IL PATTO TRA POLIZIA, CARABINIERI E FINANZA PER ELIMINARE I DOPPIONI. ECCO COME

Non serviva uno Sherlock Holmes per capire che nell’organizzazione delle
forze dell’ordine in Italia ci sono troppe cose che non vanno. Certo, le scene
del finale di “Fracchia la belva umana” con i carabinieri e gli
agenti del commissario Auricchio che si incontrano per catturare lo stesso
latitante appartengono sempre più al passato ma duplicazioni e sovrapposizioni
tra i corpi dello Stato sono diventate insostenibili per i conti pubblici.

Anche perché l’approccio degli italiani alla questione sicurezza è
cambiato: più che terroristi e mafiosi, fanno paura le minacce quotidiane,
dalle rapine in casa ai piccoli furti. «Il cittadino si sente utente di un
servizio che giustamente pretende efficiente e tempestivo», ha spiegato già nel
2007 l’allora capo della polizia Antonio Manganelli. Da allora però la
situazione non è migliorata.

Anzi, cinque anni di tagli lineari, dal blocco degli arruolamenti
all’impoverimento dei fondi per i mezzi, hanno inflitto duri colpi all’attività
sul territorio. Così la grande riforma della pubblica amministrazione varata a
fine luglio dal ministro Madia è diventata l’occasione per ridefinire il
settore della sicurezza. Per mettere a punto un piano di razionalizzazione i
vertici delle tre forze principali si confrontano a Palazzo Chigi. Lo chiamano “il tavolo Gutgeld”, dal nome
del consigliere a cui Matteo Renzi ha affidato la spending review delle
uniformi. Sembra sia stato dominato da una sintonia senza
precedenti tra polizia, carabinieri e finanza, anche perché tutti hanno gli
stessi problemi e l’interesse a definire riforme condivise.

I rapporti con il parlamento sono stati tenuti in modo discreto dal
deputato Pd Emanuele Fiano, che da anni si occupa di queste materie. Come
regista politico dell’operazione viene indicato Marco Minniti, il
sottosegretario all’intelligence che per i suoi trascorsi di viceministro degli
Interni dimostra una consuetudine con i dossier della sicurezza superiore
all’attuale titolare del Viminale Angelino Alfano, molto preso dalla vicende
del suo partito. Quanto
alla Difesa, da cui dipendono i carabinieri, il numero uno dell’Arma Tullio Del
Sette ha la piena fiducia di Roberta Pinotti, di cui è stato capo di gabinetto
fino alla nomina a comandante generale.

Il risultato è elementare, ma
potente. Prevede di mettere ordine nelle competenze, spazzando via una serie di
doppioni che apparivano assurdi e concentrando il personale sui, fronti più
caldi. Non ci saranno più due nuclei che si occupano d’opere
d ai te scomparirà quello della Finanza per affidare la missione ai carabinieri. Che, dal canto loro,
dismetteranno il reparto per la lotta alle banconote false lasciando
il campo alle Fiamme Gialle.

 

La
sfida ai grandi crimini informatici – dove tutti hanno fatto capolino – sarà sostanzialmente appannaggio
della polizia, che curerà la protezione delle reti strategiche dagli assalti
degli hacker. Nel futuro prossimo, ognuno si potenzierà seguendo una vocazione
precisa ed evitando di accavallarsi: le questure investiranno di più
nelle metropoli; l’Arma nelle fasce periferiche e nelle province, irrobustendo
la rete delle stazioni; le Fiamme Gialle si concentreranno sulla polizia
economico-finanziaria.

Cosa significa? Ad esempio,
diminuirà progressivamente l’anacronistico schieramento di finanzieri pér
l’ordine pubblico durante i cortei e le partite di calcio: personale che
resterà sulle strade, ma per combattere evasione fiscale e mercato dei falsi.
Nel prossimo anno i presidi sul territorio verranno aggiornati, per «essere lì
dove sono i problemi». E in tutta Italia sarà introdotto il centralino
unico 112, per ora
attivo solo in Lombardia, che riceve le richieste dei cittadini, smistandole a
chi deve intervenire: vigili, pompieri, ambulanze o polizie.

