Afghanistan, gen. Battisti: Nessuno protegge gli interpreti minacciati. Il nostro Paese non può ignorarli

Nessuno protegge gli interpreti locali, coloro che operano in Afghanistan (e nelle altre aree di crisi) in supporto ai militari dei contingenti stranieri e alle organizzazioni internazionali.

Lo ribadisce in una lettera al Giornale il generale di Corpo d’Armata Giorgio Battisti, il primo Comandante del Contingente Italiano della missione Isaf a Kabul. “La questione, pur essendo spesso ignorata o sottovalutata dai Governi, viene gestita da associazioni di volontari che cercano di sensibilizzare le Istituzioni affinché siano mantenute le promesse fatte e queste persone possano vivere tranquillamente la loro vita – spiega – È un problema che mi sta particolarmente a cuore, già vissuto in Somalia nel 1993, perché ho conosciuto e operato fianco a fianco con molti di loro che si sono sempre dimostrati collaboratori leali e pienamente disponibili, malgrado le minacce cui erano sottoposti”.

“Non occorre dimenticare che queste persone quando la sera tornano a casa rischiano di essere soggetti (con le loro famiglie) a intimidazioni e pressioni per rivelare quello che hanno visto e saputo sui contingenti internazionali. E ciò li induce a dover mentire sulla reale attività svolta. Quando sono arrivato in Afghanistan con le prime unità italiane nel dicembre 2001 – scrive ancora il generale – la presenza degli interpreti si è rivelata da subito indispensabile. Non ci sarebbe stato verso altrimenti di comunicare con gli abitanti. Durante questi vent’anni di presenza occidentale migliaia di Afghani, definiti local workers o Afghan Nato Employees, hanno prestato la propria opera in qualità d’interpreti, personale amministrativo, addetti alle pulizie o altro presso i contingenti stranieri”.

“Ciò che li spinge a questa vita, oltre allo stipendio, è la promessa di espatriare con la rispettiva famiglia al termine dell’operazione verso le Nazioni per cui hanno svolto il servizio: speranza che non sempre viene soddisfatta – si legge – Centinaia di local worker sono oggi bloccati in Afghanistan in attesa di un visto, costantemente minacciati di morte dai Talebani e dall’Isis e dagli altri gruppi terroristici presenti nel Paese, in quanto considerati traditori e infedeli. Molti di loro hanno già perso la vita, unitamente alle proprie famiglie, altri sono costretti a vivere nascosti, altri ancora hanno tentato la fuga non riuscendo a sopravvivere nella maggior parte dei casi”. “Ritengo che un Paese come l’Italia, che fa dell’accoglienza estesa un proprio principio irrinunciabile – conclude il generale Battisti – debba soddisfare, senza sterili ostacoli burocratici, tutti coloro che ne facciano richiesta, dopo gli opportuni controlli di sicurezza, per evitare che i local worker ‘italiani’ di Herat e di Kabul diventino vittime invisibili della guerra afghana”.

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