MILITARI E MALAGIUSTIZIA: GLI ERRORI GIUDIZIARI E GLI ORRORI DEL SISTEMA

Dura lex sed lex? La legge è uguale per tutti? Magari.

Per i militari la legge è meno uguale. Non sono pochi infatti i filoni giudiziari (amministrativi e penali) instaurati ai danni di cittadini con le stellette che in fondo al lunghissimo tunnel della lenta giustizia trovano una piena assoluzione. Ma nel frattempo? Le traversie giudiziarie lasciano comunque un segno economico e morale, ledono la rispettabilità del militare coinvolto e generano riflessi inevitabili sulla famiglia.

Abbiamo riportato decine di casi, il più conosciuto del Capitano Ultimo, ai meno noti come i casi di Francesco Raiola (Raiola ha vissuto oltre 4 mesi agli arresti domiciliari e ha scontato 21 giorni di carcere, di cui quattro in cella di isolamento nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Gli inquirenti ritenevano che quando il militare in un’intercettazione diceva di portare “due chili di roba” si riferisse a droga, mentre si trattava più semplicemente di mozzarella con cui doveva omaggiare i suoi commilitoni della caserma di Barletta dove prestava servizio. A causa dello stress accumulato a Raiola, sposato con due figli, è stato anche diagnosticato un melanoma maligno), del Brigadiere De Sapio (De Sapio finì in galera l’8 marzo, festa della donna, del 2008. Si è fatto diciannove giorni di carcere militare a Santa Maria Capua Vetere, dove conobbe anche Bruno Contrada. E la sua vicenda è analoga, almeno su un punto, a quella dell’ex numero tre del Sisde: il presunto accanimento per far passare De Sapio, proprio come Contrada, come uno che faceva il doppio gioco con la criminalità organizzata.) e nei giorni scorsi quello dell’Appuntato Maculan.

Carriere spezzate e vite rovinate da indagini che hanno destato non poco scalpore ed in molti casi, caratterizzate dall’onta della detenzione. Non tutti i casi balzano agli onori della cronaca, non tutti durano anni, non sempre c’è la reclusione. Sono tanti i casi che rimangono in un angolo buio dei media, che feriscono senza clamore, ma lasciano la macchia indelebile, l’infamia del pregiudizio. Per loro nessuna soddisfazione, nessuna morale riabilitazione. Solo la “fortuna” di aver avuto velocemente giustizia.

Ma non bastano titoli di giornali o qualche migliaio di euro per risarcire chi subisce processi infondati (in aula e sui giornali) perché la dignità lesa vale molto di più e la reputazione persa non si recupera più. Il giustizialismo è come una malattia che colpisce in modo acuto e passa lentamente. E non esiste il “contrario” della detenzione, perché la persecuzione toglie la libertà anche fuori dalle carceri.

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