CARABINIERI INFILTRATI TRA I NARCOS PER 10 ANNI: ECCO IL CODICE DELLO SPACCIO

Per dieci anni si sono finti imprenditori e hanno
pensato e agito come due affiliati alla cosca ’ndranghetina dei Mancuso di
Limbadi, una delle più organizzate e potenti della Calabria. Ma nel frattempo
hanno registrato facce e nominativi, memorizzato le tratte della droga, i
codici dei narcos, e scoperto i trucchi per far arrivare fiumi di stupefacente
dalla Colombia fino all’Italia, beffando i controlli.

I loro nomi in codice erano Maurizio Amico Roberto
Longo 
e insieme avevano costituito nel 2005 la Ligure Servizi, una
ditta di trasporti che lavorava nel porto di Livorno e si occupava di sdoganare
la merce proveniente dal Sud America. Comincia e passa dal lavoro di due
sottufficiali del reparto operativo dei carabinieri di Livorno la maxi
inchiesta della procura di Catanzaro che ieri ha portato all’arresto di 44
persone, una a Livorno, indagate per associazione finalizzata al traffico di
stupefacenti.
Nella lunga ordinanza di custodia cautelare firmata
dal giudice c’è un capitolo dedicato ai militari sotto copertura. Secondo il
giudice, il gruppo criminale a un certo punto è entrato in contatto “Amico” e
soprattutto con la ditta da lui gestita. L’incontro decisivo tra i vertici del
clan calabrese e i militari del Ros è avvenuto nell’agosto 2005. Nonostante le
molteplici diffidenze da parte dei narcotrafficanti, i due carabinieri sono
riusciti ad aprirsi un varco e ad conquistare la fiducia di alcuni esponenti
dei cartelli colombiani che gestivano la società “Plastichimica”. È
così che i due finti imprenditori hanno dato inizio alle operazioni di acquisto
e di importazione di ingenti quantitativi di cocaina. 
L’attività sotto
copertura svolta dai due militari ha portato, in questi anni, al sequestro di
circa una tonnellata di cocaina, partita dalla Colombia e giunta nel porto di
Livorno attraverso una tappa in Spagna, dove avveniva il pagamento. Gli scenari
raccontati dai due militari sono di estrema violenza, con i narcotrafficanti
sempre più sospettosi e pronti ad uccidere con facilità chiunque cercasse di impedire
le loro attività.
Dalle indagini è emerso che per il trasporto della
cocaina venivano utilizzati diversi sistemi, alcuni dei quali anche molto
originali. Ad esempio in Colombia ingenti quantitativi di tessuto e vestiti
venivano imbevuti, attraverso un procedimento chimico, della cocaina. Quando
giungevano in Italia venivano portati a Spilinga, nel vibonese, dove era stata
allestita una raffineria che effettuava il procedimento inverso per recuperare
la droga. Il procedimento era affidato al “chimico”, che aveva il compito di
coordinare le procedure per estrarre la cocaina.
I carabinieri hanno anche scoperto un carico di
pavimenti che aveva nella parte sottostante la cocaina grezza che era parte
integrante delle piastrelle. Quando il carico giungeva a destinazione, le
piastrelle venivano staccate dalla droga grezza e quest’ultima veniva raffinata
e tagliata.

Decisivo nell’indagine, oltre ai carabinieri sotto
copertura, un ex broker della droga,Domenico Trimboli, ora pentito e
collaboratore di giustizia, ha consentito ai carabinieri del Ros di Catanzaro
di decifrare il linguaggio con il quale i narcotrafficanti colombiani facevano
riferimento ai carichi di cocaina da spedire in Italia. La cocaina veniva
chiamata «la ragazza», mentre il quantitativo di stupefacente veniva espresso
in somme di denaro in euro.

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