UNA MANCIATA DI FORZE SPECIALI ITALIANE È IN LIBIA

Zuwara,
dal nostro inviato.
 Una fonte che chiede di essere definita
soltanto come “western official” dice al Foglio che l’Italia ha mandato pochi
uomini delle sue Sof in Libia per preparare un possibile intervento militare.
Sof è un acronimo inglese che sta per Special operations forces e indica le
forze speciali.

Secondo la fonte, si tratterebbe di una manciata di operatori
che si muove vicino a Zuwara e a Sabratha, due piccole città sulla costa della
Libia che stanno tra la capitale Tripoli e il confine con la Tunisia. I
militari si appoggiano ai servizi segreti italiani, che sono presenti in pianta
stabile in quella zona a causa della presenza delle infrastrutture di Eni che,
tra le altre cose, sono una questione di sicurezza nazionale. Questa nuova
missione fa parte di un cambiamento importante: dalla tutela del settore
energia si passa alla preparazione di un intervento.


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 “Gli Stati Uniti stanno facendo pressione
sull’Italia per un’azione militare in Libia”, dice la fonte, – e questo è un
punto che nel corso dell’ultimo anno è stato confermato da fonti diplomatiche
disparate. Dal punto di vista tecnico funziona così: c’è un italiano sul posto
che fa da riferimento e che tiene i contatti con i capi dei clan locali – per
esempio, un nome: Abu Mussa Grin, che “non è sulla lista dei cattivi degli
italiani” – per instaurare un rapporto di collaborazione, tenere aperti i
canali di comunicazione, ottenere informazioni. Altri italiani vanno e vengono
e non sono riconoscibili come militari da un osservatore casuale. Un ufficiale
del 9° Reggimento d’assalto Col Moschin è stato in quell’area per sette mesi.
In particolare, gli operatori delle forze speciali italiane sono considerati
specialisti di quella zona per il ruolo che hanno avuto durante la guerra
civile libica contro Gheddafi nel 2011, quando hanno guidato i bombardamenti
degli aerei della Nato. “Senza le Sof italiane, la Nato non avrebbe quasi
azzeccato un bersaglio” in quell’area, dice la fonte.
La
presenza italiana coincide con le operazioni in Libia di forze speciali
americane e inglesi, che secondo quanto rivela un articolo pubblicato domenica
scorsa sul New York Times, sono impegnate a raccogliere informazioni sullo
Stato islamico.


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Nel
paese arabo circolano rumors più o meno infondati sulle attività in incognito
di militari stranieri – e questa non è una novità, è piuttosto una costante del
paesaggio libico, carico di sospetti. A fine settembre il presidente del
Congresso nazionale di Tripoli, Nuri Abu Sahman, ha accusato le forze speciali
italiane di avere teso un’imboscata a “un trafficante di uomini di Zuwara”e di
averlo ucciso  – notizia che si rivelò una bufala in poche ore, ma che
rende il clima che si respira in Libia.
Le
forze italiane candidate a questi incarichi di ricognizione sono due. Una è il
Comando subacqueo incursori, Comsubin, che ha familiarità con quel tratto di
costa.
Nel settembre 2011 gli uomini del Comsubin
arrivarono al largo di Sabratha a bordo della nave San Marco, quando la
rivoluzione era ormai alle ultime battute
(Gheddafi, nascosto a
Sirte, sarebbe stato catturato e ucciso il mese seguente) e la Libia aveva
riattivato i contratti con Eni. Durante quell’operazione i cecchini del reparto
coprirono altre squadre che scesero dagli elicotteri sulle piattaforme Eni –
per ispezionarle e dichiararle “pulite” da eventuali mine e trappole esplosive.
Più di recente, a marzo di quest’anno, sui giornali è arrivata l’indiscrezione
che un contingente di incursori del Comsubin è partito dalla base del Varignano
a la Spezia a bordo di una nave, questa volta la San Giorgio, per stazionare di
nuovo davanti a quella zona, in corrispondenza dell’impianto di Mellita.
