I BABY KAMIKAZE DELL’ISIS

(di Franco Iacch) – Il
bambino abbraccia solennemente i genitori. Subito dopo indossa la cintura
esplosiva
. Si inginocchia verso il padre e gli bacia la mano prima di
partire per una missione suicida. L’ultimo attacco avvenuto il mese
scorso ad Aleppo, conferma la nuova strategia dello Stato islamico che
mira al coinvolgimento degli adolescenti in missioni suicide.

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La
sequenza padre-figlio immortalata nelle foto fa parte della nuova campagna
di reclutamento
 e propaganda dell’Isis. Ad oggi sono stati confermati
89 attacchi suicidi, portati da bambini e adolescenti, in Iraq e Siria.

In un
rapporto realizzato per conto dell’Accademia Militare di West Point, dal titolo
“The Islamic State is mobilizing children and youth at an increasing and
unprecedented rate”, si analizzano le nuove tattiche dello Stato islamico.
Lo
studio descrive l’utilizzo dei bambini da parte dello Stato Islamico, come
parte di una strategia più ampia per coltivare una nuova generazione di militanti,
indottrinati fin dall’età scolare all’ideologia del gruppo e del tutto
assuefatti alla violenza. Il rapporto è il primo resoconto completo degli
attacchi suicidi portati da bambini ed adolescenti dal 2014. Circa il 60 per
cento delle vittime sono catalogate come “adolescenti”, con un età compresa dai
12 ai 16 anni. Nessuno degli 89 kamikaze fino ad oggi registrati, aveva un’età
superiore ai 18 anni.
Almeno
undici bambini, tra gli 8 ed i 9 anni, sono stati uccisi in operazioni suicide
lo scorso gennaio. Storicamente, l’utilizzo dei bambini in combattimento è
stato spesso interpretato come un ultimo segnale di disperazione,
così come avvenuto nella Germania nazista nelle fasi finali della seconda
guerra mondiale. Ma secondo i ricercatori americani, lo Stato islamico impiega
i bambini per motivi di propaganda e per la loro capacità di
eludere il rilevamento. I bambini, quindi, non sono i sostituti dei soldati
persi in battaglia, ma sono stati integrati come nuova arma nella macchina da
guerra dei terroristi.
“Il
martirio dei bambini è ormai una prassi consolidata. Il loro impiego su larga
scala potrebbe essere determinato dalle future sorti del califfato. La
stragrande maggioranza dei bambini e degli adolescenti impiegati nelle missioni
suicide provenivano dall’Iraq e dalla Siria, dove lo Stato Islamico controlla
un’area delle dimensioni del West Virginia. Altri provenivano dal Medio Oriente
e dal Nord Africa. Almeno quattro provenivano dall’occidente: due
dalla Gran Bretagna e due da Francia ed Australia”.

36
bambini sono stati uccisi mentre erano alla guida di veicoli imbottiti di
esplosivo. In diciotto attentati contro posizioni militari, i bambini
indossavano cinture esplosive. Soltanto in due casi, gli obiettivi erano
civili. “Si tratta di cambiare il modo stesso di concepire il bene dal male. La
violenza quotidiana a cui sono costretti ad assistere, rende i bambini
psicologicamente pronti per ciò che dovranno compiere in futuro. I media dello
Stato islamico continuano ad elogiare il martirio dei bambini. Vestiti
all’occidentale, muoiono per la gloria del califfato”.


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