Cronaca

Monza, ferocia senza motivo: cinque ragazzi ‘perbene’ massacrano un 22enne per 50 euro, lasciandolo paraplegico

Un quartiere tranquillo, una violenza inspiegabile

Al quartiere Triante, cuore residenziale di Monza, la normalità è fatta di banche, negozi, piscine comunali, campi da tennis. Un luogo che di periferico non ha nulla, dove il degrado non trova spazio tra le villette curate e le famiglie “perbene”.
Eppure è proprio qui che sono cresciuti i cinque ragazzi arrestati per l’aggressione in stile Arancia meccanica della notte del 12 ottobre, quando un universitario di 22 anni è stato massacrato a botte e coltellate, poi derubato di 50 euro.
Cinque ragazzi quasi coetanei: tre minorenni e due maggiorenni, un confine anagrafico di pochi mesi che per due di loro potrebbe tradursi in una condanna a doppia cifra. L’accusa: tentato omicidio.


La diagnosi che pesa più di qualunque condanna

Oltre alle indagini e al processo, resta una sola certezza: la tremenda diagnosi della vittima.
Scrive il giudice nell’ordinanza cautelare, senza attenuare nulla:
“Persona offesa rimasto paraplegico all’esito delle lesioni arrecate e con apparati urologico, intestinale e sessuale definitivamente compromessi.”
Parole che chiudono il fiato. Parole che ci si chiede se quei cinque ragazzi abbiano mai letto o compreso.


Cinque vite normali, nessuna spiegazione all’orizzonte

Scavando nelle loro vite non emerge nulla che possa spiegare la violenza cieca di quella notte.
Quattro italiani, uno di origine egiziana, tutti appartenenti a famiglie che gli investigatori definiscono “normo-integrate”.
Genitori senza precedenti penali, lavori regolari — bancari, impiegati, funzionari comunali — e fratelli maggiori già avviati al percorso universitario.
Le uniche crepe, se tali si possono chiamare: due divorzi, qualche difficoltà scolastica, una bocciatura, un’estate con materie da recuperare.
Nulla che giustifichi il baratro che si è aperto.


Lo shock dei genitori: lacrime e senso di colpa

La voragine, invece, si è spalancata davanti ai genitori quando, dopo le perquisizioni, sono stati convocati al commissariato Garibaldi-Venezia di Milano, davanti agli agenti e al dirigente Angelo De Simone.
Lì, tra corridoi sterili e parole che feriscono, le reazioni sono state un crollo emotivo collettivo: madri e padri in lacrime, sconvolti, incapaci di trovare spiegazioni, tanto da aver bisogno di supporto psicologico.
Una colpa, la loro, almeno nel sentimento: difficile chiamarla in altro modo.


La distanza fra il virtuale e il sangue sul marciapiede

Gli inquirenti parlano di ragazzi incapaci di distinguere virtuale e reale, la spettacolarizzazione da social dal tonfo dei pugni veri, dal sangue caldo che resta sull’asfalto.
Un’azione ripetuta mentalmente come un reel in loop, vissuta come se ci si guardasse da fuori, quasi sdoppiati.
Un distacco evidenziato in modo brutale dalla lunga intercettazione ambientale effettuata in commissariato.
A un certo punto, uno dei minorenni chiede:
“Voglio vedere il video, voglio vedere se ho picchiato forte.”
E un amico gli risponde:
“Tu l’hai picchiato così.”

Quando la violenza diventa un selfie: il tempo fuori asse dei cinque aggressori

È il tempo che esce dal ticchettio normale e si trasforma in selfie esistenziale, come quando uno dei minori vuole immortalare perfino il verbale di perquisizione:
“Eh raga, però io voglio mettere la storia! Sì, metto la storia del foglio, censuro i nomi e scrivo che si vede solo l’articolo.”
Un cortocircuito tra reale e virtuale che il giudice definisce come “ricorso alla violenza fisica in modo del tutto immotivato, quasi come una forma di divertimento”.
Il gesto da ripetere come in un videogioco, fino alla frase che ghiaccia il sangue, pronunciata quando l’arresto è ormai vicino:
“Frà, la prossima volta ci bardiamo.”
Parole che fanno pensare a precedenti episodi, a un’abitudine a scendere da Monza verso la movida milanese, perché quel sabato non era certo la prima volta che il “branco” si muoveva lungo i bordi della notte.


Fotosegnalamenti e identità deviate: famiglie normali non bastano

Gli aggressori vengono riconosciuti anche grazie ai loro fotosegnalamenti, un dettaglio che incrina la visione rassicurante di famiglie “normali”.
Perché famiglie normali non significano automaticamente figli per bene.
Sono maranza o non lo sono? La bestiale etichetta giornalistica ha senso solo nel significato più crudo: disagio.
Un disagio che diventa criminale se, dopo aver colpito, i cinque non fuggono ma — come scrive il giudice —
“hanno continuato a intrattenersi nella nota zona, frequentata da clienti di locali notturni, proseguendo la loro serata tra amici.”


Indifferenza disumana: l’assenza totale di empatia

Il giudice del Tribunale dei minori elenca comportamenti purtroppo diffusi ma che raramente sfociano in una violenza così brutale.
I ragazzi risultano “privi di qualunque forma di empatia”, assolutamente indifferenti alla sofferenza della vittima, incapaci di comprendere la gravità delle loro azioni.
Una “disumana indifferenza” che la microspia nel commissariato cattura senza filtri quando un minore ricorda il commento lasciato su TikTok a un video dell’europarlamentare Silvia Sardone, relativo a sei accoltellamenti in una notte:
“Hai visto? Sai il video su TikTok della Sardone? Ha detto che a Milano ci sono stati sei accoltellamenti in una notte. Io nel commento le ho scritto: ‘Il settimo non l’hanno ancora scoperto’. Te l’ho pure mandato.”


Il deserto di coscienza: frasi che accusano un intero sistema

La mancanza di empatia non è solo un tratto individuale, ma un fenomeno che spesso i genitori avvertono e rimuovono.
Una devianza che odora di senso di colpa, nascosto dietro una vita di lavoro e apparente normalità, e che finisce per produrre quella “assenza di una benché minima resipiscenza” che oggi sconcerta giudici e investigatori.
Il deserto etico emerge nelle parole registrate:
“Dalle telecamere hanno ricostruito l’accaduto, però non so se si vede il video dove lo scanniamo. Magari quel coglione è ancora in coma, domani schiatta. Ma speriamo bro’, almeno non parla!! Te non hai capito, io gli stacco tutti i cavi.”
Un livello di crudeltà che lascia dietro di sé solo una certezza: la tetrissima diagnosi della vittima, rimasta paraplegica, e un sistema — giustizia minorile, servizi sociali, comunità educanti — ora chiamato a rispondere a un interrogativo che non ammette più rinvii.

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