MARESCIALLO DELL’ESERCITO PARTECIPA A UNA TRASMISSIONE DI RADIO RADICALE PER RIVENDICARE GIUSTIZIA: IL SUPERIORE LO PUNISCE

(di Luca Marco
Comellini) – Questo mio scritto non vuole essere soltanto il semplice
racconto di una delle tante storie che accadono oltre l’invalicabile muro che
circonda le caserme
, ideale barriera tesa a
separare il mondo militare da quello civile, è un atto a difesa dei diritti di Alessandro e di tutti
coloro che ogni giorno vengono messi a tacere con metodi e mezzi anche violenti
, è un atto di accusa, una denuncia
all’opinione pubblica di quanto ancora oggi accade nelle nostre forze armate.

È
un avvertimento agli arroganti e ai prepotenti e un invito a quelli che
indossano una divisa e per questo credono di non avere i miei stessi diritti ad
alzare la testa. E’ forse è il caso di ricordare che l’art. 52 della Costituzione
recita: “«l’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito
democratico della Repubblica»?
Qualche giorno fa ad un maresciallo dell’Esercito italiano – non
della Corea del Nord – è stato notificato l’esito di un provvedimento
disciplinare
avviato alcuni mesi fa per il
solo fatto di aver partecipato alla trasmissione di
Radio Radicale “Cittadini in divisa”
. Una finestra di
informazione sul mondo militare e delle forze di polizia che conduco
personalmente dal 2010 e che, nel corso del tempo, ha visto tra i suoi graditi
ospiti, oltre a esponenti politici e membri del governo, anche numerosissimi
militari, colonnelli e generali, nei confronti dei quali nessuno, fino ad oggi,
ha mai neanche pensato di adottare alcun provvedimento disciplinare – sarebbe
assurdo – né ha mai intrapreso azioni tese a limitarne la libertà di
espressione, ancorché in quelle occasioni furono trattati argomenti chiaramente
riferiti al servizio militare e all’impiego delle forze armate.
Questo caso, però, è diverso. È la storia di uno squallido tentativo del vertice militare di impedire il corretto esercizio di un
diritto costituzionalmente protetto
– la libertà di
manifestazione del pensiero – da parte di militare che non essendo né generale
né membro del Cocer non gode di alcuna particolare tutela. È la storia un
cittadino qualunque, un militare che non appartiene a nessuna “casta” ma che
però, a differenza di tanti servi
sciocchi
che lo circondano, ha avuto il coraggio di alzare la
testa e rivendicare quei diritti e quella giustizia che la Costituzione gli
garantisce al pari di chiunque altro, generali e ministri compresi (a dire il
vero
parte di questa storia è già nota ai lettori di Tiscali)
.
Alessandro – questo è il suo nome – ha commesso il più
pericoloso reato che un militare possa compiere: lesa maestà.
Alessandro ha osato puntare il dito sulle strane operazioni di
voto che nel luglio del 2012 portarono all’elezione di alcuni suoi colleghi in
seno all’organismo di rappresentanza del personale militare – il Cocer – e poi,
dopo aver presentato un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica,
ha anche osato sollecitare il Ministero della Difesa a dare seguito alle
richieste di chiarimenti avanzate dai Giudici del Consiglio di Stato che la
legge, non l’amministrazione militare, chiama ad esprimersi sulla correttezza o
meno dell’atto impugnato, cioè proprio di quelle strane elezioni del Cocer.
Chiarimenti che non sono mai stati dati. Un silenzio – quello della Difesa –
che, proprio lo scorso 11 agosto, ha costretto il Consiglio a tuonare
nuovamente contro i vertici dell’Esercito e la Ministra della difesa per il
loro comportamento contraddittorio e omissivo.
Comunque, a prescindere dalle pretese ragioni o
dall’interpretazione
che alcuni vertici militari
usano dare alla legge ed alla Costituzione – che generalmente è a secondo il
caso e della necessità, purché sia soddisfatto il volere del capo – il fatto in
se è un nuovo e pericoloso
segnale, una minaccia concreta
ai principi democratici che
regolano la nostra civilissima società e le nostre poco democratiche forze
armate. Infatti, su questa storia non sono mancate le interrogazioni
parlamentari (3-01873
e 3-01986)
e le conseguenti risposte arroganti e ovviamente evasive, quasi a voler
prendere per i fondelli i rappresentanti del popolo (MARTON,
SANTANGELO
e CRIMI del
M5S) che hanno avuto il coraggio di rivolgersi alla generalessa Pinotti per
avere i necessari chiarimenti (ascolta
il commento di Marton).
Qualcuno potrebbe ancora tentare una audace difesa della
militarità e dell’azione dei vertici dell’Esercito
e quindi spingersi ad affermare che i militari non possono dire
e fare sempre quello che vogliono. Potrei
pure dargli ragione
se il divieto di trattare “argomenti a
carattere riservato di interesse militare o di servizio”, per i quali deve
essere ottenuta l’autorizzazione, fosse correttamente riferito solo ed
esclusivamente all’attività di servizio – come espressamente recita l’articolo
1472, comma 1, del decreto legislativo 66/2010, recante il Codice
dell’ordinamento militare -, ma in questo caso il maresciallo incriminato, che
a Radio Radicale
era intervenuto come semplice cittadino per reclamare quella giustizia che ancora
tarda ad arrivare, in quell’occasione era in congedo ordinario e non ha
trattato argomenti classificati o di servizio ma, invero, ha semplicemente
discusso con gli altri ospiti della trasmissione (l’avvocato Giorgio Carta,
esperto di questioni militari, e il senatore Bruno Marton, membro della
Commissione Difesa del Senato) di quanto avevano scritto i giudici di Palazzo Spada
in merito al suo ricorso e al comportamento tenuto dall’amministrazione
militare.
Per i vertici militari Alessandro è colpevole prima e a
prescindere da ogni norma o diritto costituzionale.
È colpevole d’essere innocente e in un ambiente ottuso dove
vige ancora la deprecabile prassi del “i panni sporchi si lavano in famiglia”,
dove il “la nostra istituzione” non vuol significare solo “fedeltà allo Stato”
ma spesso si traduce nel dovere di essere fedeli al capo qualunque cosa egli
faccia, dove il significato di “tradizioni”, “educazione”, “cultura” e
“professione” sono spesso utilizzati in modo strumentale per mandare
avvertimenti a chi osa alzare la testa, non ci si deve meravigliare se insieme
all’ingiusta sanzione disciplinare, che lo priva della libertà per cinque
giorni gli sia stata consegnata anche una “comunicazione personale”. Una sorta di
raccomandazione, un avvertimento che sinceramente più che un ammonimento (che
comunque, alla stregua di un “rimprovero” si pone come una sanzione ulteriore a
quella data violando anche il principio del “ne bis in idem”) mi ricorda tanto
i “pizzini”
dei boss.
«Il
recente episodio contestato alla S.V.
si legge testualmente nel
documento ricevuto da Alessandro –
ha tratteggiato la figura di un Sottufficiale di ragguardevole anzianità di
servizio e anagrafica che avrebbe dovuto esprimere in maniera del tutto
consequenziale un complesso armonico di qualità personali e professionali che
sono il patrimonio irrinunciabile di chi si dedica alla nostra comune
professione. Ciò che deve emergere in un Sottufficiale del Suo spessore è
un’attenta e posata valutazione delle azioni che potrebbero risultare non
convenienti se non addirittura dannose per se stessi e per ciò che siamo, il
risultato di un insieme derivato da tradizioni di famiglia, educazione, cultura
e professione, quest’ultima liberamente scelta e dalla quale per il solo motivo
di farne parte ne dobbiamo accettare le specificità e le limitazioni. Non è
dalla lettura di articoli del Codice dell’Ordinamento Militare che si possa
rendere lineare e conforme il percorso personale di un militare né la loro
applicazione può rendere soddisfacente un comportamento o migliorarne la
quotidiana applicazione.».
Il documento prosegue e ad un certo punto ecco arrivare il
cortese invito a piegare la testa
e rinunciare ai
diritti, alla giustizia, alla propria personalità: «La invito a riconsiderare la Sua condotta in merito a
quanto da Lei praticato anche fuori dallo stretto ambito professionale
ponendosi sempre quale primo vero elemento di verifica critica sull’impatto che
determinati comportamenti e attività possano riverberare sulla Sua persona,
sulla Sua appartenenza alla F.A., sull’Ente, di cui Lei deve essere punto di
riferimento per i superiori, colleghi, pari grado e subordinati e per
l’immagine della divisa che indossa che merita ogni possibile sforzo per essere
salvaguardata da potenziali coinvolgimenti negativi.».

