AUDIZIONE DEL GENERALE ERRICO: “SITUAZIONE DEL PERSONALE, VERO CENTRO DI GRAVITÀ DELL’ESERCITO”

Riportiamo
uno stralcio dell’audizione in Commissione Difesa della Camera Del Capo di
Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Danilo Errico, del 7 ottobre 2015.

“Credo
che sia affatto superfluo ricordare che dal 1979 a oggi l’Esercito ha rappresentato
la componente principale dei contingenti militari nazionali (circa il 75 per
cento della forza complessiva) e che solo con la presenza del soldato sul
terreno – gli anglosassoni dicono boots on the ground –
possono essere raggiunti e consolidati i voluti risultati operativi.
  
Tale
bagaglio esperienziale è stato maturato in tutto lo spettro della
conflittualità, che ha visto impegnata la Forza armata, per esempio, nel 2003
simultaneamente in cinque teatri operativi diversi, quali Macedonia, Kosovo,
Afghanistan Iraq e Libano, con punte di impegno di circa 9.000 unità,
esperienze che oggi ci consentono di esprimere quelle qualificate capacità che
i teatri di operazione richiedono.

Evidenzio che l’impegno medio dell’Esercito solo all’estero è stato negli
ultimi vent’anni di circa 5.600 uomini, pari a più di due brigate
permanentemente impiegate nelle principali operazioni dei teatri di
riferimento: mediorientale, balcanico, africano e centro-asiatico.
Esaminata
la dimensione dell’impegno attuale dell’Esercito, vorrei ora soffermarmi sul processo di revisione della Forza armata.
Detto sviluppo è stato avviato con la legge n. 135 del 2012 (la cosiddetta spending
review)
, e implementato con la legge n. 244 del 2012 e i relativi decreti
attuativi, (decreti legislativi nn. 7 e 8 del 2014).
Il
combinato disposto di tali norme riconduce detto processo a tre fasi: la prima
tesa ad abbattere le dotazioni organiche del personale militare e civile in
misura del 10 per cento, nonché quelle della dirigenza del 20 per cento, i cui
obiettivi saranno conseguiti al 31 dicembre del corrente anno; la seconda, da
concludere entro il 2020 – a sei anni dall’entrata in vigore del decreto
legislativo n. 7 del 2014 –, finalizzata alla riduzione delle strutture
organizzative in misura pari almeno al 30 per cento, mediante oltre 200
provvedimenti di soppressione e riorganizzazione confluiti nel decreto
legislativo n. 7 e nelle sue relazioni illustrative; la terza e ultima volta al
definitivo conseguimento del cosiddetto «modello 90.000», in cui il personale
militare e quello civile entro il 2024 saranno stati ridotti rispettivamente
del 20 e del 30 per cento. 
La
riduzione degli ufficiali generali, anch’essa pari al 30 per cento rispetto ai
volumi del 2012, dovrà infine avvenire in modo più rapido per concludersi entro
il 2021. 
In
ottemperanza agli obiettivi imposti dal quadro normativo di riferimento, la
Forza armata a suo tempo ha individuato i seguenti capisaldi su cui basare la
propria ristrutturazione, veicolata poi dal citato decreto legislativo n. 7, e
in particolare: eliminazione di strutture o aree di sovrapposizione;
accrescimento dell’operatività delle brigate di manovra e dei reggimenti;
accorpamento di talune funzioni presso il vertice dalla Forza armata; ricerca
della vicinanza alle maggiori aree addestrative; realizzazione di una
concentrazione geografica dei comandi di brigata e delle unità dipendenti; riduzione
del numero di sedimi in uso. 

Al fine di conseguire tale obiettivo, è stata adottata una struttura generale
più agile rispetto al passato mediante la soppressione dell’Ispettorato alle
infrastrutture e la conseguente riallocazione delle responsabilità del
peculiare settore nello stato maggiore, conseguendo in tal modo un modello a
quattro vertici d’area. 
In
conclusione il piano di ammodernamento e rinnovamento predisposto dall’Esercito
prevede una graduale dismissione dei sistemi d’arma più obsoleti e il
rinnovamento del proprio parco mezzi e materiali con piattaforme maggiormente
performanti, che coniughino una maggiore efficacia operativa, l’incremento
della protezione per il personale e una spiccata flessibilità in ottica dual
use
, ciò anche alla luce della necessità di assolvere i molteplici
compiti, talora di elevata complessità, richiesti dagli attuali e mutevoli
scenari e delineati altresì dal nuovo Libro bianco.
Tuttavia,
tale processo di trasformazione non sarà compiutamente realizzabile senza
adeguate risorse sul bilancio ordinario e/o l’eventuale intervento da parte del
Ministero dello sviluppo economico, che da anni sostiene taluni programmi in
ragione del loro particolare contenuto tecnologico e della specificità del
comparto produttivo.

