“Sopravvivo per la verità”. Il dolore per il suicidio del figlio carabiniere

La procura di Brescia ha stabilito che il carabiniere Lamin Ben Yahia si è suicidato e non c’è stato mobbing. Ma la famiglia è ancora incredula. È quanto scrive Angela Leucci per il Giornale.it.

Una famiglia incredula chiede di “sapere la verità”. Si tratta della famiglia del carabiniere Lamin Ben Yahia, che il 16 agosto 2019, all’età di 23 anni, si è suicidato con la pistola d’ordinanza mentre era nel corpo di guardia di Vobarno, in provincia di Brescia. La famiglia del militare si è rivolta a “Chi l’ha visto?” perché non crede a quanto stabilito dalla procura di Brescia.

La morte di Lamin

Lamin era un giovane napoletano, il suo sogno era diventare carabiniere: il suo sogno si è in effetti avverato nel 2018, con grande orgoglio della sua famiglia. Così il giovane militare è stato mandato in Lombardia, a Vobarno.

Qui però un giorno commette un errore: permette a un uomo di firmare al posto della figlia assente, per l’autenticazione di una fototessera necessaria alla sostituzione di un documento rubato alla ragazza. Viene fatto notare a Lamin di aver commesso un’illegalità anche se in buona fede: potrebbe dover affrontare un procedimento disciplinare. Ma prima dell’eventuale procedimento, Lamin si suicida.

“Da quello che mi è stato detto – ha raccontato la mamma di Lamin, Annamaria – il maresciallo lo chiama e gli dice: ‘Guarda Lamin che dobbiamo andare davanti al maggiore per quella questione della firma’. E poi maresciallo cos’è successo? ‘Niente, è successo che lui è andato di là e abbiamo sentito uno sparo’. Alle 9 e un quarto, 9 e venti. E basta, questo mi è stato detto”.

Lamin è stato trovato a terra in un lago di sangue. In quei momenti concitati, qualcuno ha infilato la pistola in una busta di plastica, mentre sono stati chiamati un’ambulanza e i carabinieri del Ris. Contestualmente è stata avvisata la famiglia.

Le indagini e i dubbi della famiglia

Ciò che è emerso dalle indagini non soddisfa gli interrogativi ancora aperti per la famiglia di Lamin. “La sedia di mio figlio stava fuori nel giardino, avevano pulito tutto. Dopo un giorno. Secondo me, quella caserma doveva essere chiusa, stare sotto sequestro e fare indagini approfondite”, chiosa lapidaria Annamaria.

Il comandante della caserma di Vobarno ha reso noto che i rilievi sono stati effettuati dagli esperti del Ris e che soltanto successivamente la stanza in cui è avvenuta la tragedia è stata pulita. Il comandante ha inoltre affermato che rispetta il dolore della famiglia di Lamin e che ancora non è riuscito a trovare una spiegazione razionale per quello che è accaduto.

Le indagini hanno previsto un esame dello Stub, che ha rilevato sul carabiniere una particella peculiare e altre particelle compatibili con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco. I Ris però hanno anche chiesto accertamenti sulla divisa. “Hanno suggerito – precisa il fratello di Lamin, Faisal – di fare accertamenti sulla divisa, suggerendo al pubblico ministero, che aveva dato disposizione solo per lo Stub, di fare ulteriori indagini sul vestito. Nonostante ciò abbiamo ricevuto, tramite l’avvocato, ennesima istanza di archiviazione. [La divisa] è stata distrutta”.

La procura di Brescia ha stabilito che si è trattato di suicidio e, contrariamente alle affermazioni della famiglia, non c’è stata istigazione indotta da mobbing sul posto di lavoro. Ma i parenti di Lamin non ci stanno. “Io cerco di sopravvivere perché voglio sapere la verità”, dice mamma Annamaria.

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