IDENTIFICATI ALTRI DUE “BEATLES”: I CARNEFICI BRITANNICI DELLO STATO ISLAMICO

(di Franco Iacch) – Gli
ostaggi liberati dall’Isis hanno riferito che gli inglesi a guardia degli
occidentali rapiti in Siria sono sempre stati in quattro: erano chiamati “I
Beatles”. Il più famoso tra loro era “John il jihadista”, ucciso lo scorso
novembre. L’identità del secondo componente della “banda” è stata rivelata
poche ore fa. Si tratta di Alexanda Kotey, 32 anni, cresciuto a Londra.

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I
carcerieri britannici erano tristemente noti tra gli ex prigionieri per le loro
torture. Proprio “i Beatles”, secondo le testimonianze, si dice amassero
particolarmente “trattare i prigionieri con scosse elettriche”. Kotey, di
origine ghanesi, si è convertito all’Islam a venti anni, dopo essersi
innamorato di una donna musulmana. La coppia, prima di separarsi, ebbe anche
due figli. Le informazioni su Kotey restano comunque scarse, così come
l’incontro con il londinese Mohammed Emwazi. L’unica cosa certa è che entrambi
frequentavano la stessa moschea di Notting Hill, a Londra. Kotey è noto anche
per aver fatto parte di un convoglio di aiuti umanitari a Gaza, organizzata nel
2009, dal controverso politico britannico George Galloway. Nove volontari del
convoglio, 24 prima della partenza, vennero arrestati per presunti reati di
terrorismo. Saranno tutti rilasciati per insufficienza di prove.

I
servizi segreti britannici avrebbero individuato anche un terzo componente
della “banda”: Aine Lesley Davis, londinese. Davis è stato arrestato dalla
polizia turca lo scorso novembre, prima di una serie di attacchi coordinati
dello Stato islamico che hanno ucciso 130 persone. Anche Davis, così come
Emwazi e Kotey, ha frequentato la moschea di Notting Hill.
LA STORIA DI JOHN

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Il
boia dello Stato Islamico, lo psicopatico assetato di sangue responsabile di
aver decapitato diversi ostaggi stranieri, è stato terminato alle 23:41 di
giovedì,12 novembre, nei pressi del tribunale islamico della città di Raqqa,
capitale dello Stato islamico, da tre droni durante una missione di
sorveglianza armata. L’uomo si trovava a bordo di un mezzo con altre tre
persone. Il raid è stato autorizzato dal Pentagono dopo aver identificato il
bersaglio “ad altissima priorità” e valutato rischi minimi collaterali.
Nell’area, secondo quanto trapelato dalla città assediata, si sono udite almeno
quattordici esplosioni. Intuendo la possibilità di colpire uno degli uomini più
ricercati del pianeta, USA e Gran Bretagna hanno inviato in zona tre Reaper
MQ-9, ognuno dei quali armato con 12 missili hellfire. I droni americani sono
decollati dalla base aerea di Incirlik. Il mezzo di Mohammed Emwazi è stato
colpito da due missili anticarro. I quattro all’interno del mezzo (non
blindato), tra cui il boia, non hanno avuto scampo. I missili sono stati
lanciati da un Reaper USA, comandato in remoto dalla Creech Air Force Base, in
Nevada. Il nostro è stato un atto di difesa, abbiamo inferto un colpo mortale
al cuore dello Stato islamico – commentò il primo ministro inglese David
Cameron – è stata la cosa giusta da fare.

