L’ex comandante dei carabinieri di Tolmezzo: «Rivendevamo insieme la droga sequestrata»

UDINE. Sì, mentì per proteggere un amico. Ma ora che per lui la vicenda è chiusa, con una sentenza di patteggiamento della pena a 4 anni di reclusione e 18 mila euro di multa diventata irrevocabile, e che a fare i conti con la giustizia è rimasto quel suo stesso amico, accusato a sua volta di avere tradito l’Arma e lucrato sul malaffare, è tempo di ritrattare la versione resa nell’immediatezza dell’arresto, nell’agosto del 2011. Demetrio Condello, l’ex comandante del Norm di Tolmezzo condannato per l’appropriazione di dosi di sostanze stupefacenti, lo ha dichiarato senza giri di parole, ieri, davanti al tribunale collegiale di Udine chiamato a giudicare le condotte dell’ex brigadiere Silvio Gianblanco, allora suo braccio destro: ad arricchirsi dalla vendita della sostanza sequestrata nelle operazioni antidroga condotte al Rototom e nel resto del Friuli furono entrambi.

L’idea maturò nel 2008. «Avevamo la disponibilità di ingenti quantitativi di droga custoditi in caserma, in armadi corazzati – ha detto Condello, citato come teste dal pm Luca Olivotto nel processo a carico dell’ex collega –. E potevamo contare anche su un ottimo informatore. Fu così che un giorno, parlando con Gianblanco, pensammo che avremmo potuto guadagnare soldi consegnandogli una parte di quella stessa sostanza per la quale era già stata disposta la distruzione».

Due gli episodi ricordati da Condello nell’ora e mezza di audizione incalzata dalle domande del magistrato e dell’avvocato Maurizio Conti, difensore di Gianblanco. Il primo risalirebbe alla fine del 2008, quando insieme si recarono dall’informatore per proporgli l’acquisto di alcune decine di grammi di cocaina e la possibilità di diventare il loro cliente di fiducia. L’affare si concretizzò di lì a poco con consegna della droga.

«A febbraio ci diede 1.800 euro e a marzo saldò il resto a Gianblanco», ha riferito Condello. La seconda cessione, indicata in circa 700 grammi di hascisc, «una parte dei quali – ha precisato – detenuti da Silvio nella caserma di Buja» sarebbe stata più tribolata. «Non so perché, l’informatore non li accettò subito. E comunque per quelli non ci fu pagamento – ha ricordato Condello –, perché poi io fui arrestato».

In tutte le altre circostanze contestate «non ero con Gianblanco – ha detto –: ci andava lui e poi si divideva».Partite ad altissimo rischio, ha osservato l’avvocato Conti, considerato che si trattava di sostanza che, finché in custodia, qualsiasi magistrato avrebbe potuto chiedere di esibire in aula. «Per giustificarne la sparizione – ha spiegato Condello – avrei parlato di calo fisiologico della cocaina, visto che con il tempo perde peso». Invece, le indagini coordinate dall’allora Procura di Tolmezzo misero a nudo una deplorevole verità. E Condello, all’inizio, decise di assumersene per intero la colpa. «Al pm disse di avere fatto tutto lei», gli ha ricordato l’avvocato Conti. «Fino a mezz’ora prima dell’arresto comandavo un reparto dell’Arma dei carabinieri: ero choccato, sebbene mi rendessi conto di avere fatto cose orribili – ha risposto, senza mai volgere lo sguardo verso l’imputato –. Sul momento, allora, pensai di proteggere Gianblanco: era il mio migliore amico e non me la sentii di coinvolgerlo»

Redazione articolo a cura di Luana De Francisco per il Messaggero Veneto

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