L’EVOLUZIONE DEL TERRORISMO ISLAMICO: DAI LUPI SOLITARI AL BRANCO

(di Franco Iacch) – Lone
Wolf, lupo solitario. Sebbene non agisca mai da solo, è considerata
l’arma più pericolosa del pianeta per la sua difficile individuazione e la
capacità di colpire bersagli altamente sensibili o poco protetti, ma di enorme
impatto emotivo.

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La
cintura esplosiva indossata da un kamikaze, ad esempio, è ritenuta
la granata a frammentazione perfetta, per il duplice motivo di essere
“intelligente” e “mimetizzata”.

Ma il
concetto di “lone wolf” si è ormai evoluto, tanto che adesso potremmo parlare
persino di branco. Teorizzato durante la “guerra globale al
terrore” dell’amministrazione Bush nel 2001, il concetto del lupo
solitario nasce come contenitore verbale per racchiudere le minacce jihadiste
globali, strutturalmente diverse dalle storiche e grandi organizzazioni
terroristiche.
Il
terrorismo, per sua natura, ha la capacità si scardinare gli schemi classici,
portandoli ad un altro livello. La nuova strategia dello Stato islamico, così
come confermato dall’Europol poche ore fa, mira alla creazione di piccole unità
coordinate da un comando centrale e del tutto autosufficienti. Per definizione,
un terrorista è spinto da obiettivi politici, ma tali motivazioni
di solito non rappresentano fattori predittivi per un possibile attentato. I
lupi solitari, condividono la simile psicologia, la stessa che li ha estraniati
dalla società che hanno iniziato ad odiare: l’ansia da riscatto sociale è
componente essenziale dell’individuo che si avvicina ai movimenti radicali
jihadisti. I lone wolf dello Stato islamico si discostano da quelli teorizzati
quindi anni fa. Molti di loro (così come avvenuto per gli episodi avvenuti in
Francia ed in Belgio) provengono dal mondo criminale. Proprio la criminalità
continua ad intrecciarsi sempre più con l’estremismo. Ecco che allora il
concetto stesso di terrorismo assume un nuovo significato: la causa politica o
religiosa, diventa soltanto il pretesto per continuare un comportamento
illecito.
L’evoluzione
del lone wolf va quindi ricercata nel branco criminale consacrato
alla causa jihadista. Se il lone wolf (che solo non è mai) potrebbe essersi
evoluto in branco per massimizzare l’efficacia e coordinare gli attacchi, il
terrorismo islamico ha già dimostrato il fine delle sue azioni contro
l’Occidente: spettacolarizzare la morte. La sensazione di insicurezza costante,
il modificare il proprio stile di vita, il cedere alcune libertà individuali
sacrificandole sull’altare della sicurezza: il terrorismo si pone l’obiettivo
di scardinare gli schemi classici, modificando e plasmando lo status quo che la
società conosce.
Gli
attentati di Parigi ad esempio hanno dimostrato un target comune: gli stadi.
Sotto il profilo culturale, gli stadi rappresentano i templi dello sport per
eccellenza dell’Occidente. Ecco che la struttura che ospita lo sport diventa
teatro di battaglia. Di per se, la deflagrazione di un ordigno è soltanto il
primo passo, per certi versi quello “meno” traumatico rispetto alla paura che
episodi del genere instillano nella massa. E la paura, rispetto al dolore che
si può trasformare in perenne ricordo, rimane una costante che modifica il modo
di vivere. Quindi, la strategia degli stadi (al momento è localizzata in
Europa) ha già dimostrato di avere senso e si colloca in una nuova tattica che
mira alla dispersione delle forze massimizzando la paura nelle masse.
Gli stadi dicevamo.
Ospitano decine di migliaia di persone: alcune strutture sono in grado di
contenere anche 90 mila tifosi. Non si prestano a tutti gli attacchi. A
differenza dellametropolitana, per esempio, attaccare con il gas uno
stadio non avrebbe senso per il fatto che si trova in una condizione ottimale
sotto il profilo del riciclo dell’aria. Lo stadio in se, però, ha un fattore
determinante: ospita una folla che potrebbe, in pochissimo tempo, diventare
ingestibile. Se uno degli attentatori di Parigi, fosse riuscito a farsi
esplodere o a far detonare un ordigno a ridosso di un gate stracolmo di tifosi,
si sarebbe scatenato l’inferno. Ma più di ogni altra cosa lo stadio ha una
caratteristica particolare: la diretta televisiva.

Sappiamo
che lo Stato islamico è, almeno ufficialmente, in lotta con
al-Qaeda. Quest’ultima non riconosce la sovranità del Califfato. Nonostante
l’Isis abbia superato in tutto al-Qaeda, manca ancora del suo “spot” mondiale
come quello indelebile dell’11 settembre. Ed è questo che cercano quelli
dell’Isis: un “promo” del terrore in diretta mondiale per il califfo. I social
permettono di raggiungere milioni di persone, ma tale raggio d’azione non è
lontanamente paragonabile ad una diretta televisiva di una partita di calcio,
seconda forse ad una partita di football americano. Il terrorista della porta
accanto ha dalla sua l’anonimato, la capacità di essere insospettabile e la
possibilità concreta di costruire una pentola a pressione riempita di
esplosivo. E’ ritenuto l’IED più facile da realizzare perché, oltre
all’esplosivo in se, può essere realizzato con materiali facilmente reperibili,
alcuni dei quali disponibili in ogni casa. La detonazione può essere attivata
da un semplice dispositivo elettronico come un orologio digitale, una sveglia o
un telefono cellulare. La potenza dell’ordigno dipende dalla quantità di
esplosivo che può essere riposto all’interno. La pentola a pressione, per la
sua particolare forma e chiusura, appunto a pressione, contiene inizialmente
l’espansione dell’energia, moltiplicandola esponenzialmente. Considerando,
infine, l’incredibile possibilità di collocare all’interno qualsiasi oggetto
domestico, come chiodi o bulloni, si capisce la capacità di frammentazione
della pentola a pressione, potenzialmente letale alla brevissima distanza. E le
istruzioni sono disponibili sulla rete.
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