Poliziotto morto per Covid, il fratello: «Lo Stato doveva proteggerlo»

«Vogliamo sapere se qualcuno ha delle responsabilità per il contagio di Candido, e se i sanitari hanno fatto tutto il possibile per evitare la sua morte». Gastone Avezzù è il fratello del poliziotto veneziano – in forza al reparto mobile di Padova – morto domenica a causa del Covid. Aveva 58 anni, non era vaccinato e ha manifestato i sintomi dopo una missione nell’hotspot di Taranto, dove diversi migranti avevano contratto il virus. I familiari dell’agente si sono già rivolti a un avvocato.

Avete dei dubbi sulle cure?

«Abbiamo sporto denuncia contro l’ospedale di Jesolo. Da quanto abbiamo ricostruito fino a questo momento, Candido ha scoperto di essere positivo il 23 luglio e cinque giorni dopo si è presentato ai medici, che l’hanno rispedito a casa con una cura antibiotica. Quando è tornato, pochi giorni dopo, i suoi polmoni erano già compromessi ed è stato necessario trasferirlo a Dolo, e da lì all’ospedale all’Angelo di Mestre, dove poi è morto. Vogliamo sapere se un ricovero tempestivo gli avrebbe salvato la vita».

Se si fosse vaccinato probabilmente sarebbe ancora vivo…

«Mio fratello non era un no-vax, nel senso letterale del termine: in passato si è sottoposto a tutte le vaccinazioni e pensi che nel 2020 si era candidato a fare da cavia per un nuovo vaccino, tutto italiano, contro il Covid. Lo considerarono non idoneo. Candido era solo contrario a farsi inoculare uno di questi vaccini, quelli attualmente in commercio, perché sono in fase sperimentale, diceva che non si sentiva sicuro e temeva gli avrebbero provocato una trombosi. Personalmente, ho fatto la stessa scelta: quando i vari Pfitzer e Astrazeneca saranno testati a dovere, magari me lo farò anch’io, ma fino ad allora mi proteggo utilizzando tutte le precauzioni. E lo stesso faceva Candido: indossava sempre la mascherina…».

Alla sua ex compagna, Gastone Avezzù diceva di sentirsi «più forte del virus»…

«Ci scherzava sopra, sì. Ma non è questo il punto».

E qual è il punto?

«Il governo non ha previsto l’obbligo vaccinale per gli appartenenti alle forze dell’ordine, e questo significa che lui aveva tutto il diritto di portare avanti la sua idea. Ma se lo Stato lascia i propri dipendenti liberi di non vaccinarsi, poi deve anche adottare delle cautele affinché non si contagino».

Si riferiva a questo, quando diceva di voler sapere «se qualcuno ha delle responsabilità per il contagio di Candido»?

«Certo. Noi familiari ipotizziamo una causa di servizio, e con i sindacati ci stiamo muovendo per dimostrare che ha contratto la malattia a causa del suo lavoro. Potevano mandarlo ovunque, invece hanno scelto di spedirlo a Taranto, in un hotspot pieno di migranti alcuni dei quali erano già risultati positivi al Covid».

A Taranto è rimasto dal 13 al 23 luglio. Lei è sicuro che si sia contagiato durante il suo servizio in Puglia?

«Per forza: proprio il 23 luglio ha scoperto di essersi contagiato, le tempistiche coincidono. Mi raccontò che le condizioni, all’interno dell’hotspot, erano davvero molto precarie, per questo sarebbe entrato in contatto con dei malati».

Cosa chiedete?

«Che sia fatta giustizia. Mio fratello era un brav’uomo che ha sempre servito lo Stato con passione e dedizione, aveva tanti progetti: il prossimo anno sarebbe andato in pensione e diceva di volersi trasferire dove abito io, in Brasile. Non meritava di fare questa fine così».

Corriere.it

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