Risulta quindi fondamentale continuare a orientare risorse certe e strutturali
verso il settore terrestre, al fine di poter disporre di uno strumento militare
caratterizzato da una forte interoperabilità e integrazione interforze e da un
corretto bilanciamento tra le diverse componenti operative delle Forze armate,
in linea con le direttive del Libro bianco e con quelle del Capo di stato
maggiore della Difesa. 
A
fronte degli stanziamenti assicurati dalla legge di bilancio e dei
finanziamenti ricevuti attraverso il decreto-legge di proroga delle operazioni
fuori area, il livello di addestramento
garantito al personale delle unità dell’Esercito ha certamente consentito di
ottemperare a tutti gli impegni sul territorio nazionale e a quelli di carattere
internazionale. 
In
particolare, per il corrente esercizio finanziario 2015, tenuto conto del budget complessivamente
dedicato all’addestramento, la Forza armata, in termini di output operativo,
riuscirà ad approntare complessivamente il 96 per cento dei propri reggimenti
operativi, secondo attività addestrative differenziate per vari livelli di
capacità da conseguire, cioè in funzione di come devono essere impiegati. 
Pertanto,
solo il 29 per cento avrà condotto l’addestramento che consentirà l’impiego in
ogni situazione operativa. Il rimanente 67 per cento sarà impiegabile solo in
situazioni a media e bassa intensità o sul territorio nazionale in concorso con
le forze di polizia. Inoltre, sempre in termini di performance, si
misura un mancato approntamento per il 4%, che non riuscirà a completare l’iter
addestrativo neanche per il modulo iniziale, quello che conferisce la sola
capacità di impiego in operazioni di sicurezza del territorio e di pubblica
utilità (operazioni umanitarie). 
La
capacità della Forza armata di garantire alle proprie unità le opportunità
addestrative indispensabili per l’assolvimento dei compiti istituzionali è
direttamente collegata alla piena disponibilità e utilizzazione di
poligoni/aree addestrative. 
Attualmente
la Forza armata ha in uso 141 poligoni/aree addestrative, dislocati su tutto il
territorio nazionale, che sono utilizzati anche dalle altre Forze armate e
Corpi armati dello Stato. Tengo a sottolineare che non è solo l’Esercito a
usarli. 
A titolo
di esempio, delle 7.020 giornate/poligono utilizzate in totale nel 2014, 5.868
sono state utilizzate dall’Esercito (84 per cento), 333 dalle altre Forze
armate (5 per cento), 708 dai Corpi armati dello Stato (10 per cento) e 111 da
personale militare straniero (1 per cento). 
Si
tratta di siti variabili e differenziati in termini di estensione e di
tipologia di attività da condurre. L’addestramento individuale al tiro con armi
portatili richiede la disponibilità di aree piuttosto limitate, mentre le esercitazioni,
«in bianco» o «a fuoco», di sistemi d’arma più sofisticati e di complessi di
forze del livello ipotizzabile negli attuali interventi nei teatri operativi
richiedono la disponibilità di aree estese e adeguatamente attrezzate. 
Vorrei
ora presentare un punto di situazione
sul personale, vero centro di gravità dell’Esercito
. La legge n. 244 del
2012 e il discendente decreto legislativo n. 8 hanno fissato in 150.000 le
dotazioni organiche complessive delle Forze armate, di cui 89.400 per l’Esercito, da conseguire entro il 2024, ferma
restando la possibilità, in relazione all’andamento dei reclutamenti e delle
fuoriuscite di personale, di prorogare tale termine con apposito decreto del
Presidente del Consiglio dei ministri. 
In tale
quadro, tenuto conto dell’andamento delle consistenze «a fuoriuscite naturali»
delle diverse categorie nel medio e lungo termine, è verosimile che al 2024 i
volumi dell’Esercito si attesteranno intorno alle 95.000 unità, con uno sbilanciamento
tra le categorie degli ufficiali e dei sottufficiali, dovuto a un esubero degli
effettivi pari a 5.636 unità, rispetto alle dotazioni organiche previste a
quella data. 
L’Esercito
si trova oggi e nei prossimi anni nel bel mezzo della transizione verso i nuovi
obiettivi imposti dalla legge n. 244 e dai decreti discendenti.
Complessivamente contiamo circa 10.700 unità in più rispetto all’organico di
89.400 che dovremmo conseguire entro il 2024. 
Peraltro,
al processo di graduale riduzione si sovrappone l’ulteriore indirizzo del Libro
bianco che, nel precisare che «per soddisfare strutturalmente il requisito
chiave di un’età media relativamente bassa, è necessario che solo per una parte
della forza complessiva la professione militare possa perdurare per tutta la
vita», orienta le Forze armate, e quindi l’Esercito, a rivedere le percentuali
di ripartizione tra forze in servizio permanente e forze in ferma prefissata,
