«IO, DONNA CARABINIERE E L’ORGOGLIO DELLA DIVISA DI MIO PADRE»

Nel 2000 ci fu un’altra rivoluzione per tutte le Forze Armate e, quindi, anche per l’Arma. Una rivoluzione “rosa”. Furono arruolate le prime donne carabiniere, in applicazione della legge approvata nell’ottobre del 1999 che prevedeva l’ingresso nelle Forze Armate di personale femminile.

Le donne sono state via via immesse in tutti i ruoli dell’Arma. Nei primi mesi di quest’anno erano quasi 3700: per metà ufficiali e marescialli, e per metà brigadieri, appuntati e carabinieri. Sono, ormai, inserite in tutte le organizzazioni: centrale, territoriale, addestrativa, mobile e speciale – a eccezione dei battaglioni impiegati nell’ordine pubblico – e anche nei reparti per esigenze specifiche.

In un articolo di Virginia Piccolillo per il Corriere di Roma si racconta la storia di Emanuela, che da piccola ha vissuto il dramma dell’uccisione del padre. “Aveva cinque anni quando mostrò a suo padre un cerchietto viola con un orsacchiotto, che sua madre, all’epoca ventiquattrenne, le aveva appena comperato. Poche ore dopo lui, Ferdinando Stefanizzi, carabiniere della compagnia di San Damiano D’Asti, era già morto. Ucciso mentre tentava di proteggere il suo comandante di stazione sequestrato durante una rapina in un ufficio postale.”

«Fin da bambina quando i colleghi di mio padre, alla Festa dell’Arma, mi chiedevano cosa volessi fare da grande rispondevo: il carabiniere. Loro replicavano che non si poteva. Non c’erano donne. Al massimo avrei potuto fare la poliziotta. Ma io rispondevo: “Prima o poi ci saranno”. Al primo concorso aperto alle donne ho partecipato. Sono entrata in servizio. Sono in forza ad Albenga. E credo che mio padre sia orgoglioso di me. Io lo sono moltissimo di lui»,

Emanuela

“Ricorda perfettamente quando in braccio a suo zio, vide, da lontano, la bara coperta dal tricolore, con il berretto di suo padre appoggiato sopra. Cominciò a gridare: «Papà non te ne andare, aspettami». Ricorda anche quando a sua madre disse che avrebbe seguito i passi del babbo. E sua mamma come la prese? «Eh — sorride —, non è stata molto felice. Quando è arrivato il telegramma che mi comunicava la data di partenza per il corso, me lo ha nascosto per una quindicina di giorni. E me lo ha dato dicendo che doveva farlo perché tanto lo avrei scoperto da sola». Si schermisce se le si domanda cosa farebbe nel caso si trovasse in una situazione analoga a quella in cui suo padre perse la vita. Ma se le si chiede qual è il suo sogno, risponde fiera: «L’ho realizzato».