Aeronautica Militare: i militari costretti a comprare le uniformi, magazzini vuoti

L’uniforme è il tratto distintivo per eccellenza del militare. È il simbolo attraverso cui si presenta agli altri, che siano colleghi o civili.  Il Codice dell’ordinamento militare prevede che questa debba essere sempre in ordine, dotata di tutti gli accessori necessari e in grado di assolvere alle funzioni di istituto, come quelle di rappresentanza, oppure di proteggere il militare sia nella sua mansione primaria sia da un punto di vista climatico. 

Insomma, l’uniforme è proprio forma e sostanza di un militare e proprio per questo le normative prevedono che sia proprio obbligo ed esigenza dell’amministrazione, quello di fornire ai militari tutto il necessario. Tanto più se da un disattento utilizzo delle uniformi militari scaturisce motivo di possibili sanzioni disciplinari.  Questa è la teoria. Purtroppo, in Aeronautica la realtà quotidiana ci racconta continuamente di magazzini vuoti e dotazioni vestiario indisponibili di praticamente tutto: scarpe, anfibi, uniformi, gradi e accessori. Una situazione oramai insostenibile, che costringe il personale a soluzioni alternative quali il ricorso al libero mercato per l’acquisto, a proprie spese, onde tamponare queste gravi carenze organizzative e logistiche dell’amministrazione, pur di essere comunque sempre in ordine con l’uniforme.  

Addirittura, alcuni elementi a corredo dell’uniforme, pur previsti dalle direttive in vigore, come la sciabola, la sciarpa blu, cordoni ecc, non sono previsti come dotazione da distribuire gratuitamente al personale, ma bisogna comprarseli pagandoli profumatamente. Non a caso si è sviluppato un fiorente mercato di privati che produce e vende questo genere di articoli, alimentando il sospetto di molti che ciò non sia necessariamente “un caso” rispetto alla carenza di dotazioni di reparto oramai croniche da anni.  Si parla di un giro d’affari di molti milioni di euro, che stride con le ristrettezze economiche in cui versa in particolar modo il personale dei gradi più bassi della gerarchia, il quale si ritrova a dover sopperire di tasca propria alle carenze dell’Amministrazione. Come SIAM riteniamo inaccettabile questo stato di cose, a fronte delle quali è necessario un netto cambio di rotta da parte dell’A.M..Ci chiediamo, pertanto, come vengano spese le risorse all’uopo destinate e come vengano gestite. Ad oggi le politiche sui tagli della Difesa hanno svolto un ruolo decisivo su questo genere di approvvigionamenti, anemizzando le scorte di magazzino e prolungando a dismisura la vita dei capi di vestiario. 

Di fronte a certe scelte non è pensabile che l’Amministrazione pensi di poter avere la botte piena e la moglie ubriaca e, cioè, il personale sempre in ordine con le dotazioni di vestiario, senza tuttavia distribuirlo come previsto dalle norme.  Considerata la cronicità di questo stato di cose, riteniamo altresí necessario che siano intraprese le azioni opportune da parte di tutti i soggetti coinvolti nel prossimo rinnovo contrattuale, al fine di corrispondere un’adeguata indennità al personale, affinché possa provvedere all’acquisto dei capi su piazza autonomamente. 

Questa proposta del SIAM che potrebbe sembrare provocatoria, in realtà permetterebbe forti risparmi all’amministrazione sia da un punto di vista delle forniture che della loro gestione alla stessa stregua di quanto già avviene in altre forze armate di paesi esteri. Diversamente sarebbe logico pensare che si modifichino le normative in vigore e per assurdo si rinunci al concetto di uniforme, lasciando a ciascuno la libertà di arbitrio in tema di vestiario. Quest’ultima opzione, evidentemente provocatoria, non è quella più auspicabile, proprio perché come SIAM crediamo non solo al nostro lavoro ma anche ai simboli che ci identificano.  

L’aeronautica, invece, cosa ne pensa?

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