«Ho avuto paura e ho sparato per difendermi», poliziotto indagato per omicidio volontario a Milano
Una città esausta, una nazione stanca
Rogoredo non è più solo un quartiere: è il simbolo di una resa quotidiana, di una comunità che da anni assiste impotente allo stesso copione. Spaccio, degrado, violenza. Una zona diventata territorio occupato, dove chi vende droga agisce con la sicurezza di chi si sente padrone, mentre residenti e cittadini vedono lo Stato arretrare passo dopo passo. L’esasperazione è totale: di Milano, ma anche di un Paese che riconosce in quel bosco un fallimento strutturale.
Via Impastato, la sparatoria e l’inchiesta
È in questo contesto che si inserisce la morte di Abderrahim Mansouri, cittadino marocchino di 28 anni, avvenuta in via Impastato, durante un servizio di controllo antidroga. Un poliziotto è ora indagato per omicidio volontario. Secondo quanto riferito dall’agente al pubblico ministero Giovanni Tarzia, Mansouri si sarebbe avvicinato nonostante l’ordine di fermarsi, puntando contro di lui una pistola, poi risultata a salve.
«Ho avuto paura e ho sparato per difendermi», ha messo a verbale. Il colpo lo ha raggiunto alla fronte, uccidendolo sul colpo.
La dinamica: pochi secondi, tensione massima
Gli agenti erano due e avevano appena fermato un presunto spacciatore. Mansouri si sarebbe avvicinato rapidamente, ignorando il «fermo polizia». A una distanza di circa venti metri avrebbe estratto l’arma, una replica senza tappino rosso di una Beretta 92. In condizioni di buio, l’agente non avrebbe potuto distinguere che si trattava di una pistola a salve.
Ora sono previsti autopsia e accertamenti balistici per ricostruire con precisione traiettoria e sequenza dei fatti. La difesa del poliziotto, rappresentata dall’avvocato Pietro Porciani, sostiene che emergerà la legittima difesa e che cadrà la contestazione ipotizzata a fini investigativi.
Chi era Abderrahim Mansouri
Mansouri aveva numerosi precedenti per spaccio, resistenza a pubblico ufficiale e rapine. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, il cognome appartiene a una famiglia marocchina che da anni gestisce i cosiddetti “cavallini”, i piccoli spacciatori che riforniscono senza sosta la piazza di Rogoredo con cocaina, eroina ed erba a basso costo.
Tra gli arbusti gli investigatori hanno trovato una tenda, usata come rifugio e base logistica. Mansouri era già sotto indagine ed era considerato dagli investigatori quasi un dirigente dell’organizzazione familiare, finita sotto inchiesta alcuni anni fa. Il sospetto è che al momento della morte stesse rifornendo un pusher.
Il bosco della droga: regole criminali, Stato ai margini
Nel bosco di Rogoredo i pusher sono regolarmente armati. Non per affrontare la polizia, ma per difendere soldi, chili e mezzi chili di droga da clan rivali. Le cosiddette “regole del bosco” vietano di ferire agenti: contro le forze dell’ordine si scappa, al massimo si reagisce a mani nude.
Proprio per questo l’episodio rappresenta una rottura inquietante, segnale di una tensione ormai fuori controllo.
Armi, insediamenti e degrado strutturale
Le pistole circolano nei campi e nei boschi come strumenti di intimidazione tra bande. Il vero pericolo, spiegano gli investigatori, sono le imboscate, non gli arresti. La Repubblica segnala anche la presenza di un insediamento di famiglie sinti in roulotte, seminascoste da un terrapieno, ulteriore elemento di complessità in un’area già esplosiva.
Il viottolo dell’orrore
Per entrare nel cuore dello spaccio si percorre un viottolo pieno di siringhe, si attraversa un tunnel di cemento armato e si arriva nel boschetto di via Impastato. Dal 2019 qui si è spostata la diaspora di tossici e pusher di Rogoredo.
Arrivano quattordicenni che chiedono spiccioli con scuse improvvisate, e tossicodipendenti cronici che si bucano e dormono nel fango. Intanto polizia e carabinieri tentano di svuotare il mare con arresti per spaccio spesso seguite da scarcerazioni.
Ora, a questo bilancio già drammatico, si aggiunge un morto.
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