I CARABINIERI MUOIONO PER PRENDERLI E POI C’È CHI LI FA USCIRE

BOLOGNA “Su quei signori sapete come la penso, che solo qui da noi possono succedere queste cose. Chi ha ucciso 24 persone e ne ha ferite 103 li facciamo mettere in carcere insieme. Gli diamo un lavoro, li facciamo divorziare, sposare. Perché gli assistenti sociali e i giudici dicono che la legge è questa. No, la legge non è questa. La legge la interpreta ognuno a suo modo e questa è una vergogna”.

L’ha detto, al termine della cerimonia commemorativa della strage del Pilastro, Anna Maria Stefanini, madre di Otello, carabiniere ucciso insieme ai colleghi Andrea Moneta e Mauro Mitilini dalla Banda della Uno Bianca.

Il riferimento è alla decisione di accordare a Fabio Savi il trasferimento nel carcere milanese di Bollate, istituto dove è detenuto anche il fratello Roberto. Stefanini parlando davanti alle telecamere ha ricordato anche il caso di Igor alias Norbert Feher “Vuole venire in Italia. E perché? Perché i carabinieri muoiono per prenderli e poi c’è chi li fa uscire. Quale diritto hanno di uscire? Di avere i permessi premio? Un premio non si dà a chi ha ucciso 24 persone. Sono cose inammissibili”.

“Noi non possiamo non comprendere l’amarezza e la preoccupazione. Io personalmente non posso non condividere”. Così il comandante generale dei Carabinieri, Tullio Del Sette, al termine della commemorazione della strage del Pilastro. “Io anche quest’anno, a pochi giorni ormai dall’ultimo mio di servizio come comandante generale e come Carabiniere non sono voluto mancare – ha detto il generale – Per stringerci tutti accanto ai familiari. Così come non sono mancato in occasione degli anniversari dell’uccisione degli altri due carabinieri Cataldo Stasi e Umberto Erriu”.

“La pena, che dovrebbe avere confini più certi, per chi ha commesso crimini orrendi deve essere anche espiazione”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Bologna Valter Giovannini, a margine della cerimonia di commemorazione della Strage del Pilastro commessa dalla Banda della Un Bianca.

Il magistrato, che coordinò le indagini e condusse l’accusa nei processi ai componenti del gruppo criminale, interviene così.