Come
dicono anche fonti del Foglio a Zuwara, alcune aree della vicina Sabratha – è
poco più a est – sono infestate dallo Stato islamico. A luglio il gruppo – che
si nasconde dietro la presenza di altre fazioni islamiste – ha avuto la
tentazione di uscire dall’ombra e dichiarare la propria presenza in via
ufficiale, ma poi ha soprasseduto per non provocare reazioni militari e così perdere
la rotta strategica d’accesso alla Tunisia. Mentre a Sirte lo Stato islamico
produce e mette su internet materiale di propaganda, distribuisce dolci per
celebrare l’attacco di Parigi e annuncia l’istituzione di tribunali islamici, a
Sabratha preferisce per ora tenere un basso profilo. Da quei cento chilometri
di strada litoranea che vanno verso i checkpoint di confine passano tutte le
operazioni clandestine che lo Stato islamico lancia nel paese vicino,
dall’attacco al museo del Bardo alla strage in spiaggia di Sousse. Martedì
scorso la Tunisia ha chiuso la frontiera tra i due paesi per bloccare il
traffico di uomini e di esplosivi, dopo che su un bus nel centro della capitale
Tunisi un attentatore suicida ha fatto una strage di guardie presidenziali – un
corpo scelto e specializzato nella lotta agli islamisti.
La
Libia è al centro di operazioni di sorveglianza e di raccolta di intelligence
da parte dei paesi occidentali. Il 26 settembre un drone Predator americano è
precipitato per un guasto nell’area di al Fatayah, appena a sudest di Derna, lo
Stato islamico lo ha trovato e subito ha messo tre foto su internet. Il giorno
prima il drone aveva sorvolato Sirte, secondo alcuni testimoni. Il 16 novembre
anche alcuni jet francesi hanno sorvolato Sirte, tre giorni dopo il massacro di
Parigi. Il 13 novembre due aerei americani hanno ucciso un comandante iracheno,
Abu Nabil al Anbari, secondo il Pentagono. Un pezzo del New York Times di pochi
giorni fa cita una non meglio specificata fonte che afferma che “l’America ha
incrementato il numero dei bombardamenti in Libia”. Ne parla al plurale,
lasciando intendere che le missioni aeree in Libia contro l’Is erano già
cominciate.
  
Come si
lavora oggi in Libia


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Questo
articolo è il frutto di conversazioni con i comandanti di alcune brigate di
Misurata, le famiglie fuggite da Sirte diventata capitale dello Stato islamico
in Libia, i parenti di alcuni soldati caduti combattendo contro il gruppo
estremista, il direttore Ismail Shukri e un ufficiale (che preferisce restare
anonimo) dell’intelligence militare di Misurata, un “western official”, alcuni
ufficiali delle forze speciali e della polizia di Tripoli e uomini della
sicurezza locale a Zuwara – che è una città sulla costa famosa fino a poco
tempo fa come “capitale del contrabbando”. Due osservazioni. In Libia si vive
con un senso di attesa: tutte le parti sanno che questa situazione di stallo
che si è creata non potrà trascinarsi ancora a lungo e che questi mesi sono un
preludio, anche se non si è capito con precisione a cosa. La seconda nota
riguarda il controllo sui media: il 2011 arabo in cui si poteva accedere a
chiunque e dovunque è un ricordo lontano, oggi anche la Libia è un paese diviso
in cui ogni notizia può essere un capo d’accusa e un corpo contundente da
scagliare contro la fazione rivale. Per ogni intervista ci vuole una lettera di
autorizzazione e talvolta un’automobile con un paio di uomini dell’autorità
locale scorta i giornalisti stranieri, il che da una parte è un bene –
considerato che lo Stato islamico ha un forte network di intelligence in molte
città del paese – altre volte ha il sapore di una restaurazione, di un ritorno
al passato.
Prendere
il controllo del petrolio
La
strategia dello Stato islamico in Libia punta a una espansione progressiva a
est e a sud di Sirte, la capitale di fatto (capitale lo è dalla primavera, ma
la notizia è scoppiata sui media grazie a un pezzo del New York Times che ha
rivelato l’arrivo di comandanti iracheni). A ovest la strada verso Tripoli è
comunque sbarrata dalla presenza di Misurata, che è la città-stato più forte di
tutto il paese dal punto di vista militare, quindi in quella direzione gli
uomini dello Stato islamico possono oggi arrivare al massimo al checkpoint
autostradale di Abu Ghrein (dove ai giornalisti non è più consentito accedere).
