IL GENERALE CAMPORINI SULL’ATTACCO IN SIRIA: “NON È L’INIZIO DI UNA GUERRA GLOBALE”

“Non siamo all’inizio di una guerra globale che veda in campo americani e russi. Ciò che è avvenuto nella notte si può considerare un atto puramente dimostrativo. Che non può avere alcuna finalità strategica se non quella di mandare un messaggio di sostegno alle petromonarchie del Golfo, e in particolare all’Arabia Saudita, che sono molto preoccupate dell’espansionismo iraniano”. I venti di guerra in Siria analizzati, in questa intervista esclusiva concessa a Huffpost, dal generale Vincenzo Camporini, vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, già Capo di Stato Maggiore della Difesa.

Generale Camporini, sul piano operativo e su quello geomilitare, come può essere valutato l’attacco anglo-franco-americano in Siria. Siamo agli albori di una guerra globale che vede contrapposti, direttamente, gli Stati Uniti e la Russia?

“Direi che questo scenario possa essere escluso, perché nessuna delle due potenze globali ha interesse a entrare in un confronto armato dalle conseguenze imprevedibili. Quello di stanotte è un atto puramente dimostrativo che, per le sue caratteristiche oltre che per le affermazioni dei protagonisti, non può avere alcuna finalità strategica se non quella di dare una qualche assicurazione di vicinanza alle petromonarchie del Golfo, e in particolare all’Arabia Saudita, che più di ogni altra cosa temono l’affermarsi della mezzaluna sciita sull’asse Baghdad-Damasco-Beirut. C’è poi da tener conto anche di fattori politici interni, nel senso che Trump, la May e Macron hanno tutti e tre buoni motivi per mostrare alle rispettive opinioni pubbliche di essere dei capi determinati”.

A fianco degli Usa si sono schierate Francia e Gran Bretagna. L’Europa si mostra spaccata anche in questa circostanza?

“Non penso che si possa parlare di spaccatura. Sono atteggiamenti diversi che rispondono a orientamenti nazionali che non mettono in discussione un quadro europeo, anche perché questo quadro purtroppo non c’è. Non c’è stato nel 2011 con la Libia, c’è stato in un modo tutto sommato tiepido nella vicenda ucraina, manca totalmente nelle questioni mediorientali”.

Resta il fatto che in Siria sono presenti, sul campo, russi e iraniani. C’è il rischio che, al di là delle stesse volontà soggettive, possa determinarsi uno scontro tra le due grandi potenze globali?

“Le modalità delle vicende di questa notte ci dicono che c’è stato uno scambio di informazioni attento e accurato tra americani e russi, per evitare qualsiasi rischio di un confronto diretto. Il fatto che la contraerea russa non si sia mossa, fa ritenere che da parte di Mosca la reazione sarà puramente diplomatica-verbale. Se la questione si concluderà qui, possiamo prevedere che non vi saranno conseguenze”.

Lei ha fatto riferimenti agli attori globali e regionali che si muovono sullo scacchiere siriano e che hanno trasformato una guerra civile in una guerra per procura. Tra questi attori, c’è Israele.

“Israele non è felice. E non lo è perché teme, con qualche motivo, che questo strike americano sia il colpo di coda prima che gli Stati Uniti mollino del tutto il quadrante mediorientale. Nel qual caso, le castagne sul fuoco rimarrebbero tutte per Israele”.

Generale Camporini, Lei parla di un possibile colpo di coda dell’amministrazione Trump. Anche il suo predecessore alla Casa Bianca, Barack Obama, aveva scelto di sganciarsi dal Grande Medio Oriente, ritirandosi dall’Iraq, programmando la stessa operazione in Afghanistan, ed evitando di agire in Siria nonostante avesse minacciato l’intervento dopo che Bashar al-Assad aveva oltrepassato la red line dell’uso di armi chimiche. L’affermarsi dell’Isis e i focolai di crisi e di guerra in Siria, Iraq, Yemen, hanno finito per riportare gli Usa nella regione. Non può avvenire anche per Trump?

“Gli Stati Uniti oggi hanno una preoccupazione dominante che si chiama Cina e Sud-Est asiatico. Le attività della marina militare americana nel Mar della Cina meridionale che sono attualmente in corso, danno la prima conferma che la questione della libertà di navigazione in quei mari ha una priorità strategica molto elevata a Washington”.

Tra gli attori della tragedia siriana c’è Bashar al-Assad.

“Assad è l’utile strumento utilizzato per questa competizione geopolitica tra Turchia, Arabia Saudita, Iran, Russia e quant’altro. E a pagarne un prezzo altissimo è il popolo siriano”.

Tornando indietro nel tempo, agli inizi della rivolta siriana, nel marzo del 2011. C’è chi ha detto e scritto che allora l’Occidente sarebbe dovuto intervenire a sostegno delle forze anti-Assad, all’interno delle quali non si era affermata la componente jihadista e l’Isis. Guardando a quei giorni e allargando la riflessione ad un tema sempre scottante e di attualità, le chiedo: esiste una guerra giusta?

“Il problema è che quella rivolta era giusta, nelle sue aspirazioni iniziali, ma era combattuta da personaggi con diverse finalità, con diverse agende che soltanto tatticamente trovavano utile coalizzare le rispettive forze. Se avesse vinto la rivoluzione, si sarebbe immediatamente scatenata una lotta sanguinosa tra le fazioni vincitrici. Quanto alla seconda parte della sua domanda, io credo che quello che dovremmo cercare non è come combattere una ‘guerra giusta’ ma come arrivare, con qualsiasi mezzo, diplomatico, politico e se dovesse servire anche militare, a una pace giusta, rispettosa dei diritti di tutti i popoli “.

A fronte dell’azione di Stati Uniti, Francia e Regno Unito, il presidente russo Vladimir Putin ha chiesto un intervento dell’Onu. Ma non c’è molta retorica nel rifarsi all’Onu quando, per restare alla tragedia siriana, a più riprese è stato usato, dalla Russia e non solo, il diritto di veto per bloccare risoluzioni al Consiglio di Sicurezza? L’Onu è stato messo nelle condizioni di intervenire?

“Assolutamente no. Purtroppo siamo di fronte alla evidente, ma non unica, dimostrazione che i meccanismi di governance delle Nazioni Unite sono inefficaci. Nel mondo assistiamo all’insorgere di una serie di conflittualità a cui l’Onu non sa rispondere. Questo avviene per i suoi meccanismi interni che non sono più adeguati a questa fase storica”.

Un discorso, quello dell’inadeguatezza alla fase storica che attraversiamo, che può essere esteso anche alla Nato?

“Finora di tutte le organizzazioni internazionali, la Nato è quella che pur con grandi limiti, ha dimostrato di saper prendere decisioni operative, che possiamo condividere o no, ma che comunque rappresentano azioni concrete”.

A proposito di guerre “giuste”, cosa ne è della guerra all’Isis. L’incubo del terrorismo jihadista si è dissolto?

“Il terrorismo non è la malattia, il terrorismo è un sintomo, una modalità in cui si esplica la presente conflittualità. O eliminiamo le cause di questa conflittualità o dovremo abituarci a convivere con il terrorismo”.

di Umberto De Giovannangeli per Huffington Post

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