Caso Shalabayeva, condannati in Appello bis gli ex capi della Squadra Mobile e dell’Ufficio Immigrazione di Roma
La nuova sentenza della Corte d’Appello di Firenze
La Corte d’Appello di Firenze ha rovesciato nuovamente il corso del processo sull’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia Alua. Nel giudizio d’appello bis, disposto dalla Cassazione, i magistrati hanno condannato tutti gli imputati per sequestro di persona, ignorando la richiesta di assoluzione avanzata dalla procura generale.
Tra i condannati figurano gli ex vertici operativi della questura romana: Renato Cortese, già capo della Squadra Mobile, e Maurizio Improta, ex dirigente dell’Ufficio Immigrazione. Condannati anche Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma.
Un caso giudiziario che continua a ribaltarsi
Il percorso processuale è stato caratterizzato da continui colpi di scena.
- Primo grado a Perugia: condanne tra 4 e 5 anni per i cinque funzionari.
- Appello del 9 giugno 2022: assoluzione piena “perché il fatto non sussiste”.
- Cassazione, ottobre 2023: annullate le assoluzioni, ordinato un nuovo processo a Firenze.
- Giovedì: arriva la nuova condanna in appello bis.
La difesa: “Sentenza sorprendente, ricorreremo”
La decisione ha lasciato sgomenti i legali dei funzionari.
Il professor Franco Coppi e l’avvocata Ester Molinaro, difensori di Cortese, hanno commentato all’Adnkronos: “Una sentenza particolarmente sorprendente, anche perché la Procura Generale aveva chiesto l’assoluzione. Faremo ricorso per Cassazione.”
L’avvocato Bruno Andò, difensore di Improta, ha aggiunto:
“Siamo intimamente convinti della loro innocenza. Impugneremo la decisione.”
Il ministro Piantedosi: “Vicinanza ai dirigenti condannati”
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha espresso solidarietà ai cinque funzionari.
“Vicenda estremamente complessa, come mostrano la precedente assoluzione e la stessa richiesta di assoluzione del pg. Esiti inaspettati che confermano quanto sia difficile per chi tutela la sicurezza operare senza rischiare personalmente.”
Nel suo commento ha rimarcato il valore professionale degli imputati:
“Sono servitori dello Stato con curriculum importanti. Mi auguro che in Cassazione vengano assolti da ogni accusa.”
La vicenda del 2013
Tutto inizia nella notte tra 28 e 29 maggio 2013, quando Alma Shalabayeva viene portata dalla Digos all’Ufficio Immigrazione per l’identificazione dopo aver presentato un documento ritenuto falso. Le autorità cercavano il marito, il dissidente kazako Muktar Ablyazov, e alla donna fu contestato il possesso di un passaporto contraffatto.
Due giorni dopo l’espulsione viene firmata: Shalabayeva e la figlia Alua vengono rimpatriate.
Nel 2014, una volta tornate in Italia, alla donna viene riconosciuto l’asilo politico.
All’epoca dei fatti:
- Cortese guidava la Squadra Mobile di Roma
- Improta era a capo dell’Ufficio Immigrazione
- Armeni, Stampacchia e Tramma erano loro collaboratori
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