pur confermando le dotazioni organiche complessive stabilite dalla legge n. 244. 
L’obiettivo
– cito testualmente il Libro bianco – è di «avvicinare le Forze armate italiane
a percentuali simili a quelle delle Forze armate degli altri Paesi europei,
raggiungendo a regime un bilanciamento tra servizio permanente e tempo
determinato tendenzialmente pari a circa il 50 per cento». Tale bilanciamento
deve essere conseguito in tempi credibili, al fine di determinare un graduale
freno all’eccessivo invecchiamento della Forza armata e al relativo incremento
dei costi. 
Ciò si
traduce per l’Esercito in un’ulteriore sfida di rimodulazione in senso
riduttivo di tutte le categorie in servizio permanente. In particolare, la
riduzione più consistente si avrebbe per i volontari in servizio permanente
(VSP), da un volume organico di circa 41.000 – gli effettivi a oggi sono
circa 37.000 – a 20.000, proprio per ottenere l’auspicato bilanciamento. 
Negli
eserciti alleati la componente di truppa in ferma prefissata è dominante e
questo consente di disporre di personale giovane e performante. Infatti, questi
svolgono il proprio servizio con ferme iniziali tendenzialmente brevi e con la
possibilità di fruire di rafferme successive. Ciò permette di mantenere la
giusta entità di personale a connotazione prettamente operativa con adeguate
capacità psicofisiche. 
In
particolare, né in Francia né in Germania è prevista una componente di truppa
in servizio permanente, bensì aliquote minime di personale altamente
qualificato che transitano nella categoria dei sottufficiali. La Spagna punta a
raggiungere la percentuale del 10 per cento in servizio permanente e del 90 per
cento in ferma prefissata. 
La
categoria dei volontari in servizio permanente è costituita da personale che
mediamente ha un’età intorno ai 35 anni, di cui i più anziani raggiungeranno
l’età per la pensione a partire dal 2030. Infatti, l’attuale ruolo dei
volontari in servizio permanente risente fortemente delle massicce
alimentazioni avvenute nei primi anni Duemila, allorquando si è rapidamente
passati dalla coscrizione al modello professionale. 
Vorrei
ora porre l’attenzione, quale ultimo punto del mio intervento, sulle criticità
conseguenti alla disomogeneità tra la provenienza geografica del personale in
servizio e la distribuzione geografica delle infrastrutture militari. 
In
particolare, il 90 per cento del personale in servizio nell’Esercito è
originario delle regioni del Centro-Sud, con quelle del Sud che da sole
registrano il 71 per cento delle provenienze. Di contro, i dati relativi alla
distribuzione geografica delle posizioni organiche delle unità dell’Esercito Pag.
26evidenziano una concentrazione nel Nord (41 per cento) rispetto al Centro (34
per cento) e al Sud (25 per cento). 
Analizzando
il dato aggregato delle regioni settentrionali rispetto all’intero territorio
nazionale, emerge come il 10 per cento del personale della Forza armata
proveniente dalle regioni settentrionali non è sufficiente a coprire tutte le
posizioni disponibili nei reparti ivi dislocati, pari al 41 per cento.
Conseguentemente, le rimanenti posizioni devono essere occupate giocoforza dal
personale reclutato nelle regioni centro-meridionali. 
Nelle
regioni del Centro la situazione presenta, rispetto al Nord, un incremento in
termini di base di reclutamento (19 per cento) e un decremento in termini di
posizioni organiche (34 per cento rispetto al 41 per cento presenti al Nord).
In ogni caso, il volume del personale reclutato non è sufficiente a colmare le
esigenze d’impiego in termini di posizioni organiche della stessa area. 
Per
ultimo, nelle regioni del Sud la situazione è invertita rispetto a quella vista
nel Nord. Infatti, considerando il dato aggregato, emerge come il volume del
personale originario di queste regioni (proveniente in particolare da Puglia,
Campania e Sicilia), che ammonta al 71 per cento, è decisamente superiore alle
attuali posizioni organiche, pari al 25 per cento del totale. 
Io sto
cercando di capire se posso decongestionare il Nord, ma mancano strutture al
Sud. Probabilmente presenterò una proposta – sto facendo un’analisi
approfondita – ma non sarà tale da poter risolvere il problema. Dobbiamo
prendere atto che la massa del reclutamento viene dal Sud e dalle isole.
Bisogna, quindi, avere a che fare con questa situazione, che non è di facile
soluzione. 
Quanto
sottolineato precedentemente è ancora più evidente se si prendono in
considerazione i volumi totali delle domande di trasferimento presentate a
qualsiasi titolo. 

In
estrema sintesi, una maggiore disponibilità di enti nell’Italia
centromeridionale consentirebbe un migliore bilanciamento delle unità sull’intero
territorio nazionale.”