A est di Sirte invece comincia una lunga striscia di costa che arriva fino ai
due porti d’imbarco del petrolio, Sidra e Ras Lanuf, che servono tutto il paese
quando non sono chiusi per scontri. Il gruppo estremista si è già proteso in
quella direzione e a giugno ha conquistato Harawa e Nowfaliya, a 50 chilometri
dai terminal. Questo è un punto trascurato: quasi non ha combattuto per
avanzare, lo ha fatto soprattutto negoziando con i clan locali, ai quali ha
anche spiegato che l’opa armata dello Stato islamico sul settore energetico
della Libia prevedeva, entro il mese di Ramadan (che quest’anno corrisponde
all’incirca a luglio) la conquista della cosiddetta Mezzaluna del petrolio,
ovvero di quella catena di pozzi petroliferi che descrive una curva di trecento
chilometri nel deserto a sud del golfo di Sidra. A febbraio e marzo lo Stato
islamico ha lanciato alcuni assalti mordi-e-fuggi ad alcuni  pozzi
petroliferi molto isolati, nella zona di al Ghani a sud di Sirte,
costringendone undici alla chiusura per “forza maggiore” – che è una clausola
invocata dai produttori per non pagare penali ai clienti. In questi raid contro
i siti petroliferi sono state uccise undici guardie, alcune decapitate, e sono
stati sequestrati tecnici occidentali.
Il
modello strategico dello Stato islamico in Libia è quello già adottato in Siria
e in Iraq: puntare ai pozzi del petrolio. E’ quello che hanno fatto nell’estate
del 2014, quando nel giro di poche settimane hanno preso possesso degli
impianti nella provincia siriana di Deir Ezzor e hanno occupato la più grande
raffineria dell’Iraq a Baiji (che nel frattempo hanno perduto). Lo Stato
islamico ha però un problema: sfruttare il petrolio libico, che è portato fuori
dal paese via nave, è ancora più difficile che in Siria e in Iraq, dove in
queste settimane gli aerei americani e russi stanno facendo strage di
autocisterne. Per ora, sembra, puntano più che altro alla possibilità di
condizionare il settore: di minacciare, di interferire, di imporre una propria
forma di controllo. Una persona in contatto con combattenti dello Stato
islamico nell’area di Sirte dice che alla domanda sul perché attaccassero i
pozzi di petrolio un leader locale del gruppo ha risposto che è per arrestare
il flusso di ricavi in denaro verso quello che loro considerano uno stato non
islamico”, secondo un’intervista commissionata dal think tank International
Crisis Group nella zona di Harawa.
Tre
giorni fa Christiane Amnapour ha intervistato per la Cnn il ministro della
Difesa francese, Yves le Drian, che le ha detto – come d’uso – che i libici
devono a tutti i costi formare un governo di unità nazionale perché è l’unica
soluzione possibile. Si rende conto che ci vorrà molto tempo? Sarete costretti
a bombardare Sirte?, ha chiesto lei. “Quel momento potrebbe essere molto più
vicino di quanto pensa – ha risposto le Drian –  Se lasciamo che Daesh si
sviluppi, raggiungeranno con rapidità i pozzi di petrolio a sud”.
La
strategia è stata confermata dallo stesso comandante di tutto lo Stato islamico
in Libia, presentato a settembre sull’undicesimo numero della rivista del
gruppo, Dabiq, con il nome di Abu Mughirah al Qahtani: “La Libia ha una grande
importanza per la Umma islamica perché è in Africa subito a sud dell’Europa.
Contiene anche un pozzo di risorse che non si asciugherà mai. Tutti i musulmani
hanno diritto a queste risorse. E’ anche un varco d’accesso al deserto africano
che s’allunga verso molti paesi africani. E’ importante notare che le risorse
libiche sono una grande preoccupazione per l’occidente infedele, che fa conto
sulla Libia per molti anni a venire, specialmente per quanto riguarda il
petrolio e il gas. Il controllo dello Stato islamico sopra la regione porterà
ad alcune bancarotte economiche, soprattutto per l’Italia e poi per il resto
dei paesi dell’Europa”.
