Ucciso in Afghanistan il leader di Al Qaida. Biden: “Giustizia è stata fatta”

Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha annunciato che il leader di Al Qaida, Ayman al-Zawahiri, è stato ucciso in un’operazione antiterrorismo a Kabul, in Afghanistan, avvenuta lo scorso sabato. “Era il numero due di Biden Laden ed aveva partecipato molto attivamente alla pianificazione dell’attentato terroristico dell’11 settembre“, ha detto Biden. “Era uno dei principali responsabili degli attacchi che hanno ucciso 2.977 persone in territorio americano. Giustizia è stata fatta”.

L’operazione contro al-Zawahiri, che sarebbe stata effettuata coi droni, avviene ad alcuni mesi di distanza dal ritiro delle truppe americane dall’Afghanistancompletato al termine dell’agosto scorso. In un discorso alla nazione pronunciato allora, Biden aveva detto: “Gli Stati Uniti hanno fatto quello che dovevano fare in Afghanistan: prendere i terroristi che ci hanno attaccato l’11 settembre, assicurare alla giustizia Osama Bin Laden e ridimensionare la minaccia terroristica per evitare che l’Afghanistan diventasse una base per compiere attacchi contro gli Usa”.

Un’ immagine di archivio di Ayman Al Zawahri (a sinistra) e Osama bin Laden (a destra). Foto di ANSA

Nelle ultime ore, il presidente ha rievocato quelle parole e affermato che che questo attacco rientra in una promessa che ha fatto agli americani, cioè quella di continuare a contrastare il terrorismo sia in Afghanistan che altrove. “Gli Stati Uniti continuano a dimostrare la nostra risolutezza e la nostra capacità di difendere gli americani da coloro che cercano di fare loro del male. Stanotte l’abbiamo chiarito: Non importa quanto ci vorrà. Non importa dove vi nascondete, vi troveremo“.

La storia di Zawahiri

Nato a Giza, in Egitto, nel 1951, Ayman al-Zawahiri era cresciuto in una famiglia benestante e si era laureato in medicina, motivo per cui era conosciuto col soprannome “il dottore“. Come ricostruisce Il Corriere, già durante la giovinezza si era avvicinato all’Islam radicale anche grazie allo zio Mafhouz Azzam, un critico severo dei governi laici alla guida dell’Egitto negli anni Settanta. Agli inizi degli anni Ottanta, fu tra le centinaia di persone arrestate a seguito dell’assassinio del presidente egiziano Anwar al Sadat. Rilasciato poco dopo, si recò in Afghanistan, dove si unì alla resistenza dei mujahidin contro l’occupante sovietico: fu allora che per la prima volta entrò in contatto con bin Laden.

Già nel 1996 gli Stati Uniti lo ritenevano la minaccia più seria e credibile contro gli obiettivi americani e, dopo gli attentati dell’11 settembre, avevano messo una taglia di 25 milioni di dollari per informazioni utili alla sua cattura. Mentre Bin Laden era considerato il leader di fatto del gruppo terroristico, Zawahiri era il “leader intellettuale” e predicava che bisognava sconfiggere il “nemico lontano”, cioè Washington, come primo passo per arrivare ad unico califfato.

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