TORNADO ITALIANI IN IRAQ? IPOTESI SCELLERATA. I RISCHI PER I NOSTRI PILOTI

(di Franco Iacch) – E’ davvero possibile che qualcuno da Roma abbia seriamente
pensato di inviare in Iraq (non in Siria), i Tornado italiani?
Arriva fino a tanto la voglia di partecipare al conflitto
contro l’Isis, quasi come dovessimo partecipare all’invasione della Russia,
anche a costo di sacrificare le vite dei nostri piloti?

E come pensate che finirebbe se uno dei nostri Tornado
dovesse affrontare uno delle centinaia di MANPADS (sia della famiglia Strela
che Stinger) trafugati prima dagli arsenali di Saddam e poi da quelli
dell’esercito regolare lealista?
Senza considerare, infine, gli oltre mille veicoli
abbandonati dalle truppe regolari ed ottenuti dall’Isis senza colpo ferire:
molti di questi dotati di armamento antiaereo supplementare.
L’indiscrezione, trapelata sul Corriere della Sera, è stata
freddamente commentata dal Ministero della Difesa che si è trincerato dietro “è
solo una delle ipotesi”.
I Tornado, secondo le indiscrezioni, passerebbero dalla
ricognizione ed illuminazione dei bersagli al bombardamento degli obiettivi
sensibili. I quattro Tornado del sesto stormo di Ghedi agirebbero dal Kuwait
per colpire target in Iraq. L’Italia, quindi, entrerebbe in guerra contro il
terrorismo anche con proprie piattaforme aeree.
Le perplessità, al riguardo, sono parecchie. I motivi? Come
è noto, in Iraq non ci sono delle unità occidentali sul terreno che possano
rilevare dei bersagli sicuri, ma soltanto delle truppe locali che ben più di
una volta hanno dimostrato il loro reale valore e la loro lealtà. Ma il
problema principale è uno soltanto (ed esula dalla capacità dei nostri piloti,
tra i migliori al mondo): il nemico. Siamo nel 2015, non durante la Guerra
Fredda. I Tornado, grossi bestioni che costano poco meno di 30 mila euro ad ora
di volo, avevano il compito di penetrare a bassissima quota e ad altissima
velocità lo spazio aereo sovietico, bombardando le aree di interesse con
ordigni nucleari. Questa caratteristica, il volo radente a bassa quota e ad
altissima velocità, capacità di penetrazione in profondità chiamata in gergo, è
venuta meno con la fine del blocco sovietico e per la diffusione dei sistemi
missilistici contraerei sempre più efficienti. In questi anni è cambiata anche
la filosofia militare che impone, nelle prime fasi, la supremazia aerea ed il
bombardamento con velivoli stealth. In poche parole, i Tornado, giunti alla
fine del loro ciclo vitale, sono stati progettati per il volo a bassa quota
grazie al loro radar, il Tfr, che ha la capacità di seguire il terreno.
Sintetizzando al massimo: il radar mappa il territorio sottostante, garantendo
una quota costante evitando gli ostacoli. Durante la Guerra Fredda le perdite,
in quello che sarebbe potuto essere un first o second strike, erano ritenute
“accettabili”. Nel 2015 non più.
I Tornado si ritroverebbero ad operare in uno spazio aereo
ignoto. Tatticamente ciechi. L’Iraq non è un paese dove è stato effettuato un
massiccio bombardamento a tappeto per azzerare le difese, ma singoli attacchi
mirati che hanno, di poco, ridotto la potenza antiaerea dello Stato islamico.
Questo non è un contesto ideale per i Tornado, perché rappresenta picchi di
asimmetria contro cui la piattaforma può poco o nulla. Quello che c’è sul
terreno, non lo sanno nemmeno gli americani, gli stessi che si affidano ai
locali per ottenere i bersagli che colpiscono con gli F-16. Le domande
sono lecite, nella speranza che questa ipotesi non sia retaggio che ci trasciniamo
dall’intervento in Russia.
I politici dimenticano anche un piccolo dettaglio: il
Tornado è stato progettato per eccellere a bassa quota, sfrecciando ad
altissima velocità. E’ proprio a pochi metri dal terreno che il Tornado esalta
le sue caratteristiche. Ciò significa che opera nel raggio delle armi della
fanteria. Non è assolutamente blindato. I nostri politici, qualora decidessero
davvero in tal senso, Dio non voglia, dovrebbero prepararsi anche
all’esfiltrazione degli equipaggi abbattuti.
Abbiamo già due militari abbandonati in India. Sarebbe
disgustoso e riprovevole abbandonarne altri solo perché lo abbiamo promesso
allo Zio Sam.

L’Italia sta già dando il suo contributo con logistica e
basi. Al momento, in attesa che cambi il contesto, è già abbastanza.
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