E da questi provvedimenti che si
vuole ottenere risparmi ed efficienza. Mentre la soppressione della
Guardia Forestale,
introdotta dal ddl Madia, pare più un’iniziativa dal valore simbolico, visto
che sparirà solo il vertice del Corpo. I 7563 forestali, tranne i circa 600 uomini
che si occupano di lotta agli incendi, sembrano destinati a confluire nei
carabinieri.

C’è una questione giuridica
ancora non definita: il passaggio da un’amministrazione civile allo status
militare che però quasi tutti i parlamentari da destra a sinistra hanno
appoggiato superando antiche diffidenze.

Quella
dell’Arma d’altronde è l’unica struttura sul territorio che può assorbire le
1200 caserme, spesso minuscole, sparse su monti e parchi. Inoltre saranno i carabinieri ad
avere competenza sul contrasto all’inquinamento e alle frodi alimentari, due
temi fondamentali in cui la Forestale ha un ruolo importante mentre la Finanza
farà un passo indietro, dedicandosi alla prevenzione ambientale marittima.

L’ipotesi
al vaglio è di confluire i forestali in un “ruolo speciale” dei
carabinieri, mantenendo quindi distinti compiti e carriere. L’unico settore turbolento è
stato il mare. Polizia e carabinieri si ritireranno, lasciando la missione solo
alle Fiamme Gialle.

Nel “tavolo Gutfeld” e
in Parlamento però negli scorsi mesi si era discusso di sciogliere la
Capitaneria, altro
organismo ibrido a metà strada tra Difesa e Trasporti, che in vent’anni ha
silenziosamente ampliato le competenze: in base ai codici, può persino
occuparsi di polizia stradale, facendo venire alla mente un celebre spot in cui
un agente in moto inseguiva una barca a vela.

Dietro le quinte c’è stata una
battaglia navale tra Marina e Finanza. Alla fine la Guardia costiera
sopravvive, ma ridimensionata nei vertici – in futuro non ci sarà più un
comandante generale riducendo il numero degli alti gradi – e nei compiti,
limitandosi al soccorso dei naufraghi, alle dirette dipendenze dell’ammiragliato
militare.

Resta un tabù invece l’antimafia. Più di venti anni fa si era
deciso di affidare il compito alla Dia, dipendente dal Viminale, ma i tre
organi specializzati delle altre polizie – Ros, Gico, Sco – si sono sempre più
rafforzati. Oggi la Dia appare come la cenerentola della guerra ai clan, con
risultati opachi e mansioni che sembrano ridursi alle certificazioni e alla
protezione dei pentiti, tanto che magistrati il come Nicola Gratteri sono arrivati
provocatoriamente a ipotizzarne l’abolizione. Il tema però è troppo delicato,
con il rischio di polemiche politiche, e il governo ha preferito non toccare
l’organizzazione del contrasto a cosche e narcos.

