UNA MAGLIETTA FASCISTA SCATENA L’AGGUATO AI PARÀ

(di Federico Lazzotti) – È finita con un agguato a tre paracadutisti da parte di una
ventina ragazzi con il volto nascosto dai caschi e le spranghe in mano la notte
di provocazioni politiche, vendette, danneggiamenti e violenze che si è
consumata tra piazza Sforzini, quartiere Ardenza, e le stradine intorno alla Baracchina
rossa, cuore della movida.

Molti particolari della vicenda devono essere ancora
chiariti. Ma due avvenimenti sono certi ed è probabile che uno sia la
conseguenza dell’altro. Il primo è che tra le 22 e le 23 di giovedì sera, nella
piazzetta di Ardenza, alcuni militari hanno avuto da dire con un una decina di
giovani livornesi, soprattutto ragazze. A far scoppiare il battibecco, la
maglietta indossata da un parà, e in particolare la frase scritta sul retro
della t-shirt: “Apri gli occhi che l’acqua è salata”, verso di una canzone
degli “Zetazeroalfa” gruppo romano e band ufficiale del centro sociale di
destra CasaPound. Tra livornesi e militari sono volate parole grosse,
provocazioni e minacce, ma senza che la situazione degenerasse.
Passano un paio d’ore, sono circa le una e mezzo e al
centralino del 113 arriva una telefonata. «Siamo tre paracadutisti e siamo
appena scampati a un agguato sul viale Italia. Erano in venti, prima ci hanno
tagliato le ruote dell’auto e poi ci hanno aggrediti gridandoci contro: via i
fascisti e bastardi». Possibile, ovviamente che ci sia stato uno scambio di
persone. E che i tre ventiquattrenni, due pugliesi e uno romano che stavano
festeggiando il congedo dopo un anno di corso, si siano trovati nel posto
sbagliato al momento sbagliato. Anche perché agli agenti delle volanti hanno
giurato che «prima non c’è stato nessuno diverbio, lite o scaramuccia che possa
giustificare quello che ci è capitato successo».
È avvenuto nella notte tra giovedì e venerdì i parà hanno
trovato l’auto rigata e le ruote a terra e poi sono stati minacciati. 
Eppure c’è un particolare che non torna nella ricostruzione.
I tre parà hanno parcheggiato la loro Nissan Micra nera in una stradina
parallela, alle spalle del mare, a due passi dai giardinetti. Indossano
pantaloncini corti con la risvolta, scarpe alla moda e magliette griffate,
nessuna traccia, dunque, della t-shirt finita al centro del precedente
battibecco. Ma nonostante siano uguali a decine di loro coetanei che bazzicano
i locali della costa, evidentemente non sono passati inosservati. Così mentre i
tre sono all’interno del locale, qualcuno li nota. C’è di più: chi li ha poi
aggrediti è capace di riconoscere l’auto sulla quale sono arrivati in
Baracchina, trovarla e squarciare due ruote con un coltello per mettere fuori
uso il veicolo e creare un diversivo per poi entrare in azione.
Il momento buono per fare i cattivi arriva poco dopo, quando
i militari lasciano il locale e tornano all’auto. «Abbiamo messo in moto, ma
appena siamo partiti ci siamo accorti che qualcosa non andava». Le ruote sono a
terra e la fiancata è rigata. L’agguato da parte del branco scatta nel momento
in cui i tre paracadutisti della Vannucci scendono dall’utilitaria.
«Ci hanno lanciato addosso bottiglie di vetro, erano armati
e hanno provato ad accerchiarci. Per fortuna siamo riusciti a scappare
arrivando sul lungomare, da qui abbiamo chiamato la polizia». A questo punto
gli aggressori si sono allontanati lasciando sul prato le loro armi, in
particolare gli agenti hanno sequestrato un tubo e notato diversi vetri rotti
per terra.

Comincia da qui e dalla denuncia firmata nella notte,
l’indagine della Digos che da un lato dovrà verificare la veridicità della
versione dei paracadutisti e dall’altro risalire agli autori dell’aggressione e
all’eventuale movente, per finire con il chiarire se esiste un collegamento tra
i due episodi. In mano gli investigatori hanno più di una carta. Una su tutte
un testimone che ha visto alcuni degli aggressori fuggire a bordo di un’auto.
Ha descritto il modello dell’auto, il colore e buona parte della targa.
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