POLIZIOTTO AVEVA PATTEGGIATO UN ANNO PER FALSO, ORA SI SCOPRE CHE È INNOCENTE

(di Andrea Garassino) – Aveva patteggiato un anno per l’accusa di falso. Ora, con la conclusione del processo al suo co-imputato, è emersa anche la sua innocenza. Giuseppe Cavuoti, 55 anni, sovrintendente capo della Polizia stradale di Saluzzo, nel 2004 era stato coinvolto nelle indagini per il furto di mobili e opere d’arte nella Palazzina di caccia sabauda di Stupinigi (Torino). Una vicenda che aveva destato grande scalpore.

Il responsabile dell’inchiesta era «Arciere», il maresciallo dei carabinieri Riccardo Ravera, che aveva anche partecipato con il capitano «Ultimo» alla cattura di Totò Riina. Il sottufficiale entrò in contatto con Cavuoti, che lavorava alla sezione di Polizia giudiziaria della Procura di Saluzzo, perché aveva conoscenze con gli ambienti dei nomadi della zona.

PRIMO E SECONDO GRADO 

In primo grado Ravera e Cavuoti erano coimputati. Nel 2005 la refurtiva fu fatta ritrovare in un campo. Per il furto furono perseguiti alcuni componenti della famiglia sinti Decolombi.

Dopo dodici anni, ricostruzioni e processi, adesso giunge il colpo di scena. Uno dei fratelli Decolombi, l’altro giorno, nel processo di secondo grado a Torino, ha rilasciato dichiarazioni che hanno scagionato il militare dell’Arma e, di conseguenza, avrebbero provato anche l’estraneità dell’agente saluzzese.

LA RICOSTRUZIONE 

Il pm di Torino, Andrea Padalino, sosteneva, con la sua inchiesta nei confronti dei due esponenti delle forze dell’ordine, che insieme avessero inventato una circostanza, in quanto complici dei sinti. Cioè che i mobili rubati, nelle fasi calde della trattativa per la restituzione, fossero in partenza per i Paesi arabi. E così i due investigatori avevano riportato nelle rispettive relazioni di servizio. Ma in primo grado, Decolombi aveva negato la circostanza.

Diversa la dichiarazione in Appello, dove ha, invece, riferito ai giudici di essere stato lui a raccontare dell’imminente trasferimento della refurtiva. Il «report» di «Arciere», quindi, non era falso.

IL SOVRINTENDENTE

Raggiunto al telefono, il sovrintendente capo saluzzese dice: «Non voglio commentare in alcun modo questa vicenda. Per me è una storia conclusa da tempo».

All’epoca, Cavuoti aveva trascorso quindici giorni in carcere, durante la prima fase dell’inchiesta. Era poi stato sospeso per due anni dal servizio. Quando è rientrato al lavoro, dopo il patteggiamento, è stato trasferito per oltre un anno alla sede di Bra, prima di fare rientro a Saluzzo. La polizia, nei suoi confronti, ha anche aperto e portato avanti un procedimento disciplinare.

Ravera era anche imputato di favoreggiamento, reato che è andato prescritto.

LA REVISIONE DEL PROCESSO?

L’avvocato Enrico Girardi di Torino, che difendeva Cavuoti, potrebbe ora richiedere la revisione del processo.

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