LA RABBIA DEL MARESCIALLO GIANGRANDE: “ACCETTO LA CROCE MA IL PERDONO MAI”

(di Grazia Maria Coletti) – «Accetto la croce, sono religioso, ma il perdono mai». Lo
straccio di normalità ritrovato con il ritorno a casa a Prato, insieme alla
figlia Martina, è durato solo pochi mesi.

Un nuovo ricovero in
ospedale
per il maresciallo Giuseppe Giangrande, 52 anni a settembre. Che
ora, dal suo letto d’ospedale a Firenze, nel secondo anniversario della
sparatoria a piazza Colonna, chiude alla
possibilità di un gesto di clemenza verso Luigi Preiti
, il muratore disoccupato
di Rosarno che gli sparò un colpo di pistola alla testa da distanza ravvicinata
che lo colpì al collo, ferendolo gravemente.
Più volte la figlia interpellata sulla parola «perdono»
aveva sviato rinviando la possibilità. Ma adesso è il padre a parlare. Il perdono a Preiti? «Ma come si fa? non
c’è verso, non si può» dice Giangrande. E noi – l’Italia che lo ama e ama i
carabinieri – siamo con lui.

Le sofferenze per il gesto del disoccupato che ce l’aveva con il mondo e i
politici, ma aprì il fuoco contro
quattro carabinieri in servizio
davanti a Palazzo Chigi con la sua Beretta
7,65, il 28 aprile 2013 nel giorno del giuramento del Governo Letta, per
Giangrande aumentano sempre di più.

Il ritorno in ospedale, «con la febbre alta anche se
altalenante» spiega la figlia Martina, è stato una gran «botta» per il
maresciallo, impegnato dal giorno del ferimento in un lungo e difficile
percorso di riabilitazione. Una gran botta anche per Martina. «A pochi giorni
dall’anniversario sembra quasi di essere punto e da capo. Papà è di nuovo
ricoverato in ospedale a Firenze perché ha avuto delle complicazioni – conferma
la figlia Martina -.
Lunedì mattina siamo andati all’Unità spinale del Cto di
Careggi per i controlli di routine che papà fa ogni mese e mezzo ma è dovuto rimanere.
Al momento hanno ipotizzato 40-50 giorni di ricovero».
Quale è il motivo è lo stesso Giangrande a raccontarlo.
«Eravamo entrati per il solito controllo un mini ricovero di 3-4 giorni per gli
esami di routine – dice il maresciallo Giangrande – ma ci siamo accorti che la piccola lesione da decubito all’osso sacro
aveva fatto più danni di quello che che ci aspettavamo.
Il primario di
urologia, il professore Del Popolo, ci ha spiegato che serve un’operazione di
ricostruzione plastica, che richiede una degenza più lunga e un’attenzione
particolare, soprattutto per evitare infezioni, che potrebbero compromettere il
mio sistema immunitario che non è più quello di prima». Per tornare a casa c’è
tempo. «Se ne riparla alla fine di maggio».

La strada per Giangrande è ancora tutta in salita. «Papà aveva recuperato solo
alcuni movimenti delle braccia, del collo, e del busto, in fase di sviluppo con
un nuovo percorso di fisioterapia, ma non è che possa prendere un bicchiere in
mano o mangiare da solo, ma almeno il proiettile che lo ha ferito al collo non
lo ha toccato a livello neurologico e del linguaggio, è sempre lui, lucido,
chiacchierone». E non ha mai perso il suo umorismo.
E quando gli diciamo, a
proposito della sua promozione a maresciallo

(era brigadiere all’epoca della sparatoria), che gli italiani gli darebbero i
più alti gradi, Giangrande non si smentisce: «Generale io? Macché – ribatte –
poi mi monto la testa, va bene maresciallo» ribatte fiero ricordando la sua
promozione «a settembre dell’anno scorso», con il generale Leonardo Gallitelli,
fino a gennaio scorso comandante generale dell’Arma, che è andato a
consegnargli la promozione con le onerificenze da maresciallo, la pergamena e
tutto il resto «quando era nell’ultimo periodo all’ospedale di Montecatone a
Imola, dove è stato ricoverato per 18 mesi» ricorda Martina.
E ora che peccato. Lo straccio di normalità riassaporato con
il ritorno a casa a Prato da dicembre è già finito. «Questo secondo
anniversario speravamo di passarlo fra le pareti di casa» si rammarica ancora
la ragazza, che tra due settimane compie 25 anni, nella casa dove fino a
gennaio 2013 viveva anche la mamma, morta a 52 anni, «tre mesi prima della
sparatoria» ricorda Martina. Una normalità comunque dura, a giudicare dalla
giornata tipo che racconta. «La mattina lo svegliamo, ho una persona che mi aiuta,
lo laviamo, lo prepariamo, quando deve fare fisioterapia viene la croce rossa
che ce lo porta, nel frattempo sistemo la casa, faccio la spesa, poi ritorna,
prepariamo il pranzo, gli diamo da mangiare, e tutta la giornata è legata a
lui». Spazio per un lavoro non ce n’è più. «Lavoravo in un negozio per bambini,
dove si organizzano feste ed eventi per ragazzi, tutta acqua passata, e un
altro lavoro non l’ho più trovato e non ne avrei neanche il tempo».
Insomma, oltre al male che ha fatto, Preiti ha stravolto la
vita a una famiglia. Eppure di quello che è accaduto, «oggi papà ne parla
tranquillamente» dice Martina. «Non lo ricordo con rancore o con tristezza»
conferma il maresciallo Giangrande «ormai fa parte della nostra vita», anche se
«non ho avuto un piano B, non ce n’è stato il tempo». Certo ci sono stati anche
i momenti di «rabbia», anche perché «ci sarebbe stato meno dispiacere se ci
fosse stata una motivazione al gesto di Preiti – afferma Giangrande -.
Uno avrebbe potuto anche comprendere, ma non essendoci una
motivazione valida ti resta difficile anche provare a capire. Anche se fosse
stato pazzo, una si sarebbe fatto una ragione, almeno avrei potuto dirmi che
sono incappato in un matto». Ma non è andata cosi. A febbraio, lo ricordiamo,
la corte di Appello di Roma ha respinto la richiesta della difesa di disporre
una perizia psichiatrica, e condannato l’imputato alle spese di giudizio in
favore dei militari feriti e del ministero della Difesa, oltre a Giangrande, i
carabinieri Francesco Negri, Delio Marco Murrighile e Lorenzo Di Marco.

I sei colpi esplosi dalla sua Beretta 7,65, scrisse il gup
nella motivazione della prima condanna, furono «inequivocabilmente idonei ed
univocamente diretti a procurare la morte dei carabinieri Giuseppe Giangrande,
Francesco Negri, Delio Marco Murrighile e Lorenzo Di Marco».
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