatto richiesta di ammissione al servizio permanente, ma il Comando Generale gli ha comunicato che “sta valutando di non accoglierla” proprio per colpa di quei cinque giorni di rigore e della valutazione caratteristica assegnatagli dai superiori. Una beffa: i magistrati ti assolvono e l’Arma ti punisce.

Secondo il Comando, il militare non avrebbe “sufficiente affidabilità” e poi ci sarebbe quel giudizio valutativo “inferiore alla media” redatto dai superiori – guarda caso – nel periodo che comprende il fattaccio. “Russo è risultato tra i migliori del suo corso di Marescialli – spiega però l’avvocato Giorgio Carta che lo difende – e il comandante di compagnia dove adesso fa servizio ha dato parere positivo al suo passaggio al servizio permanente“. Perché allora cacciarlo?

La vicenda fa tornare la mente quanto successo nei giorni scorsi a Mario Rega Cerciello. Il vicebrigadiere è stato ucciso da 11 coltellate eppure né lui né il collega hanno usato la pistola. Il comandante provinciale dei carabinieri ha spiegato che “se Varriale avesse usato l’arma sarebbe stato indagato”. E infatti è così: se non spari sei morto, se lo fai (come nel caso del maresciallo Russo) passi le pene dell’inferno. “Le forze dell’ordine italiane sono terrorizzate dall’eventualità di usare le armi – insiste Carta – Questi episodi possono dissuadere dall’uso della pistola che, invece, è data in dotazione proprio per essere estratta in casi come quello di Russo, ove ricorra la necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all’Autorità, come dice l’art. 53 del codice penale“. Il rischio è che alla fine i militari escano in strada “con le armi spuntate“. La Beretta meglio tenerla nella fondina. “In Italia siamo arrivati all’assurdo che molti poliziotti mi dicono di preferire una violenza piuttosto che tirare fuori l’arma. Se spari, vieni probabilmente indagato, eventualmente processato e, magari, fai la fine del maresciallo Russo. Il guaio è che pure i malviventi lo sanno e questo li spinge ad essere più aggressivi di quanto sarebbero con le polizie di altri Paesi. Sanno di non rischiare la vita, né una risposta armata dei tutori dell’ordine“. Un paradosso.

di Giuseppe De Lorenzo per il Giornale.it