CARABINIERE A LIBRO PAGA DEI PUSHER, DOVRÀ RISARCIRE L’ARMA

(di Andrea Gianni) – Un ex carabiniere è stato condannato per aver ricevuto mazzette da parte di pusher nordafricani per alleggerire i controlli nella zona di Busto Arsizio dovrà versare all’Arma 100mila euro per il “danno d’immagine” provocato dalla vicenda. Lo hanno stabilito i giudici della Corte dei Conti della Lombardia, che hanno emesso la sentenza su un episodio che risale al 2011.

All’epoca il carabiniere, originario della provincia di Ravenna, era in servizio a Busto Arsizio. Dalle indagini emerse che l’uomo era stato messo “a libro paga” da parte di marocchini che spacciavano cocaina ed eroina nei boschi del Basso Varesotto e dell’Alto Milanese, nella zona tra Rescaldina e il Legnanese. Avrebbe ricevuto periodicamente somme tra 500 e 2.000 euro e, grazie alle sua “protezione”, i pusher sarebbero riusciti ad agire indisturbati. Il militare li avrebbe tenuti informati sui controlli, avvisandoli prima dei blitz antidroga condotti non solo dai colleghi, ma anche dalla polizia di Gallarate. Ma i “servizi” offerti, secondo le accuse, sarebbero stati anche altri. Avrebbe indicato ai pusher, grazie alla conoscenza del territorio, “luoghi idonei allo spaccio e liberi da concorrenza”, e avrebbe suggerito “tecniche di spaccio idonee a vanificare le indagini”. Infine avrebbe fornito informazioni su inchieste in corso.

L’uomo, smascherato, finì sotto processo con l’accusa di corruzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Il 12 giugno 2014 è arrivata la sentenza definitiva, emessa dalla Corte d’Appello di Milano: 4 anni di carcere e 20mila euro di multa, con interdizione dai pubblici uffici per quattro anni.

In parallelo si è aperto un procedimento davanti alla Corte dei Conti, chiamata a valutare un eventuale danno d’immagine per l’Arma provocato dal comportamento del militare «infedele». Danno quantificato dai pm in 306mila euro, sulla base della norma del 2012 che stabilisce il risarcimento raddoppiando il denaro indebitamente percepito da un pubblico ufficiale. Il collegio giudicante, però, ha stabilito un importo inferiore: 100mila euro. Quando sono avvenuti gli episodi, infatti, il criterio del “raddoppio tangentizio” non era ancora in vigore e, inoltre, non si può quantificare con esattezza l’importo delle mazzette. Nelle motivazioni i giudici sottolineano la “gravità” dei reati commessi “dall’appartenente a una delle strutture più affidabili del Paese e socialmente stimate”. Episodi che “offuscano” l’immagine dell’Arma. L’uomo, che ora non è più in servizio, giustificò il bisogno di denaro con problemi familiari. (Il Giorno)

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