Sulla
costa libica si dice anche – ma non c’è alcuna prova – che lo Stato islamico
abbia stretto un patto di non aggressione con Ibrahim al Jadran, il trentenne
leader locale che controlla con un piccolo esercito di ex ribelli i terminal
del petrolio. In pratica Jadran pagherebbe per non essere disturbato, come in
un racket su scala gigante. La ridda dei rumors su Jadran vuole che suo
fratello Osama sia un comandante del movimento jihadista Ansar al Sharia e che
sia stato ferito in un bombardamento oppure che sia passato allo Stato
islamico, il che darebbe adito ad ancora più illazioni. Di certo lo Stato
islamico ha lodato Osama, definito “un uomo di parola”, per avere assistito con
cure mediche alcuni combattenti feriti del gruppo, e a giugno Osama è stato
avvistato nell’ospedale di Sirte (uno degli edifici a maggiore concentrazione
di Stato islamico della città). Ricapitolando: lo Stato islamico che sogna il controllo del petrolio libico avrebbe un
accordo sottobanco con l’uomo che controlla l’area delle raffinerie e dei
terminal per esportare quel petrolio, un leader che nel 2014 ha  firmato
un contratto da due milioni di dollari con un’agenzia di Washington che si
occupa di lobbying al Congresso, la Dickson e Mason,  per curare la sua
immagine e che però ha un fratello impegnato nel jihad.
C’è chi vedrebbe
nella relativa tranquillità di Jadran proprio un sintomo del suo patto con il
diavolo. Però mercoledì 28 ottobre lo Stato islamico ha attaccato un varco
d’ingresso del porto petrolifero di Sidra. Una colonna di macchine è arrivata
quasi fin sotto al perimetro esterno, gli aggressori hanno sparato sulle
guardie per piazzare una autobomba aprire un secondo varco – ma tre sono stati
ammazzati e il raid è fallito.
Ancora
più significativo è quello che sta succedendo a Agedabia, la capitale del
territorio di Jadran, una città piccola ma curciale per il controllo sul petrolio
libico. Lo Stato islamico sta applicando il manuale per la conquista occulta
già applicato con successo altrove: i suoi sicari stanno eliminando possibili
oppositori in anticipo, con una serie infinita di uccisioni preventive. Una
fonte del Foglio dice che ogni giorno ci sono cadaveri di gente assassinata
nelle strade, che lo Stato islamico a volte piazza  checkpoint volanti e
che circola un rumor sulla prossima nomina di un emiro nigeriano per la città.
Secondo i media libici, il gruppo sta spostando le armi pesanti verso Adjabiya.
In
queste convulsioni, c’è da tenere a mente che lo Stato islamico in Libia non ha
la forza militare di cui dispone in Iraq e Siria. Lo dice al Foglio un libico
che appartiene ad al Qaida e che fino a poche settimane fa era in Siria, nella
provincia di Latakia, e che ora è tornato in patria, in una regione non
specificata – testimoniando ancora una volta la facilità di collegamento tra i
due paesi. “Lo Stato islamico è piuttosto debole in Libia – dice via Skype –
sarebbe facile per noi liberarcene. Tuttavia, come musulmani, non dovremmo
farlo servendo con Fajir Libia (l’alba della Libia, la milizia del governo
islamista di Tripoli) o con l’operazione Karama (l’operazione Dignità, il
gruppo militare ormai diventato esercito che fa capo al governo di Tobruk,
ndr), perché entrambi sono caduti in alcuni fatti che annullano il loro islam.
Dovremmo farlo da musulmani, evitando anche che l’occidente possa trarre
beneficio dalle nostre azioni. Sembra complicato, ma sono certo che
capisci”. 
Fedele
al motto “baqiya wa tatamaddad”, resistere ed espandersi, per ora lo Stato è
ancora inchiodato alla fase “baqiya”, e non riesce a passare a quella “tatamaddad”.
