TRAPIANTO A TEMPO DI RECORD: IL FEGATO VIAGGIA NELLA LOTUS DELL’ARMA

(di Anna Rosso) – Destinazione sala operatoria del Santa Maria della Misericordia. Ieri sul bolide dei carabinieri, una Lotus Evora S che può raggiungere i 285 chilometri orari, c’era il fegato di un donatore ricoverato all’ospedale Sacco di Milano, un organo che poche ore dopo è stato trapiantato con successo a una donna friulana dall’equipe udinese diretta dal professor Andrea Risaliti.

La corsa contro il tempo è cominciata verso le sei del mattino ed è terminata a Udine prima delle nove. La supercar, donata all’Arma dalla casa automobilistica britannica nel 2011, ha compiuto il suo primo viaggio della solidarietà nel capoluogo friulano.
La vettura, guidata dai militari del Nucleo operativo e radiomobile milanese che hanno seguito specifici corsi, viene impiegata quando non è possibile utilizzare elicotteri per motivi di sicurezza (buio o avverse condizioni meteo) e solo nei casi in cui gli organi non necessitino di personale medico a bordo.
«Il trasporto organi da parte delle forze dell’ordine – spiega il professor Risaliti, direttore della Clinica chirurgica e del centro trapianti dell’azienda ospedaliero universitaria di Udine – costituisce un’eccezione. Più spesso i trasferimenti avvengono a bordo di ambulanza o con elicotteri. Ma visto che questi ultimi non sempre possono alzarsi in volo e che i tempi dell’ambulanza sono spesso lunghi, i servizi svolti da queste auto sono davvero preziosi. Anzi, in determinati casi, quando l’organo è già stato espiantato da un po’, anche mezz’ora può fare la differenza».
Ieri mattina il personale del Centro trapianti ha mantenuto costantemente i contatti con l’equipaggio della Lotus “accolta” al casello di Udine sud dai colleghi del Norm di Udine e scortata sino all’ospedale dove tutto era già pronto per l’intervento che è durato circa quattro ore.
Quando si parla di trapianti il tempo è tutto. C’è quello che va dal momento dell’espianto al posizionamento nel ricevente (che gli esperti chiamano ischemia fredda, perché l’organo viene mantenuto a due gradi grazie al ghiaccio e ad altre particolari sostanze) e quello che serve dopo l’inserimento nel nuovo corpo per collegare tutti i vasi sanguigni (la cosiddetta ischemia calda).
«Mentre i tempi dell’ischemia calda sono più o meno analoghi – precisa il professor Risaliti -, in quanto i chirurghi impiegano quasi gli stessi minuti, il periodo di ischemia fredda in cui l’organo è fuori dai corpi è variabile e dipende principalmente dalla distanza tra donatore e ricevente. Ecco che se sono trascorse, per fare un esempio, tre ore dall’espianto mezz’ora in più o in meno non cambia nulla. Se sono invece passate già 14 ore, allora i minuti diventano importanti. Va poi considerato il tempo necessario per l’epatectomia (asportazione del fegato), visto che per prassi ora si attende l’arrivo dell’organo in reparto prima di avviare l’intervento».
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