Pensioni

Militari e Poliziotti con la pensione dimezzata: Strasburgo presenta il conto all’Italia, “discriminati per trent’anni”

Il paradosso della sicurezza: servitori dello Stato senza futuro previdenziale

In Italia, chi veste un’uniforme sembra essere destinato a una vecchiaia di incertezza economica. Mentre il sistema previdenziale italiano completava la sua transizione dal metodo retributivo a quello contributivo con la riforma Dini del 1995, il legislatore aveva previsto un paracadute: la previdenza complementare. Peccato che, per il comparto Sicurezza e Difesa, quel paracadute non sia mai stato aperto. Da oltre venticinque anni, i militari e le forze di polizia attendono l’istituzione del cosiddetto “secondo pilastro“, ovvero quei fondi pensione integrativi che dovrebbero colmare il baratro economico creato dal nuovo metodo di calcolo. Il risultato? Una riduzione significativa della pensione rispetto all’ultimo stipendio, che espone i lavoratori a una drastica perdita di potere d’acquisto al momento del congedo.

Venticinque anni di inerzia: le leggi rimaste sulla carta

Non è una questione di assenza di norme, ma di una cronica inazione amministrativa. Già il Decreto Legislativo 124/1993 e la Legge 448/1998 imponevano l’avvio delle procedure di negoziazione e concertazione per istituire i fondi pensione per il personale militare. Nonostante le sentenze del TAR del Lazio del 2011 abbiano confermato l’esistenza di un vero e proprio obbligo di provvedere in capo alle amministrazioni, lo Stato è rimasto immobile, arrivando persino a ignorare la nomina di commissari ad hoc. Questa “inerzia protetta” ha creato una frattura insanabile tra i diritti dei lavoratori del pubblico impiego “privatizzato”, che godono regolarmente di fondi come Espero o Perseo Sirio, e quelli del comparto Difesa, lasciati in un limbo normativo ed economico.

La denuncia di ASSO.MIL.: una discriminazione intollerabile

L’Associazione Sindacale Militari (ASSO.MIL.), guidata dal presidente Federico Menichini e difesa dall’avvocato Egidio Lizza, ha deciso di alzare il livello dello scontro portando il caso davanti al Comitato Europeo dei Diritti Sociali. Il reclamo n. 213/2022 denuncia la violazione dell’Articolo 12 (Diritto alla sicurezza sociale) e dell’Articolo E (Non discriminazione) della Carta Sociale Europea riveduta. Secondo il sindacato, il comportamento dell’Italia non è solo un’omissione burocratica, ma una vera e propria lesione del diritto di proprietà e una discriminazione palese che mina la dignità di chi ha servito il Paese.

Il muro di gomma dello Stato e la vittoria sull’ammissibilità

La difesa del Governo italiano ha tentato inizialmente di smontare il reclamo puntando su vizi di forma, contestando la legittimazione attiva di ASSO.MIL. e sostenendo che l’istituzione dei fondi sia una “facoltà” e non un obbligo vincolante. Tuttavia, il 23 maggio 2023, il Comitato Europeo ha respinto queste eccezioni, dichiarando il reclamo ammissibile e riconoscendo ad ASSO.MIL. la capacità di rappresentare gli interessi collettivi dei militari in sede internazionale. Lo Stato italiano si trova ora a dover rispondere nel merito di un ritardo ultraventennale che la giurisprudenza ha già definito come una condizione di “intollerabile incertezza” per i lavoratori.

La vittoria di ASSO.MIL.: Strasburgo condanna l’Italia per discriminazione

La svolta è arrivata il 4 marzo 2026, quando il Comitato Europeo dei Diritti Sociali (CEDS) ha reso pubblica una decisione storica sul reclamo n. 213/2022 presentato dall’Associazione Sindacale Militari (ASSO.MIL.). I militari hanno ottenuto il riconoscimento della violazione dell’Articolo 12 (diritto alla sicurezza sociale) e dell’Articolo E (non discriminazione) della Carta Sociale Europea. Il Comitato ha sancito che il trattamento differenziale basato esclusivamente sullo status professionale è una “flagrante discriminazione, ingiustificata e sproporzionata”, bocciando senza appello le difese del Governo italiano che tentavano di giustificare un ritardo ormai ultraventennale.

Il conto del ritardo: un’emorragia da 250 milioni di euro annui

La negligenza dello Stato ha ora un prezzo preciso e pesantissimo. Secondo i dati emersi, l’attivazione della previdenza complementare per i circa 476.000 poliziotti e militari attualmente in servizio comporterebbe un onere finanziario immediato. Applicando il medesimo schema contributivo dei fondi negoziali già esistenti (come Espero e Perseo), che prevede un contributo datoriale pari all’1% della retribuzione a fronte di un versamento analogo del lavoratore, l’onere potenziale per le casse pubbliche ammonterebbe a circa 250 milioni di euro annui. Questa cifra rappresenta il capitale che lo Stato avrebbe dovuto versare regolarmente e che invece è stato sottratto ai fondi integrativi, privando i lavoratori di contributi, rendimenti finanziari e agevolazioni fiscali per quasi tre decenni.

Dure critiche al Governo: “Hanno tentato di affossare i nostri diritti”

Il presidente di ASSO.MIL., Federico Menichini, ha espresso parole durissime verso l’attuale Esecutivo, accusandolo di aver ostacolato le rivendicazioni sindacali nonostante le promesse di vicinanza al comparto. Secondo Menichini, il Governo avrebbe addirittura tentato di mettere in discussione la titolarità rappresentativa del sindacato per evitare di sanare una situazione che trascina danni tangibili da oltre trent’anni. “Ci saremmo aspettati un dialogo per trovare un punto d’incontro,” ha dichiarato Menichini, sottolineando come questa vittoria legale a Strasburgo sia un risultato fondamentale che i tribunali nazionali non potranno più ignorare nella tutela di migliaia di lavoratori in divisa.

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Andrea Valenti – Analista di sicurezza e informazione strategica
Analista di sicurezza e informazione strategica

Andrea Valenti

Andrea Valenti è un analista indipendente specializzato in difesa, sicurezza nazionale, geopolitica e informazione strategica. Su InfoDifesa.it cura contenuti basati su fonti verificate e analisi contestualizzate, con particolare attenzione alla resilienza informativa e ai temi di sicurezza globale.