Pensioni militari e forze di polizia nel mirino del governo: ‘L’Italia rischia un’armata di nonni’

Per il personale militare e delle forze armate potrebbe cambiare la pensione di anzianità che prevede l’uscita dal servizio a 58 anni. Nel 2012, la Fornero aveva “salvato” questa tipologia di pensioni ma adesso, dopo 10 anni, stanno venendo a mancare i presupposti per mantenere questo tipo di “privilegio”. Attualmente, le pensioni dei militari, in particolare quelle di anzianità, si maturano con 35 anni di contributi e 58 anni di età esattamente come funzionava una volta per tutte le categorie. L’alternativa riguarda la possibilità di lasciare il servizio con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età.

Dal prossimo anno potrebbe essere impensabile ricevere un assegno pensionistico ritirandosi dal mondo del lavoro senza aver compiuto 60 anni: è questa l’ipotesi che si fa strada nel governo, che vuole eliminare il pensionamento anticipato perché troppo costoso e perchè costituirebbero un privilegio soltanto per pochi lavoratori rispetto alla stragrande maggioranza.

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Il Governo sta riflettendo – oltre alla possibilità suddetta di eliminare le opzioni di pensionamento anticipato – sulla cancellazione dell’agevolazione che evita l’adeguamento dei requisiti a coloro che hanno 35 anni di contributi.

In tal caso, dunque, il limite di età per l’accesso alla pensione di vecchiaia tornerebbe ad essere tra i 61 e i 66 anni (requisito aggiornato dal 1° gennaio 2019) sia per coloro che hanno 20 anni di contributi che per chi arriva a 35 anni.

E il requisito anagrafico sarebbe anche soggetto ai prossimi adeguamenti, il cui prossimo è previsto per il 1° gennaio 2023 (quando comunque non dovrebbe esserci alcun rialzo visto che il Covid ha abbassato le aspettative di vita).

“Oggi pare che in Italia si voglia costituire ‘un’armata di veterani’, ‘di anziani’ ovvero di persone che, in gran maggioranza, usciranno quotidianamente da casa per dismettere i panni di nonni amorevoli e indossare una divisa per difendere il territorio nazionale e la sicurezza dei cittadini o magari per recarsi in teatri operativi al di fuori dei confini nazionali!”.

E’ il commento del segretario generale del Nuovo sindacato carabinieri dell’Emilia-Romagna Giovanni Morgese alle ipotesi di modifica delle pensioni per gli operatori del comparto Difesa-Sicurezza “con l’ulteriore trattenimento in servizio (61-66 anni)”.

Morgese lo scrive in una lettera aperta alle istituzioni, chiedendo un intervento urgente e un’inversione di tendenza, di fronte al rischio dell’innalzamento dei requisiti per il collocamento in quiescenza del personale non dirigente delle forze armate e di polizia.

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“Abbiamo assistito, di recente, alla diramazione, da parte di talune Amministrazioni – dice – di puntigliose circolari nelle quali si richiama e valorizza, con ottimo fraseggio, ma senza fornire alcuno strumento o contributo concreto, almeno per un’accettabile realizzazione degli obiettivi, la necessità di rimanere snelli, atletici e salutisti, per garantire gli standard di efficienza in contesto di servizio e, aggiungeremmo, per essere in grado di scendere e salire da autoradio sempre più ad effetto estetico, ma al contempo contenute, rigide, prive di minimi comfort (per chi, in sostanza, nell’autoradio “vive” tutti i giorni) e che pertanto possono creare stress, disagio e autentiche limitazioni posturali e di movimento agli equipaggi”.
Ma “tutto lo sforzo che viene richiesto sarà premiato alla fine? Certo! Con pensioni sempre meno dignitose e fondi integrativi mai costituiti”.

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