Cingolani: «L’Europa non è sicura sulla difesa». Ma per Leonardo il rischio è d’oro
L’allarme in TV: «Gap di armamento, servirà molto di più»
Quando Bruno Vespa, nella trasmissione “Cinque minuti” su Rai1, chiede a Roberto Cingolani «tra quanto tempo saremo pronti per respingere un attacco di missili o di droni», l’amministratore delegato e direttore generale di Leonardo non esita a raffreddare gli entusiasmi.
«Abbiamo un gap come Europa a livello di armamento e di difesa che non ci rende un continente sicuro», spiega. Le tecnologie con cui l’Europa può essere attaccata «evolvono con grande rapidità» e questo impone un doppio sforzo: colmare il ritardo e allo stesso tempo «sviluppare qualcosa di nuovo».
Il manager precisa che la domanda è «molto complessa» proprio perché i sistemi d’arma cambiano con «rapidità impressionante». Le grandi aziende europee della difesa – dice – «si stanno consorziando, si stanno dando una mano» e nei prossimi 2‑3 anni la capacità difensiva dell’Europa «migliorerà». Ma aggiunge subito la clausola che sposta più avanti l’orizzonte: «per essere sicuri ci vorrà molto di più».
Tradotto: l’Europa oggi è esposta, domani un po’ meno, e la vera sicurezza resta comunque un progetto di lungo periodo.
«La guerra nuova» e un conflitto d’interesse ammesso in diretta
Quella in TV non è un’uscita isolata. Pochi giorni prima, il 27 novembre 2025, alla presentazione del nuovo sistema di difesa “Michelangelo – The Security Dome”, Cingolani ha scelto parole ancora più esplicite:
«Sono in conflitto di interesse, ma vi dico chiaramente che se c’è un momento in cui bisogna investire sulla difesa è questo, perché non sta finendo la guerra, sta iniziando la guerra nuova».(ansa.it)
Nel suo intervento parla di 18.000 casi di “attacco ibrido” all’anno nelle grandi nazioni e avverte che i prossimi anni di «pace apparente» potrebbero essere proprio il tempo necessario agli aggressori per sviluppare armi difficili da neutralizzare.
Cingolani insomma non si nasconde: dichiara apertamente il conflitto d’interesse e, nello stesso istante, lo usa per rafforzare il messaggio politico‑industriale. Il mondo è più pericoloso, dice il CEO di un colosso della difesa, e quindi bisogna investire di più proprio nel settore che lui guida.
L’età dell’oro di Leonardo: ricavi record, ordini in corsa
È difficile ignorare che questo allarme arrivi nel momento di massimo splendore per i conti di Leonardo.
Secondo un’analisi di Mediobanca riportata da Forbes, la spesa militare globale ha raggiunto nel 2023 la cifra record di 2.443 miliardi di dollari, pari a 6,7 miliardi di dollari al giorno, con un incremento del 6,8% sul 2022: il dato più alto dal 2009. L’Italia pesa per l’1,5% di questo totale, con circa 35,5 miliardi di dollari (1,6% del PIL).(forbes.it)
Nello stesso dossier Leonardo risulta:
- ottavo gruppo mondiale per ricavi derivanti dalla difesa, con circa 11,5 miliardi di euro;
- secondo in Europa, alle spalle solo della britannica BAE Systems.
Il 2024 ha confermato la fase d’oro:
- gli ordini sono saliti del 12,2% a 20,9 miliardi di euro, trainati soprattutto da elettronica per la difesa e elicotteri;
- il portafoglio lavori garantisce circa 2,5 anni di produzione;
- l’indebitamento netto è sceso sotto 1,8 miliardi grazie a una forte generazione di cassa;
- il titolo in Borsa, dall’inizio della guerra in Ucraina nel 2022, ha registrato un rialzo superiore al 380%.(r
Nel frattempo, il settore difesa nel suo complesso è uno dei migliori performer sui mercati azionari, con rendimenti ampiamente superiori agli indici generali.
Quando il CEO di Leonardo spiega che difendere costa più che attaccare, i numeri dimostrano quantomeno quanto questo costo si traduca in ricavi e margini importanti per le grandi imprese della difesa.