Ora l’attento lettore si sarà fatto una propria opinione sulla
questione
ma, come ho già detto, il caso è
certamente tra quelli che devono far preoccupare i normali cittadini, o almeno
quelli più attenti alla trasparenza
e alla legalità
delle azioni delle pubbliche amministrazioni, a maggior ragione quelle che
detengono armi.
Talvolta è proprio la mancanza di queste caratteristiche – trasparenza e
legalità, che nell’ambito dell’Esercito evidentemente faticano ad affermarsi –
o il voler nascondere ogni problema o irregolarità ad ogni costo in nome di una
appartenenza
e di una fasulla
specificità
a preoccuparmi seriamente e
temo che questo episodio di prevaricazione del diritto e di diritti possa
diventare la regola
e che, quindi, taluni militari – quelli
dotati di una propria personalità e intelligenza – possano ancora essere
trattati come dei “minus habentes” o, e sarebbe peggio, possano cedere
all’arroganza del capo e diventare tutti “picciotti”, piegati ai “buoni
consigli” del boss di turno, del servo sciocco che non sa e non vuol
sapere che la libertà di espressione costituisce una delle fondamenta
essenziali della società, una delle condizioni sostanziali per il suo progresso
e per lo sviluppo di ogni uomo, che ogni formalità, condizione, restrizione o
sanzione imposta in materia di libertà di espressione deve essere sempre
proporzionata allo scopo
legittimo perseguito che non può certo essere quello di
mettere a tacere chi ha avuto il coraggio
di denunciare pubblicamente la commissione di presunte irregolarità o reati che
la magistratura tarda ad accertare.