AGENTE SI SPARA CON LA PISTOLA DI ORDINANZA

Una guardia penitenziaria di 51 anni, per ragioni ancora sconosciute, si è tolta la vita, intorno alle 3 di questa mattina  sparandosi con la pistola d’ordinanza. L’uomo che si trovava sul posto di lavoro, ma non era in servizio, è morto sul colpo.

I soccorsi

Immediati i soccorsi da parte di colleghi e personale medico inviato dalla centrale Sores di Palmanova. Troppo gravi le lesioni riportate al capo. A rendere nota la vicenda Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.

Il 51enne, residente a San Daniele, viveva attualmente con la sorella, ma da quanto riferito dai sindacati del Sappe, non si sarebbe trovato in condizioni economiche difficili nè con situazioni familiari borderline. L’uomo, impegato all’interno dell’ufficio servizi del carcere tolmezzino, stando ad una prima ricostruzione, è tornato all’interno dell’edificio proprio quella notte nonostante non dovesse lavorare. Una dinamica che fa presupporre una certa premeditazione.

«L’ufficio servizi – come ci racconta Giovanni Altomare segretario regionale per il Friuli Venezia Giulia del Sappe – non è a diretto contatto con i detenuti, ma è il porto franco dei problemi di tutto il personale. Un ruolo sicuramente di grande importanza e al contempo dal grande impatto psicologico. Sembra davvero non avere fine – prosegue Altomare – il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Siamo sconvolti. L’uomo era benvoluto da tutti e molto disponibile. Davvero perdiamo un amico, prima che un collega».

Informato il magistrato di turno della Procura di Udine, la salma è stata rimossa e affidata ai parenti tramite le onoranze funebri. Non sono note le cause del gesto. 

Un fenomeno allarmante

Secondo i dati del Sappe in Italia negli ultimi tre anni sono 55 i suicidi di personale penitenziario e sarebbero in aumento. In Friuli Venezia Giulia negli ultimi anni sono stati diversi simili registrati a Trieste e Pordenone.

A Tolmezzo, carcere di massima sicurezza che conta ad oggi 187 detenuti, sarebbe il terzo caso dalla sua apertura. Un fenomeno allarmante, denunciano i sindacati, nei quali la componente psicologica rappresenta solo una parte del problema. I lunghi turni massacranti, l’assenza di strutture differeziate per detenuti con problemi psichici e psicologici e la nuova politica di sorveglianza dinamica cui è stata condannata l’Italia direttamente dalla CEDU, infatti, garantisce ai detenuti  8 ore giornaliere “fuori-cella” all’interno dell’edificio creando episodi di violenza tra detenuti e stress tra le guardie penitenziarie.

«E’ stato richiesto più volte a livello regionale e nazionale la predisposizione di un presidio psicologico per allentare la pressione sui dipendenti della Polizia Penitenziaria – conclude Altomare – Una richiesta lecita che migliorerebbe di molto la qualità della vita e del lavoro di queste persone che si trovano a lavorare quotidianamente nelle carceri che oggi sono diventate uno stato di diritto per i detenuti e non per la polizia penitenziari».