Lo dice anche, oltre ai rivali di al Qaida, un rapporto di 24 pagine firmato da
esperti delle Nazioni Unite e uscito due giorni fa, secondo cui il tentativo
dello Stato islamico di espandersi in Libia è ostacolato dalla mancanza di
combattenti, il gruppo stenta a ottenere il sostegno dei libici ed è ancora
considerato un soggetto estraneo. “Lo Stato islamico in Libia ha tra i 2.000 e
i 3.000 combattenti”, scrivono gli esperti del Consiglio di Sicurezza: ancora
troppo pochi per un’offensiva che si sviluppa su trecento chilometri di costa.
A questo proposito, una fonte dice al Foglio che è sbagliato considerare Sirte
come il luogo dove più si concetrano i combattenti dello Stato islamico: in
realtà stanno più a est, nei dintorni di Harawa, per offrire un bersaglio meno
ovvio in caso di bombardamenti.

Lo
Stato islamico è, tuttavia, tra i fattori che mettono a repentaglio il settore
energetico della Libia. Secondo un rapporto del International Crisis Group che
è stato reso pubblico oggi (ci ha lavorato anche una ricercatrice italiana,
Claudia Gazzini, dalla Libia): “Dopo quattro anni di guerra civile il settore
energetico corre verso la disintegrazione completa, con il rischio del collasso
economico per il paese e di una nuova ondata di rifugiati per l’Europa”.
  
Combattere
gli estremisti con gli islamisti
Il capo
delle forze speciali di Tripoli è giovane, tracagnotto, arriva su un
fuoristrada all’appuntamento fuori dal muro di cinta dell’aeroporto Mitiga di
Tripoli, che è l’unico funzionante dopo che quello internazionale è stato
distrutto negli scontri dell’estate 2014. Toglie dal cellophane un
passamontagna nuovo e lo indossa perché non vuole che il suo volto vada a
finire in una fotografia, e chiede anche di evitare di scattare fotografie a
meno che non siano a campo così stretto da risultare, in pratica, immagini
astratte in stile Magritte (ecco: una sedia). Il fatto è che nella base dentro
l’aeroporto sono nervosi, hanno capito che lo Stato islamico ha studiato le
immagini sui siti di news e sui social media, ha disegnato mappe e ha fatto
sopralluoghi prima di lanciare un assalto all’aeroporto lo scorso 18 settembre.
Dopo quei combattimenti nel centro della capitale, la presenza in Libia dello
Stato islamico è stata per la prima volta riconosciuto anche dal governo “di
salvezza nazionale” di Tripoli, che per quasi un anno aveva tentennato
sull’argomento. “Sono arrivati alle sei di mattina di venerdì, che è il giorno
di festa, e sapevano con precisione dove fare un buco con l’esplosivo nel muro
di cinta – spiega il comandante – poi sono entrati in quattro, hanno sparato un
razzo Rpg contro la porta della prigione dentro la nostra base – che a sua
volta è in un angolo dell’aeroporto – hanno portato fuori il loro emiro (si
dice: un libico con passaporto canadese) gli hanno consegnato una veste
esplosiva da indossare e un fucile d’assalto”. Liberare i compagni imprigionati
è un classico nelle fasi preliminari della fondazione dello Stato islamico. Nel
2012 e 2013 il gruppo in Iraq è riuscito a tornare ai livelli di prima del 2010
(che fu l’anno della grande crisi) proprio grazie a una campagna di assalti ale
prigioni, da Tikrit a Abu Ghraib. Nel caso di Tripoli, l’emiro era quello che a
gennaio aveva ordinato un attacco in grande stile contro l’hotel Corinthia –
che un tempo era uno dei migliori della capitale, ora a mesi di distanza è
tornato ad aprire al pubblico la hall e il ristorante, ma non ospita più.
Morirono dodici persone.
