“Salvate il soldato Crosetto”: il post di Vannacci, il “non lo sapevo” di Tajani e il nervo scoperto dell’intelligence militare
Crosetto a Dubai, voli sospesi e rientro congelato: i fatti (con date)
Nel giro di poche ore Dubai smette di essere una cartolina e diventa un punto interrogativo sulla mappa della crisi: l’escalation militare legata all’attacco in Iran si traduce in voli sospesi e rientri bloccati nel quadrante mediorientale. In questo scenario, sabato 28 febbraio 2026 emerge che il ministro della Difesa Guido Crosetto è a Dubai con la famiglia, in attesa della riapertura dei collegamenti per tornare in Italia: era partito da Roma con un volo civile per raggiungerli e rientrare poi insieme.
Intanto, mentre la tensione sale e le rotte vengono riscritte in tempo reale, diverse compagnie rimodulano o sospendono collegamenti nell’area: tra stop, ripartenze differenziate e finestre operative incerte, per alcune tratte l’orizzonte indicato si spinge fino ai primi giorni di marzo.
Il post di Vannacci: “operazione speciale” e lessico da forze speciali
È in questo scenario che l’europarlamentare Roberto Vannacci sceglie la cornice più tagliente: la parodia dell’operazione militare. Su Facebook pubblica un post con un titolo che suona come un manifesto: “Salvate il soldato Crosetto”.
Il testo, riportato da più testate, recita: “Salvate il soldato Crosetto. Partita l’operazione speciale per esfiltrare Crosetto: l’unico Ministro della Difesa che va in vacanza in una zona di guerra senza saperlo”.
La risposta di Tajani: “Io personalmente non lo sapevo” (e la scadenza del 7 marzo 2026)
La replica più pesante, sul piano istituzionale, non è una contro-battuta: è un’ammissione di mancata consapevolezza ai vertici del governo.
Oggi il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani, rispondendo ai cronisti alla Farnesina, dichiara: “Io personalmente non lo sapevo”, riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai. Tajani aggiunge di non sapere quando rientrerà e di sperare che sia prima del 7 marzo, data fino alla quale viene indicata la sospensione dei voli. Nella stessa occasione afferma anche che l’Italia sarebbe stata informata dal governo israeliano “ad attacco in corso”.
Il corto circuito politico: non è (solo) “dov’è il ministro”, ma chi sa cosa e quando
La polemica, sotto la superficie, non riguarda la destinazione o la scelta privata di un volo civile. Riguarda la catena dell’informazione in una crisi che evolve a ore: se sui social passa l’idea di un ministro “in vacanza” e, in parallelo, il titolare della Farnesina rivendica di non essere stato informato della sua presenza a Dubai, la domanda che resta sul tavolo è brutale e semplice: quanto è tracciabile, tempestiva e condivisa l’informazione critica quando lo scenario cambia prima ancora dei briefing?
È qui che la battuta diventa un problema: perché la satira attecchisce quando intercetta un vuoto percepito — e in materia di sicurezza quel vuoto, vero o presunto, vale più di mille smentite.
In uno Stato che funziona, quando un’area si incendia non ci si affida alla fortuna né al “si vedrà”: si attiva una catena di presidio fatta di consiglieri militari, canali diplomatici, staff politici e soprattutto della componente informativa che lavora nell’ombra. È lì che entrano in gioco il DIS, che coordina il comparto, e l’AISE, che raccoglie e valuta sul fronte estero, insieme a una rete di ufficiali di collegamento, analisti, contatti e operatori: non “007” da cinema, ma persone incaricate di trasformare segnali sparsi in un quadro utilizzabile. Se quella filiera è viva, il decisore non scopre gli eventi “a posteriori”, e le mosse non si improvvisano quando già stanno chiudendo le rotte.
Per questo la domanda che resta appesa non è moralistica e non è personale: che fine hanno fatto i consigli? Se un ministro glissa “sfrontatamente” su un warning chiaro, allora il problema è di scelta politica e di responsabilità del vertice: hai l’informazione, la capisci, decidi comunque diversamente e te ne assumi il peso. Se invece l’informazione non arriva, oppure arriva ma resta confinata in un circuito che non parla con gli altri — Difesa, Esteri, Palazzo Chigi, apparati — allora non è (solo) un problema del singolo ministro: è un tema di coordinamento, di passaggio di consegne, di procedure, di abitudini istituzionali che in crisi diventano falle. E c’è anche un terzo piano, il più subdolo: quando l’informazione arriva ma è così prudente, frammentata o datata da non tradursi in scelte operative; in quel caso non basta dire “era tutto imprevedibile”, bisogna chiedersi se il prodotto informativo fosse tempestivo, condiviso e soprattutto azionabile.
