Armenia e Azerbaigian verso la pace? Il nodo dei crimini di guerra

Nel vertice di Praga dello scorso 6 ottobre – il primo incontro della cosiddetta Comunità politica europea che unisce i Paesi dell’UE e di tutti gli Stati europei partner dell’Unione – si è tenuto un nuovo incontro tra il Presidente azerbaigiano Ilham Aliyev e il Premier armeno Nikol Pashynian, con la mediazione del Presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e alla presenza di Emanuel Macron.

Dopo la breve ripresa degli scontri, a settembre, il barometro delle relazioni caucasiche sembra andare al bello. Il comunicato comune dice cose importanti: impegno al rispetto della Carta delle Nazioni Unite, rispetto della configurazione territoriale post-sovietica (dichiarazione di Alma Ata del 1991), riconoscimento delle rispettive integrità e sovranità territoriali, inclusa l’appartenenza del Karabakh all’Azerbaigian. A questo si aggiunge, per la prima volta, l’invio di una missione civile dell’UE al confine tra i due Paesi.

La strada sembra in discesa verso un trattato di pace, che potrebbe essere firmato entro la fine dell’anno. Una luce nello scenario post-sovietico, se si pensa allo stallo politico-militare della situazione ucraino-russa. Ma proprio come il problema si porrà in futuro per le atrocità russe in Ucraina o quelle ucraine nelle regioni russofone appare irrisolto il nodo dei crimini di guerra. Spesso nella rete e nei media appaiono immagini di atrocità commesse dai due lati. Ha fatto molto scalpore il video dell’esecuzione di alcuni soldati armeni da parte di truppe azerbaigiane e quello dell’umiliante  pratica (il taglio delle orecchie) dell’oltraggio ai cadaveri dei soldati azerbaigiani da parte di membri delle forze armene.

Come ha dichiarato il rappresentante dell’UE l’estone Toivo Klaar i video delle atrocità commesse su armeni e azerbaigiani devono essere investigati nella loro autenticità, i perpetratori perseguiti e compreso che da un punto di vista politico i crimini commessi hanno lasciato ampie ferite sul corpo delle due società.

Vi sono però differenze strutturali su come i due Paesi gestiscono il tema dei crimini di guerra. Mentre l’Azerbaigian accetta che atti criminali possano essere stati compiuti da propri militari, l’Armenia ha un approccio totalmente negazionista. La ragione è storica. Nel 1992 le forze armene si resero colpevoli – con la collaborazione dell’esercito russo – del peggior massacro di civili della storia caucasica: la strage di Khojaly dove persero la vita oltre 600 civili inermi. In quei massacri del 1992-94 presero parte direttamente esponenti di primo piano della politica armena come il futuro presidente Serzh Sargsyan. Ammettere i crimini oggi significherebbe mettere in discussione un trentennio di vita politica armena.

Vi è poi la narrativa, costruita da parte armena, di una democrazia “occidentale” e cristiana contrapposta a un regime autocratico, sanguinario e addirittura jihadista. Niente di più lontano dalla realtà. In Azerbaigian, seppur ancora timidamente, i presunti responsabili di crimini e atrocità sono stati condotti davanti alla giustizia e diversi procedimenti penali sono in corso, mentre in Armenia nessuna indagine, nessuna azione penale e nessun processo è mai stato condotto per crimini di guerra. Al contrario la società armena, la sua infosfera, ha indugiato durante la guerra del 2020 – e dopo – a discorsi ultra-nazionalistici e addirittura a immagini “horror” di uccisioni e oltraggi a cadaveri di azerbaigiani. Inoltre la natura molto più trasversale della macchina propagandistica armena fa sì che nei media occidentali le notizie delle atrocità compiute dagli armeni non raggiungano i lettori, rappresentando un’immagine unilaterale del conflitto.

La verità è che serve trasparenza, accountability e un impegno forte della comunità internazionale per chiarire tutti i crimini di guerra commessi in Caucaso dal 1987 in poi. Le potenze occidentali, che si dichiarano custodi dell’ordine internazionale liberale, possono  — se vogliono— perseguire i crimini di guerra: Bosnia e Ruanda ne sono l’esempio. Devono però superare le ipocrisie e il doppio standard (di cui soffrono più gli azerbaigiani che gli armeni) e accompagnare questi due Paesi verso la pace. Solo così potranno essere pronte al redde rationem che un giorno ci sarà per la vicenda ucraina.

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