Polizia

Armi sottratte e rivendute: ex poliziotto condannato a risarcire la Polizia per danno di immagine


Una condanna che pesa: 20.000 euro di danno d’immagine

La Corte dei Conti dell’Emilia Romagna ha condannato un ex poliziotto, già riconosciuto colpevole in sede penale per peculato e induzione indebita, al pagamento di 20.000 euro per il danno d’immagine arrecato alla Polizia di Stato. L’uomo, oggi 63enne, prestava servizio al commissariato di Persiceto ed era addetto alla gestione delle pratiche relative alle licenze per la detenzione e il porto d’armi.


Il meccanismo illecito: dalle consegne alla rivendita

I fatti contestati, avvenuti tra il 2011 e il 2014, riguardano l’appropriazione e la successiva vendita di armi che i cittadini avevano deciso di consegnare alla polizia per disfarsene.
Normalmente, chi non desidera più detenere un’arma – spesso anziani o eredi che non vogliono conservare pistole o fucili – presenta richiesta agli organi di polizia, che provvedono al ritiro e alla distruzione del materiale.

Secondo quanto accertato, l’ex agente ritirava regolarmente le armi ma, grazie a vari escamotage, ne faceva risultare inesistente la consegna negli archivi dell’ufficio. Successivamente, le rivendeva sottobanco, alimentando un mercato nero in cui sono finite circa dieci armi tra fucili e pistole.


L’induzione indebita: minacce per ottenere due armi

Oltre al peculato, la magistratura contabile ha richiamato un episodio di induzione indebita: l’ex poliziotto avrebbe minacciato una persona di una sanzione amministrativa per il mancato aggiornamento del cambio di residenza, inducendola così a consegnargli due armi, poi rivendute a un’armeria.


La motivazione della Corte dei Conti

Nella propria decisione, la Corte dei Conti ha ricostruito in modo dettagliato l’impatto delle condotte dell’ex agente sull’immagine dell’amministrazione. I giudici hanno sottolineato come la gravità del comportamento fosse amplificata dalla posizione ricoperta dal dipendente, incaricato di gestire un settore particolarmente delicato come quello delle licenze e della custodia delle armi. Proprio il ruolo istituzionale, che presuppone un elevato livello di affidabilità e trasparenza, è stato ritenuto elemento decisivo nel valutare il danno provocato all’ente.

La Corte ha inoltre evidenziato la natura stessa della Polizia di Stato, un corpo il cui prestigio pubblico si fonda sul rapporto di fiducia con i cittadini. L’illecito, avvenuto all’interno di un ufficio preposto alla tutela della sicurezza e al controllo di materiali sensibili come le armi da fuoco, ha inevitabilmente prodotto un’eco negativa ben più ampia del singolo episodio. A ciò si è aggiunta la particolare modalità delle condotte, ritenute “tutt’altro che marginali” per le manipolazioni reiterate, per gli artifici utilizzati e per l’effetto disorientante sull’opinione pubblica, colpita dal tradimento di una funzione considerata tra le più sensibili dello Stato.

Un ulteriore elemento considerato nel calcolo del danno è stata la diffusione mediatica della vicenda, che ha amplificato la percezione di un comportamento distorto e contrario ai valori del corpo di appartenenza. Tale esposizione pubblica, secondo i giudici, ha accresciuto l’impatto reputazionale dell’episodio, rendendo necessario un ristoro economico.

Sulla base di questi fattori, il Collegio ha stabilito che la quantificazione del danno d’immagine dovesse attestarsi a 20.000 euro, sottolineando come la sottrazione delle armi avesse coinvolto materiali dal valore economico “tutt’altro che irrisorio”, pur senza poter determinare con precisione il profitto illecito complessivamente ottenuto dall’ex agente.


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