Per questo attribuire automaticamente la colpa a Crosetto è una scorciatoia comoda, ma rischia di sbagliare bersaglio. La questione seria è un’altra: se davvero il ministro che più insiste sul rafforzamento della Difesa e delle sue capacità si ritrova intrappolato nel frastuono mediatico, il punto non è “chi ha fatto la figuraccia”. Il punto è se la macchina — consiglieri, diplomazia, DIS, AISE — abbia funzionato come deve funzionare quando il mondo cambia in ore. Perché se i consigli c’erano e sono stati ignorati, è politica. Se i consigli non c’erano, o non sono arrivati bene, è sistema. E in entrambi i casi, non è una polemica da social: è una vulnerabilità.
Il nervo scoperto: intelligence militare e diplomazia di Difesa, tra “carrozzone” percepito e ambizione dichiarata
Nel dibattito italiano l’intelligence militare e, più in generale, la proiezione informativa della Difesa all’estero vengono talvolta liquidate come un apparato: un insieme di caselle, procedure, incarichi. Un “carrozzone”, appunto, più strutturale che funzionale.
Eppure, nei documenti ufficiali, la direzione indicata dal Ministero (ed in particolare dal Ministro Crosetto) va nella direzione opposta: trasformare la presenza estera in una capacità misurabile, con compiti espliciti di lettura anticipata delle crisi e di connessione tra attori civili e militari.
Nell’Atto di Indirizzo 2026-2028 (Edizione 2025) il Ministero indica che agli Addetti Militari vanno attribuite funzioni da “agenti” di diplomazia militare (ferme le prerogative del Capo Missione), con dipendenza funzionale dall’Autorità politica tramite il Defence Policy Director (DPD): tra i compiti elencati ci sono cooperazione militare e industriale, creazione di partenariati, comprensione predittiva delle dinamiche di sicurezza e diffusione della strategia comunicativa del Dicastero. E soprattutto: lo sviluppo di una “rete innovativa di condivisione e analisi multilivello dell’informazione” che colleghi strettamente gli Addetti con tutti gli attori impegnati all’estero per obiettivi di interesse nazionale, superando gli attuali vincoli temporali connessi alla durata del mandato attualmente relegati immotivatamente solo ad un triennio, (difesa.it)
Lo stesso impianto è già presente nell’Atto di Indirizzo 2025-2027 (Edizione 2024), che ribadisce il profilo degli Addetti come “agenti”, la dipendenza funzionale via DPD, e l’obiettivo della rete multilivello di condivisione e analisi dell’informazione, superando l’attuale vincolo di mandato triennale. (difesa.it)
In mezzo, tra carta e realtà, resta la frizione che il caso Dubai rende visibile: in tempi di crisi, la differenza tra “struttura” e “capacità” si misura in ore. E le ore, in politica e sicurezza, non perdonano.
Dalla battuta alla credibilità: Vannacci attacca, Parsi (LA7) replica e il caso Crosetto riporta tutti alla realtà
In controluce, questa vicenda racconta due Italie che non si parlano. Da una parte c’è la politica che vive di frasi rapide e frame da social: Roberto Vannacci che commenta l’attacco all’Iran parlando di violazioni del diritto internazionale e ironizzando sulle scelte dell’Unione Europea. Dall’altra c’è la responsabilità di governo che, quando la crisi accelera davvero, deve misurarsi con ciò che conta: tempestività delle informazioni, coordinamento tra dicasteri, capacità di leggere segnali e conseguenze in un teatro che cambia ora per ora.
È qui che la polemica smette di essere folclore: non perché un ministro debba essere trasformato nel bersaglio facile del giorno, ma perché la sicurezza nazionale non si gestisce a colpi di titoli. In quel perimetro, il punto politico non è lo sberleffo: è se l’Italia stia costruendo — oppure no — capacità, reti informative e strumenti di analisi all’altezza di crisi che si propagano in poche ore.
Il contraccolpo più netto arriva però sul terreno della credibilità. In una trasmissione su LA7, Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali all’Università Cattolica, ha dichiarato che Vannacci, nel periodo in cui era addetto militare a Mosca, avrebbe formulato valutazioni poi risultate errate sulla Russia e sul conflitto in Ucraina, mettendo così in discussione la sua autorevolezza nell’analisi geopolitica.
Ora però la conseguenza deve essere politica, non di palcoscenico: la riforma della diplomazia militare Crosetto l’aveva vista, pensata e messa in agenda prima degli altri, quando non faceva like e non apriva talk show. Adesso che i fatti ne hanno certificato l’urgenza, l’auspicio è che l’intero sistema — governo, apparati e Parlamento — la traduca finalmente in atti senza rinvii e senza alibi: perché una riforma che resta nei documenti non è prudenza, è inerzia.
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