Il capo
delle forze speciali ha una faccia simpatica pur sotto il passamontagna. Spiega
che dopo il disorientamento iniziale i suoi uomini hanno reagito, i cecchini
hanno preso posizione per impedire la fuga ai cinque, gli altri si sono fatti
sotto.“Sono morti tre dei nostri uomini migliori, ma abbiamo ucciso i quattro
intrusi e nessuno di loro era libico: un marocchino, un tunisino, due
sudanesi”. E’ un altro segno, ma non c’era bisogno, che il paese sta diventando
il collettore del reclutamento islamista nello smisurato bacino africano che
dal Sudan a est arriva fino alla Mauritania, a ovest. Alla sera nelle vie di
Tripoli c’è stata una parata di celebrazione della vittoria, con i carri armati
e le bandiere. A gennaio, dopo l’attacco dello Stato islamico all’hotel, la tv
libica aveva parlato di “ex gheddafiani” e il governo aveva citato non meglio
definiti “nemici della rivoluzione”. Il primo ministro Omar al Hassi aveva
negato che la responsabilità fosse dello Stato islamico – a dispetto del fatto
che il gruppo avesse fatto uscire una rivendicazione quasi in diretta. Il
problema che prima non era nemmeno nominato ora è ammesso.
Accanto
al capo in divisa mimetica, una di quelle mimetiche urbane nere e bianche che
spiccano invece che confondersi, siede un uomo in abiti civili che talvolta
suggerisce in arabo all’orecchio del comandante le cose migliori da dire. Uno
dice: “Guardate cosa è successo a Parigi, ormai non è più una cosa che riguarda
soltanto la Libia”. L’altro dice: “Guardate cosa è successo a Parigi, ormai non
è più una cosa che riguarda soltanto la Libia”.

Il nome
del reparto è Rada, che in arabo vuol dire “Deterrenza”, prima erano
specializzati nella lotta ai narcotrafficanti. Prima ancora però erano il
cosiddetto battagliona Nawasa, una forza di islamisti molto rigidi che molti a
Tripoli incolpano per la degenerazione del dopo 2011. Sotto la guida di Abdel
Raouf Kara, il battaglione imponeva l’osservanza delle regole islamiche più
strette nelle strade, come per esempio il divieto per le donne di girare senza
un accompagnatore. Anche se spesso agli occhi occidentali i gruppi come quello
di Kara si confondono con lo Stato islamico e sembrano la stessa cosa, sul
campo sono nemici mortali – come dimostra l’incursione lanciata contro la loro
base. Se l’Europa sorveglia lo Stato islamico in Libia, può permettersi di
escludere dai suoi interlocutori le forze come Rada?
Libici
o stranieri?
La
donna racconta al Foglio che prima di scappare da Sirte è andata a fare una
chiamata in un call shop e che vicino a lei c’era un combattente tunisino dello
Stato islamico, parlava con una donna che doveva essere sua moglie e diceva:
“Ormai controlliamo Sirte come la controllava Gheddafi”, e questo vuol dire che
lo Stato islamico ha un controllo totale sulla città,che un tempo fu feudo di
Gheddafi. La donna spiega che questo dominio è ottenuto anche grazie a raid
improvvisi contro chiunque è sospettato di fare parte dell’opposizione al
gruppo. Come la sete di petrolio, come l’assalto alle carceri, anche questo fa
parte di un protocollo operativo già visto in Iraq e in Siria. Lo Stato
islamico quando arriva di soppiatto in una città e infiltra i suoi gruppi di
fuoco stila una lista di potenziali disturbatori da eliminare – vedi cosa sta
succedendo a Adjabiya – e l’opera di “purificazione” continua anche dopo che la
conquista totale è compiuta. Chi contravviene allo spirito dello Stato islamico
incorre nel generico crimine di “rottura dell’unità dei ranghi” ed è punibile.
“A Sirte se vengono a catturare un uomo soltanto in un singolo appartamento
prima circondano il palazzo intero, piazzano cecchini sui tetti di fronte,
creano un cordone di sicurezza nelle strade tutto attorno fino a un chilometro
di distanza in modo che il bersaglio non possa scappare, se sfugge alla squadra
che lo cerca sarà preso ai posti di blocco”. Lo Stato islamico applica di
regola una quantità di forza che non lascia la possibilità di compiere gesti di
ribellione. Sirte, dice un avvocato libico che è scappato pochi mesi fa, è oggi
un posto sorvegliato, la gente non scende più in strada appena fa buio, passa
il tempo al chiuso, si muove lo stretto indispensabile, va a fare la spesa e
poi torna a casa. “In città è rimasto soltanto il 30 per cento della gente
rispetto a prima, soprattutto chi non ha i mezzi per trovarsi una sistemazione
altrove”.
