Trump scarica l’Europa su Hormuz: prima incendia la crisi, poi ordina agli alleati di arrangiarsi
La linea della Casa Bianca: “Prendetevi il petrolio da soli”
Donald Trump ha alzato ancora una volta il livello dello scontro con gli alleati europei sulla crisi dello Stretto di Hormuz, adottando una posizione che suona come un ultimatum politico e militare: gli Stati Uniti, ha fatto sapere, non intendono più garantire la sicurezza del passaggio energetico per conto di altri Paesi. Nei messaggi diffusi il 31 marzo 2026, il presidente americano ha attaccato in particolare i governi europei che non hanno sostenuto l’intervento militare contro l’Iran, arrivando a dire che i Paesi colpiti dalla stretta sul traffico energetico dovrebbero “andare a prendersi il proprio petrolio” e che la responsabilità di tenere aperto Hormuz spetterà a chi lo utilizza.
Il danno è già stato fatto
Il punto politico più esplosivo è proprio questo: la crisi non è teorica, è già economica. La chiusura di fatto dello Stretto da parte dell’Iran, maturata come risposta all’escalation militare USA-Israele, ha provocato una grave interruzione dei flussi energetici globali e un’impennata immediata dei prezzi. A fine marzo il Brent è salito fino a circa 116-117 dollari al barile, mentre in Europa sono aumentati anche i prezzi del gas, con timori sempre più forti su inflazione, crescita e tenuta industriale.
Hormuz vale un quinto del petrolio mondiale
Lo Stretto di Hormuz non è un passaggio secondario: è uno dei punti nevralgici dell’economia mondiale. Secondo le ricostruzioni citate negli ultimi sviluppi, da quell’arteria marittima transita normalmente circa un quinto del petrolio globale. Per questo la sua paralisi è stata descritta come una delle più pesanti shock petroliferi recenti, con ricadute immediate non solo sui carburanti, ma anche su trasporti, logistica, industria e fiducia dei mercati.
La strategia di Trump: colpire, poi sfilarsi
Trump ha accompagnato la retorica aggressiva con una chiara impostazione di disimpegno selettivo. Da un lato ha rivendicato la pressione militare sull’Iran e ha minacciato ulteriori devastazioni contro infrastrutture energetiche iraniane; dall’altro ha dichiarato che le operazioni statunitensi potrebbero terminare “molto presto”, indicando una finestra di due o tre settimane mentre la sua amministrazione persegue colloqui con Teheran. In parallelo, ha ribadito che la riapertura e il pattugliamento dello Stretto non sarebbero un compito americano, ma dei Paesi che dipendono da quel corridoio per approvvigionarsi.
Europa sotto pressione, ma senza mezzi reali
La richiesta americana arriva nel momento peggiore e mette a nudo un problema strutturale: l’Europa non dispone, da sola, di una capacità credibile e immediata per mettere in sicurezza Hormuz senza l’apparato logistico e operativo degli Stati Uniti. Le reazioni europee sono state caute ma tese. Diversi Paesi hanno rifiutato di farsi trascinare più a fondo nel conflitto: la Francia ha bloccato il transito di voli militari diretti a Israele attraverso il proprio spazio aereo, l’Italia ha negato un’autorizzazione dell’ultimo minuto a bombardieri USA in Sicilia, la Spagna ha rifiutato l’uso di basi e spazio aereo, mentre Regno Unito, Francia, Australia e Giappone hanno segnalato di non avere piani per inviare navi nello Stretto.
Il ricatto politico dietro la crisi energetica
Il messaggio di Trump è netto e ha un doppio bersaglio. Sul piano esterno, serve a scaricare sugli alleati il costo della stabilizzazione dopo l’escalation. Sul piano interno e commerciale, apre anche a una lettura più cinica: i Paesi europei colpiti dalla crisi energetica vengono spinti a comprare più petrolio e carburante dagli Stati Uniti, mentre Washington sostiene di poter coprire parte dei vuoti di offerta. Lo stesso Trump, nei suoi messaggi, ha suggerito ai governi in difficoltà per il carburante di rivolgersi al greggio americano. Questa è un’inferenza politica fondata sui suoi stessi interventi pubblici e sulla sequenza degli eventi: prima lo shock militare, poi l’offerta americana come via d’uscita.
Mercati in ostaggio dell’incertezza
Il problema, per l’Europa, è che la semplice prospettiva di una tregua non è bastata a rassicurare i mercati. Anche dopo la proroga concessa da Trump all’Iran fino al 6 aprile 2026, il prezzo del petrolio è rimasto su livelli elevati, segno che operatori e investitori non credono a una normalizzazione rapida. Il mercato continua a prezzare una crisi aperta, con il rischio concreto di ulteriori colpi alle infrastrutture, ai trasporti marittimi e alle forniture energetiche globali.
Il conto lo paga l’Europa
La sostanza è brutale: Washington ha contribuito a innescare una crisi regionale che ha effetti globali, ma ora pretende che siano gli altri a gestire le conseguenze più costose. Per l’Europa questo significa trovarsi schiacciata tra tre debolezze: dipendenza energetica, insufficienza militare autonoma e vulnerabilità economica ai prezzi delle materie prime. Trump, in altre parole, trasforma Hormuz in una clava geopolitica: colpisce l’Iran, umilia gli alleati e presenta il conto a chi non si è allineato.
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