I
risparmi pero verranno anche da altri fronti. La legge chiede due sforzi. Ridurre i dirigenti e trovare una gestione
unitaria per quanto riguarda acquisti, addestramento e caserme.
Oggi spesso
stazioni e commissariati hanno sede in edifici affittati a caro prezzo, mentre
ci sono basi militari dismesse e immobili confiscati alle mafie che non vengono
usati: un lusso che non si può sostenere. Così come negli appalti, spesso con
gare diverse per comprare lo stesso tipo di auto o di velivolo. E più il mezzo
è sofisticato, più i prezzi aumentano. Oggi ci sono veri paradossi, con
contratti di manutenzione differenti per ogni singolo elicottero, oltre 600mila euro nel caso della
Capitaneria
: spese che si vuole abbattere uniformando i modelli e
unificando i centri tecnici.
Quanto
alla razionalizzazione delle gerarchie, i nodi irrisolti sono diversi. Un dato
statistico offerto dal dossier della spending review del governo Monti segnala
che nel compartimento Roma Centro contro i 414 poliziotti previsti ne risultino
ben 7500. Le resistenze non mancano, a tutti i livelli. Carabinieri e Finanza
hanno il vantaggio della natura militare: una volta impartiti gli ordini, si
obbedisce.
La
polizia invece ha un’ organizzazione più lineare ma deve negoziare ogni
cambiamento con la nutrita schiera di sigle sindacali. La stessa che ha di
fatto bloccato la soppressione dei reparti navali, che l’Arma ha invece più che
dimezzato nel giro di cinque anni seguendo una revisione autonoma dei costi.
Per tutti i dipendenti pubblici però il ddl Madia impone una rivoluzione delle
carriere, obbligando a far pesare di più merito e professionalità nelle
promozioni, adesso troppo spesso dominate dagli automatismi  e – per i gradi superiori delle forze
dell’ordine – dai giochi delle cordate interne o persino dalle influenze
politiche.
Una
grande novità, con criteri che vanno ancora definiti. Perché senza i decreti
attuativi la riforma non potrà partire. Quanto si risparmierà ancora non è
chiaro. Le stime iniziali parlano di 42 milioni di euro dall’accorpamento delle
attività sul mare, altri 40 milioni dagli affitti delle sedi e circa 26 milioni
dalla centralizzazione degli acquisti. Ma a regime si può andare molto più a
fondo. Sulla base della radiografia dei bilanci realizzata da Piero Giarda per
il governo Monti alcune analisi sono arrivate a prospettare un beneficio di 360
milioni solo sulla logistica – immobili, auto, manutenzione – e altri 180 milioni
dalla razionalizzazione dei reparti speciali. Questi soldi non resteranno nel
settore.
La legge
Madia propone di lasciare alle polizie
fino alla meta dei risparmi: la decisione spetta al ministero dell’Economia
.
E questa formula non rappresenta certo un incentivo ai sacrifici. Anche perche
la richiesta e quella di spendere meno, ma aumentare la sicurezza per i
cittadini. Una missione quasi impossibile. Alla luce degli stanziamenti attuali
e soprattutto dei buchi negli organici: negli ultimi quattro anni meno della
metà pensionati e stata rimpiazzata. Entro
il 2018 alla polizia mancheranno 21 mila uomini e alla Finanza 15 mila mentre i
carabinieri sono già sotto di 13.500.
Nonostante
questo la stragrande maggioranza dei fondi serve per gli stipendi, lasciando le
briciole per i mezzi e l’addestramento.
E l’età media continua a salire: ormai si
è già a 42 anni, troppi per un
lavoro logorante come quello del poliziotto. Di imitare il resto d’Europa e
aumentare la presenza di impiegati civili – con mansioni burocratiche e paghe
minori per smaltire alcune pratiche, come i passaporti o i permessi per gli
immigrati, non se ne parla: negli altri Paesi ormai formano un quinto dei
ranghi, da noi sono circa il 5 per cento.

Il
governo, dal prossimo anno ha promesso di eliminare il blocco del turnover e già a dicembre l’Arma spera di arruolare un
contingente di giovani carabinieri, selezionati con un concorso ma mai assunti.
L’unica risposta però può venire solo dalla razionalizzazione. Rivedere la
mappa dei presidi, dirottando agenti e carabinieri dove servono di più: mandare
sulle strade, nelle stazioni e nei commissariati uomini e donne che verranno
reperiti eliminando doppioni e comandi. Convincendoli che saranno i loro risultati
a determinare la carriera. Questa sì sarebbe una vera rivoluzione.

di Gianluca Di Feo per l’Espresso