Il Comandante dell’Arma vuole riformare le “punizioni”. E se oltre la disciplina si puntasse alla trasparenza?

Le dichiarazioni del Comandante Generale dei Carabinieri ci danno la sensazione, ormai sempre più palpabile, che i carabinieri siano parte di un organismo complesso ma senza più un’identità. Tacciare il Regolamento Generale dell’Arma dei carabinieri – pietra miliare della storia dell’Arma – di inadeguatezza rispetto al contesto sociale, semplicemente confonde e smarrisce. Eppure, se da un lato si invoca alla “riforma” del RGA, dall’altro si cerca di comprendere perché i carabinieri non sono più “come una volta”. È guardare avanti ed indietro senza una direzione, purtroppo.

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Affermare che il RGA vada cambiato per adeguare anche lo strumento disciplinare ai tempi resta inoltre un assunto che lascia perplessi: il procedimento disciplinare, la tipizzazione dei doveri militari e delle sanzioni di corpo e di stato sono tutte frutto di scelte del Legislatore, oltre che al contempo il risultato di un progressivo allineamento del mondo militare allo spirito democratico che informa le FF.AA., come stabilito dalla Costituzione. “L’ordinamento delle Forze Armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” (art. 52, 3° c. Cost.). È possibile che il Comandante Generale voglia trasformare lo spirito dell’Arma regredendolo ad uno scenario antecedente al 1978, anno del primo Regolamento di Disciplina Militare? Forse trae ispirazione dal passato remoto per declinare idee al futuro prossimo? Non lo sappiamo e, fortunatamente, potremmo non saperlo mai, dal momento che una circolare interna (tale è il RGA) non cambia la legge, gradatamente – lei sì – adeguatasi ai tempi, raffinandosi a dispetto dei nostalgici.

Ben venga la paventata sanzione pecuniaria se questo significa uniformare i provvedimenti disciplinari alla polizia di stato, “ritoccando” non solo la pena, ma anche il processo sanzionatorio. E’ notorio che l’attuale sistema manchi della terzietà propria del “giusto processo” traendo piuttosto ispirazione da criteri inquisitori ormai superati. Lo strumento sanzionatorio andrebbe quindi modificato tout court dall’origine, dalle contestazioni alla pena. Gettare un sasso nello stagno a due mesi dalla scadenza del mandato, senza entrare nel “vivo” confonde, illude, preoccupa. Qual è lo scopo di tale affermazione? Modernità, uniformità e democratizzazione o inasprimento, intensificazione e rigidità? I malpensanti potrebbero convogliare su questa seconda ipotesi visti i richiamati fatti di Piacenza. Ma queste sono solo congetture…



Non ci rende affatto perplessi, di contro, il seguito delle dichiarazioni, nella parte in cui il Comandante Generale dice che nell’Arma non si fa carriera con “encomi ed arresti”. Non ci stupisce perché – tutto sommato – non sappiamo nulla di come si fa carriera nell’Arma, ovvero quali siano i criteri meritocratici da cui trarre il meglio del capitale umano. Ecco, forse in questo caso occorrerebbe ispirarsi al richiamato “spirito democratico” agognato dalla carta costituzionale. Certo ricordiamo ancora le parole folgoranti dell’allora Ministro Trenta che, proprio al riguardo degli avanzamenti nei gradi apicali delle FF.AA., parlava di procedure inadeguate, lasciando in antifona che la mediocrità trionfasse da tempo ai vertici del mondo con le stellette. Parole pesanti a cui non hanno, purtroppo, seguito fatti, chiarimenti, provvedimenti amministrativi o proposte di legge. Ora il Comandante Generale dell’Arma ci chiarisce, almeno, che neanche con “encomi ed arresti” si fa carriera. Bene: avremo qualche dubbio in più.

 

La carriera di un ufficiale parrebbe una sorta di “raccolta punti” che non stratifica nessun background professionale, ma solo sacrifici (molte volte inutili) addizionati l’uno all’altro verso il congedo.

 

Se si vuole cambiare (migliorando) sarebbe invece fondamentale una circolare che desse possibilità di totale trasparenza e concreto diritto di accesso generalizzato alle procedure che sottendono l’impiego e l’avanzamento, allo scopo di comprenderle e poterle valutare.


Abbiamo quindi una proposta rivoluzionaria, questa sì, in grado di adeguare ai tempi l’Arma: applichiamo una volta per tutte il principio della massima trasparenza amministrativa! Diamo la possibilità del controllo sociale non solo sui carabinieri che fanno pattuglie, ma anche sulle decisioni dei vertici che siedono nelle Commissioni per la Valutazione e l’Avanzamento! Rendiamo, ancora, i trasferimenti “provvedimenti motivati” di default, che quindi non sfuggano alla possibilità di comparazione reciproca! Lasciamo che l’Arma diventi il simbolo della trasparenza, fermo restando il riserbo sulle questioni militari, situate nell’alveo sacro del segreto per la sicurezza dello Stato. Ma è di persone, di uomini e donne che stiamo parlando!

Riformare le sanzioni, rendendole esclusivamente più ferree (con tutte le riserve di cui abbiamo parlato) non servirà ad infondere uno spirito più saldo in questo complesso organismo, smarrito – come sottolinea Nistri – rispetto ai tempi. Ma dare un senso di equanimità, di esemplarità, di fulgido trasparente governo dell’Arma, questa è la vera riforma al passo coi tempi!

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