IL MILITARE QUERELATO DA DEL SETTE NELLA MORSA DELLA GIUSTIZIA

Difendersi in un processo sostenendo la verità anche quando è scomoda può talvolta originare altri due processi. È quanto capitato ad Antonio Cautillo, maresciallo dell’Arma, già querelato nell’ottobre del 2016 dall’ex comandante dell’Arma dei Carabinieri Tullio Del Sette, ora di nuovo imputato di diffamazione perché avrebbe reso dichiarazioni in Tribunale ritenute offensive dalla controparte, un ex militare in pensione.

Le accuse sono comparse in un articolo, pubblicato il 13 dicembre 2014 sul sito malagiustiziainitalia.it, dal titolo «Toghe. Processano l’innocente e gli tappano la bocca». L’incipit del pezzo è il seguente: «Le condizioni dei Tribunali italiani sono disumane, trovandosi lo Stato in una situazione di illegalità, anche secondo sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani. Corruzione e perversione regnano. Spirali di empietà in cui coloro che hanno torto fanno causa a chi ha ragione, lo imbrattano, ne escono incensurati. Lo incastrano sapendolo innocente e, attraverso un oliato sodalizio di alto livello dedito alla fabbricazione di false inchieste penal-disciplinari e vendette private, con coperture nella capitale, lo trasformano in pregiudicato. Carabiniere anche l’altro, come mai i vertici lo proteggono?».

LICENZIATO CON DISONORE. Il militare, che si ritrova in causa anche con Del Sette, è realmente diventato un pregiudicato, una condanna in I grado per lesioni ha assunto caratteri di definitività per un cavillo burocratico: l’appello è stato dichiarato inammissibile perché depositato in Procura anziché in Tribunale. A seguito di quel provvedimento è stato licenziato con il massimo disonore dall’Arma, senza stipendio né pensione e degradato a soldato semplice dell’Esercito.

Cautillo ha ricorso in Cassazione chiedendo la revisione del processo, dichiarata inammissibile malgrado «le emergenze processuali depongono in senso diametralmente opposto all’affermazione di colpevolezza del ricorrente», scrive l’avvocato Anna Maria Busia. Nel ricorso spedito anche al Guardasigilli si legge: «Attraverso operazioni esplicite ed implicite si è trasformata una persona in una bestia senza dignità che può essere picchiata ma non deve difendersi dalle violenze e tanto meno nel processo».


Spiega il militare: «attinto per primo da pugni alla schiena, scansandomi per gesto riflesso, causai un graffio subendo più gravi lesioni di cui nessuno tenne conto. Se fossi stato colpito alla nuca non sarei. Svanito il referto delle lesioni alla schiena dalla sentenza, scomparsa la legittima difesa». Non solo. La vicenda è gravata da iniziative ispettive del Ministro della Giustizia che devono ancora essere concluse. E poi ci sono le querele presentate in diverse procure ma soprattutto inviate anche al membro del Governo «per individuare», spiega il militare, «chi nascondendosi dietro la toga e la sacrale impunità del ruolo prenda parte in forma attiva od omissiva a condotte processuali sleali. Quando il processo pende sui politici gli ispettori si inviano subito per una sola parola equivocata, il cittadino comune può tranquillamente sorbirsi 22 processi».

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