Carabiniere scrive «vaffa…» su Facebook in difesa di Mattarella: condannato a risarcire 2 mila euro

Gli utenti più litigiosi dei social sono avvisati: il «vaffa…» gratuito non è tollerabile dalla legge, perfino se espresso in difesa del capo dello Stato. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma con la sentenza 2875 del 10 febbraio scorso. La vicenda risale al 28 maggio 2018, giorno in cui il presidente Mattarella, dopo tre mesi di stallo post-elettorale, conferisce a Carlo Cottarelli l’incarico di formare un nuovo governo.

Il post su Facebook

Evidentemente contrariato, un avvocato e professore universitario si sfoga con un lungo post su Facebook , accusando tra le altre cose il titolare del Quirinale di aver «violato la Costituzione», «minato le fondamenta della Repubblica», «negato le radici della democrazia» e di essere «contro il popolo italiano e contro i poveri». Fin dal primo istante, come si legge nella sentenza, il messaggio innesca «una serie di reazioni, ora di mero gradimento, ora di condivisione e violenta manifestazione di odio nei riguardi del Presidente della Repubblica». Un carabiniere però non è d’accordo: «Ma vaffa… – risponde –. Tu non sei nemmeno degno di leccare i piedi a Mattarella. E se scendi in piazza ci sarò anche io, ma dall’altra parte». Parole giudicate dal destinatario «diffamatorie sul piano personale e professionale, nonché apertamente minacciose». Da qui la querela, con conseguente richiesta di danni morali e alla reputazione. Ebbene, a oltre due anni e mezzo dall’accaduto, il giudice monocratico Cecilia Pratesi ha stabilito che il carabiniere dovrà ora corrispondere 2 mila euro all’autore del post a titolo di risarcimento per il «momentaneo disagio che consegue al vedersi rivolgere una parola scorretta».

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Le motivazioni

La chiave sta tutta nel definire i confini oltre i quali la critica politica tracima nell’ingiuria o nella diffamazione. In questo senso, il Tribunale ha ritenuto che la volgarità sopra citata, «per quanto sdoganata da un utilizzo diffuso», conservi «una valenza obiettivamente denigratoria, quantomeno se utilizzata in risposta ad affermazioni di tutt’altro tenore linguistico ed al di fuori di contesti giocosi o di veri e propri scontri verbali». Poco importa dunque che l’espressione sia stata scritta per schierarsi dalla parte del Presidente della Repubblica. Quanto al resto del commento, il giudice non ha ravvisato nulla di censurabile. «Tu non sei nemmeno degno di leccare i piedi a Mattarella» è stato infatti considerato «un giudizio valoriale e comparativo (…) del tutto coerente» con il tenore delle critiche che l’avvocato aveva rivolto al Capo dello Stato. Mentre «se scendi in piazza ci sarò anch’io, ma dall’altra parte», sempre secondo la sentenza, «non rappresenta in assoluto una denigrazione e non evoca in alcun modo uno scenario violento, ma prospetta la visualizzazione di una contrapposizione di pensiero e di intenti, senza che vi si possa ravvisare alcun collegamento, neppure implicito, con l’appartenenza del commentatore all’Arma dei Carabinieri».

Rispettare la netiquette

Confronto politico (anche estremamente acceso) sì; offesa personale no. Questo, di fatto, il nocciolo della sentenza 2875. Ciò detto, il giudice ha comunque lasciato intendere come vi possano essere diversi gradi e sfumature, affermando che il «vaffa…» in oggetto ha «varcato appena quella soglia minima di rilevanza (o se si vuole di tolleranza) oltre la quale il pregiudizio diviene risarcibile». Tanto più se a riceverlo è stata «una vittima che vanta un curriculum personale e professionale di rilievo quale è quello esposto e documentato dall’attore». Ad ogni modo, il consiglio resta quello di lasciar sbollire la rabbia. Non ne va soltanto del rispetto della netiquette ma, oggi più che mai, anche della salute del vostro portafoglio.

Redazione articolo a cura di Alessandro Vinci per il Corriere della Sera

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