Capitano umiliata in missione, generale dell’Esercito verso il processo: «Mi vuoi sc…?»
La vicenda raccontata da Il Centro
Un capitano abruzzese dell’Esercito sarebbe stata umiliata durante una missione internazionale all’estero da un generale di brigata, all’epoca comandante del dispositivo militare. A riportare la vicenda è Il Centro, in un articolo firmato da Gianluca Lettieri, sulla base degli atti dell’inchiesta della procura militare di Roma.
Il generale rischia il processo con le accuse di ingiuria continuata aggravata e ingiuria a un inferiore aggravata. Al centro del fascicolo ci sono una frase a contenuto sessuale, alcuni comportamenti ritenuti offensivi e un episodio avvenuto durante una riunione davanti ad altri militari.
L’ufficiale è da considerare presunto innocente fino a eventuale sentenza definitiva: una precisazione necessaria, non una formula di rito, perché saranno solo i giudici — e non il clamore del caso — a stabilire se le accuse reggeranno.
La frase durante il colloquio di servizio
Secondo la ricostruzione dell’accusa, il 20 novembre 2025 il capitano avrebbe chiesto al generale un colloquio di servizio. In quel momento l’alto ufficiale le avrebbe domandato perché lo guardasse in quel modo, aggiungendo: «Mi vuoi sc…?».
La donna avrebbe chiesto di ripetere. Il generale, sempre secondo l’accusa, avrebbe ribadito la stessa domanda.
È uno dei passaggi più pesanti dell’inchiesta, perché sarebbe avvenuto dentro un rapporto gerarchico netto: lui comandante della missione, lei ufficiale sottoposta e incaricata di affiancarlo come consulente politico-istituzionale.
Chi sono i militari coinvolti
Il generale ricopriva il ruolo di mission force commander, quindi era il responsabile della missione: coordinava le attività dei contingenti e guidava le operazioni sul campo.
Il capitano, originaria dell’Abruzzo, era impiegata come political advisor. Il suo compito era analizzare il contesto politico, sociale e culturale locale e facilitare i rapporti tra autorità militari e civili.
Secondo la procura, proprio il rapporto di grado avrebbe dato maggiore peso agli episodi contestati.
L’avvicinamento al computer
Un altro fatto indicato negli atti risale al 22 novembre 2025. Il capitano era seduta al computer quando il generale si sarebbe avvicinato fino a pochi centimetri dal suo volto.
La distanza sarebbe stata tale che, se la militare si fosse voltata, avrebbe potuto trovarsi a contatto con le labbra dell’ufficiale.
Per l’accusa, quella distanza avrebbe creato una situazione di forte imbarazzo e rientrerebbe nella stessa sequenza di condotte contestate.
Gli inviti dietro la scrivania
Tra l’11 ottobre e il 24 novembre 2025, secondo la procura, il generale avrebbe più volte messo una mano sulla spalla del capitano invitandola ad andare dietro la sua scrivania.
Anche questi episodi vengono letti dagli inquirenti insieme agli altri fatti, come parte di una condotta continuata.
La riunione davanti agli altri militari
Il 16 novembre 2025, durante una riunione di servizio, sarebbe comparsa per errore una diapositiva del giorno precedente. Secondo il pubblico ministero, il generale avrebbe ordinato al capitano, urlando, di uscire dalla stanza per sostituirla.
La scena sarebbe avvenuta davanti ad almeno tre militari. Per questo la procura contesta anche l’offesa al prestigio, all’onore e alla dignità di un inferiore, con l’aggravante della presenza di altri soldati.
Le accuse e l’udienza preliminare
La procura militare di Roma contesta al generale due ipotesi di reato previste dal codice penale militare: ingiuria continuata aggravata e ingiuria a un inferiore aggravata.
Le aggravanti riguardano il grado dell’imputato e il fatto che gli episodi sarebbero avvenuti all’estero, in un contesto legato al servizio e alla disciplina militare.
Il capitano, assistita dall’avvocata Francesca Di Muzio, potrà costituirsi parte civile. L’udienza preliminare è prevista per il mese prossimo: sarà il giudice a decidere se il generale dovrà affrontare il processo.
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