Michelangelo Dome: lo scudo “multi‑dominio” già pronto per l’Europa
Il nuovo sistema “Michelangelo – The Security Dome” è il tassello più ambizioso della strategia di Leonardo per posizionarsi al centro del riarmo europeo.
Secondo la documentazione ufficiale dell’azienda, Michelangelo Dome non è un singolo sistema, ma un’architettura completa di difesa integrata che:
- combina sensori terrestri, navali, aerei e spaziali di nuova generazione;
- integra piattaforme di cyber defence, sistemi di comando e controllo e intelligenza artificiale;
- coordina diversi “effettori” (armi, contromisure elettroniche, sistemi di intercettazione) per creare una “cupola dinamica di sicurezza”;
- è progettata per affrontare attacchi massivi di droni, missili, minacce dalla superficie e sotto la superficie del mare, forze ostili terrestri.
L’obiettivo dichiarato è proteggere infrastrutture critiche, aree urbane sensibili, territori e asset strategici nazionali ed europei.
Secondo le agenzie internazionali, Michelangelo Dome è pensato come uno scudo a più livelli paragonabile, per funzione, all’“Iron Dome” israeliano, ma basato su standard NATO aperti, così da poter essere integrato con sistemi e piattaforme di Paesi diversi. La piena operatività è prevista intorno al 2028, con fasi intermedie di sperimentazione.
In altre parole, mentre in TV si spiega che “per essere sicuri ci vorrà molto di più”, lo “scudo” che dovrebbe contribuire a quella sicurezza è già in vetrina, pronto per essere finanziato da bilanci pubblici in crescita.
Chi definisce la minaccia, chi incassa sulla risposta
Guardando alle parole pronunciate da Roberto Cingolani tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre, il racconto è coerente e ripetuto quasi come un mantra. L’Europa, sostiene, è in ritardo sul fronte missili e droni; le tecnologie d’attacco corrono più veloci di quelle difensive; la guerra in Ucraina non sta affatto finendo, ma si sta trasformando in una “guerra nuova”, fatta di attacchi ibridi e minacce difficili da vedere e da attribuire. In questo scenario, la conclusione è sempre la stessa: per non farci trovare impreparati bisogna investire subito, e su larga scala, in sistemi d’arma avanzati, integrazione industriale europea e scudi multi‑dominio come il Michelangelo Dome.
Se si confronta questo quadro con i documenti NATO, i report dei think tank e le cronache della guerra, molte di queste affermazioni trovano riscontro. Ma nel dibattito pubblico il punto decisivo non è solo quanto siano fondate: è chi le pronuncia, con quale ruolo, da quale posizione di interesse. In altre parole: chi ha il microfono in mano quando si definisce la minaccia e quando si indica l’unica risposta possibile.
Nel caso di Cingolani, a lanciare l’allarme non è un osservatore neutrale. È il vertice di un gruppo industriale che attraversa la fase più redditizia della propria storia, sospinto dal boom mondiale della spesa militare.
Dentro un’Europa che discute se fissare la spesa militare al 2% del PIL o oltre, anche derogando ai vincoli di bilancio tradizionali, la questione centrale non è più se servano o meno sistemi anti‑drone, difese missilistiche, scudi integrati: i fronti di guerra e gli attacchi ibridi dimostrano che, purtroppo, questi strumenti sono necessari. La vera domanda – quella davvero politica – è chi decide che cosa comprare, in quali quantità, secondo quali priorità, e con quali controlli democratici su scelte che impegneranno centinaia di miliardi di euro per anni.
In un contesto in cui a descrivere la minaccia e a prescrivere la cura è lo stesso attore che produce e vende la “cura” – le piattaforme d’arma, i radar, gli scudi digitali – il rischio è che il dibattito resti incardinato su una sola voce: quella dei gruppi che da questa “guerra nuova” hanno tutto da temere nei comunicati stampa, ma molto da guadagnare nei bilanci annuali. La posta in gioco, allora, non è solo la sicurezza dell’Europa, ma lo spazio che resta per una discussione pubblica che non sia scritta direttamente nei power point delle grandi aziende della difesa.
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