L’eliminazione
di una figura di alto profilo come quella di Emwazi, ha dimostrato l’efficacia
del sistema di sorveglianza combinata degli Stati Uniti, che rimane la più
potente del pianeta. La morte di Emwazi, però, non rappresenta una vittoria
tattica per Stati Uniti e Regno Unito, bensì psicologica. Era un reclutatore,
non di certo un tattico. Mohammed Emwazi è nato il 17 agosto del 1988 in
Kuwait. Si trasferisce nella zona ovest di Londra nel 1994 dove cresce con un
fratello e due sorelle. Di famiglia benestante (di origini irachene), frequenta
prima la “St Mary Magdalene Church of England” e successivamente la Quintin
Kynaston School prima di laurearsi presso l’Università di Westminster nel 2009,
con una tesi in programmazione informatica. Mohammed Emwazi avrebbe raggiunto
la Siria nel 2013 per l’indottrinamento sul campo. Pochi mesi dopo sarebbe
diventato il boia, protagonista di quei video che tanto sdegno hanno provocato
nell’Occidente. La sua prima apparizione risale all’agosto dello 2013, quando
decapita il giornalista americano James Foley. Secondo l’analisi computerizzata
effettuata sugli altri video (timbro vocale, movenze, cadenza, pulsazioni,
altezza, impronte, mappatura fisiologica, colore della pelle e peso
indicativo), Emwazi avrebbe poi giustiziato il giornalista americano Steven
Sotloff, l’operatore umanitario britannico David Haines, il tassista inglese
Alan Henning e l’operatore umanitario americano Peter Kassig. In ogni video,
l’uomo appariva vestito con un abito e con un passamontagna nero che lo
ricoprivano integralmente. Non i suoi occhi, così come la parte superiore del
naso. Fin dal primo video, il boia ha svelato alcuni indizi. Il suo marcato
accento britannico, nei video in cui scherniva le potenze Occidentali prima di
trucidare gli ostaggi, è stato il primo tassello del mosaico.
OSSESSIONATO DALLA SOMALIA E DAL GRUPPO
MILITANTE AL-SHABAB
Gli
ostaggi liberati dall’Isis avrebbero riferito che gli inglesi a guardia degli
occidentali rapiti in Siria erano in quattro ed erano chiamati “I Beatles”.
C’erano Paul, Ringo e George. Il Boia era John Lennon. Emwazi, raccontano
quanti lo hanno visto in azione, era dedito spiegare agli altri militanti la
“procedura per una corretta decapitazione. Era il più alto, il più calmo ma
anche il più determinato, senza il minimo scrupolo. Era il ‘tutor’ dei
neo-terroristi”. Emwazi fu arrestato una prima volta nel 2009, in Tanzania,
dove si sarebbe recato per un safari dopo la laurea con due amici (un tedesco
convertito all’Islam di nome Omar e un altro uomo, Abu Talib). In realtà, le
autorità inglesi sospettavano già una sua affiliazione verso i gruppi
terroristici attivi in Somalia. Atterrati presso l’aeroporto di Dar es Salaam,
in Tanzania, nell’agosto del 2009, furono arrestati dalla polizia e trattenuti
una notte prima di essere espulsi. Il due settembre del 2009, Emwazi si
trasferisce in Kuwait, sua città natale, dove inizia a lavorare per una società
di computer. Ritorna a Londra, per otto giorni, nel giugno del 2010 per alcuni
giorni di vacanza. Ritornerà una seconda e ultima volta nel luglio dello stesso
anno. Riesce a fuggire in Siria, sotto il nome di Mohammed al-Ayan.
“MORTO CHE CAMMINA”
Jihadi
John, era noto tra i reparti speciali occidentali come “Dead Man
Walking” (“Morto che cammina”). Su di lui, pendeva la condanna di morte di
Stati Uniti, Gran Bretagna e Russia. L’ultimo a parlare pubblicamente del
“Boia”, in ordine di tempo, fu il primo ministro inglese David Cameron da
Manchester, in occasione dell’annuale “Tory party conference”, il 5 ottobre
scorso. Disse Cameron: “Voglio John morto. L’ho promesso e lo ripeto. Ecco
perchè ho intenzione di raddoppiare la nostra presenza SAS in Iraq al fine di
eliminare per sempre questa minaccia”. Il Governo inglese, alcuni mesi fa,
diede ordine alla SAS di formare un team di killer con un unico scopo: portare
a Londra la testa di John il Boia. Il team, noto come “I Sessanta” aveva
ricevuto uno “specifico addestramento con equipaggiamento di ultima
generazione” presso la base di Hereford. Il team operava in modo del tutto
indipendente dalle altre squadre SAS schierate nella base segreta nel deserto
dell’Iraq, gestita dall’MI6 e ritenuta inaccessibile.

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I “Sessanta” non erano
sono i soli a cercare “John”. L’intera componente Tier-1 americana aveva
ricevuto l’ordine di eliminare la minaccia ad ogni costo, così come l’intera
‘Task Force Black’. Lo stesso Putin, il 21 ottobre scorso, emise una direttiva
interna per gli specnaz: portare a Mosca la testa di John. L’ultima apparizione
del boia risale al 26 agosto scorso quando, spavaldo, annunciò altre
decapitazioni, rivolgendosi verso la telecamera in quello che è stato ritenuto
il primo video a volto scoperto di Jihadi John. Video probabilmente girato
vicino la città di Deir Ezzor, nel sud-est della Siria. Nonostante la qualità
audio fosse scarsa, John diceva chiaramente che avrebbe tagliato altre teste.
“Io sono Mohammed Emwazi. Presto ritornerò in Gran Bretagna con il Khalifa
(il capo dello Stato islamico)”. A quel video replicò Cameron: “Tornerà in
patria, ma solo da cadavere”. Lo scorso 30 ottobre, il Pentagono ha confermato
l’eliminazione di un altro bersaglio ad altissima priorità, il “rapper
dell’Isis”, il 39 enne Denis Cuspert, meglio noto con il suo nome d’arte Deso
Dogg. Cuspert è stato eliminato durante un raid USA, il 17 ottobre scorso.

UNA SENTENZA DI MORTE CHE NON SAREBBE MAI
SCADUTA
Era
solo una questione di tempo ed i motivi sono semplici. Per prima cosa perché
tutti i servizi segreti del mondo conoscevano il suo volto. La sua foto era
ormai di dominio pubblico da mesi. Quel ragazzo con indosso un berretto dei
Pittsburgh Pirates, non faceva più tanto paura con i suoi abiti da civili.
Insomma, di quel ragazzo di cui ormai si sapevo tutto, aveva perso l’effetto
sorpresa. Era uno degli uomini più ricercati del Medio Oriente e su di lui pendeva
la vendetta giurata di almeno quattro nazioni con gruppi d’assalto
specificatamente inviati nella regione per terminarlo. Mohammed Emwazi, non
poteva farsi prendere vivo perché rappresentava un’importante fonte di
informazioni. Secondo alcuni rapporti, i militanti dello Stato Islamico lo
avevano già posto ai margini dell’organizzazione. Ma il fatto che John fosse
diventato un problema, per se e per gli altri suoi amici terroristi, era
chiaro. Ogni jihadista al telefono con Emwazi, sapeva di essere un bersaglio di
un drone ed in tal senso tutte le missioni ‘Hunter Killer’ erano già state
autorizzate dal Pentagono. Perché se è vero che i terroristi possono
nascondersi in terreni a loro congeniali, non possono nulla contro la rete
satellitare USA.
Ecco allora
la decisione dell’Isis di allontanare un uomo su cui pendeva una sentenza di
morte che non sarebbe mai scaduta.

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