A
sentire i racconti di chi ne è fuggito, Sirte non pare un modello attraente di
rinascita all’islam, e come spiega il New York Times in un reportage
straordinario uscito domenica il gruppo potrebbe considerare Sirte come una
“fall back option”, uno spazio di sicurezza dove ritirarsi se le cose vanno
male in Siria e in Iraq. Questa cosa, dicono a Misurata, è già cominciata. Una
fonte dell’intelligence militare libica assicura che è già arrivato uno degli
ideologi più conosciuti del gruppo, il giovane imam Turky al Binali, del
Bahrain, autore delle biografie autorizzate di Abu Bakr al Baghdadi e del
portavoce Abu Mohammed al Adnani. Nel luglio 2013, quando al Binali appoggiava
lo Stato islamico in segreto, scrivendo sotto un falso nome, visitò Sirte per
un ciclo di conferenze religiose che avrebbero dovuto far intuire qual era la
direzione che lui e la città avrebbero preso. In una foto iconica, al Binali
mostra il canale di scolo stradale di Sirte dove Gheddafi cercò invano scampo
dagli inseguitori e dalla morte nell’ottobre 2011.
Il New
York Times dice che i leader stranieri, iracheni e sauditi,  hanno preso
il controllo, alcuni libici sostengono che la leadership ha un volto locale.
Come si conciliano queste due versioni?
Forse
lo Stato islamico sta facendo in Libia come fece in Iraq negli anni dopo la
morte del fondatore, il terrorista giordano Abu Musab al Zarqawi. Per non
spaventare troppo i combattenti iracheni, già accusati di servire comandanti
venuti da fuori, lo Stato islamico mise un iracheno alla testa del gruppo, il
comandante Abu Omar al Baghdadi, ma di fatto al vertice c’era una diarchia,
perché Baghdadi (da non confondere con il successore) condivideva il potere con
un egiziano, Abu Hamza al Muhajir (conosciuto anche come: Abu Ayyoub al Masri).
Gli americani per lungo tempo credettero che fosse un trucco subdolo e che
Baghdadi fosse impersonato da un attore, assoldato per recitare i comunicati
jihadisti e zeppi di citazioni coraniche dettati dall’egiziano. Dovettero
ricredersi, Baghdadi esisteva davvero. Forse in Libia accade lo stesso, il
leader in assoluto più visibile è l’ubiquo Hassan al Karamy, sempre così in
prima fila nella propaganda. In fin dei conti, il nucleo originario dello stato
islamico in Libia è formato da una fazione scissionista di Ansar al Sharia e da
centinaia di libici tornati dalla Siria, i reduci del battaglione al Battar. E
il primo capo, morto a maggio nella conquista dell’aeroporto di Sirte, era Abu
Ibrahim al Misrati, quindi un libico di Misurata. I comandanti stranieri si
tengono defilati.

Il New
York Times (sì, ha pubblicato un reportage zeppo di informazioni) dice che in
Libia è arrivato, su una barca, Abu Ali al Anbari. Nel nord della Siria negli
anni scorsi si parlava molto di al Anbari, perché da prima dell’aprile
2013  Baghdadi gli aveva conferito l’incarico di trattare con i gruppi
della ribellione siriana, prima che cominciasse l’ostilità aperta e mortale di
oggi. Anbari girava le basi, risolveva gli attriti, preparava le fondamenta di
quello che è venuto dopo. Sembra bizzarro che sia stato spostato dalla Siria
alla Libia, ma è questo – si sostiene – il senso dell’operazione: ricreare a
Sirte lo stesso livello di organizzazione che potrebbe essere distrutto a Raqqa
(a Misurata si sente confondere il suo nome con quello dell’altro Anbari, Abu
Nabil, quello ucciso). Secondo la pubblicazione specializzata Intelligence
Online, al Anbari, che è un ex ufficiale dei servizi di sicurezza di Saddam
Hussein, si occupa della supervisione delle cellule dello Stato islamico
spedite in Europa, in Libano e nel Golfo a compiere attacchi in grande stile di
rappresaglia contro i civili. Se è vero, le barche che arrivano in Libia sono
più pericolose di quelle che partono.
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