AGENTE SCOPRE LA TRUFFA DEL COLLEGA MA FINISCE ANCHE LUI SOTTO INCHIESTA

(di Claudio Laugeri) – Il poliziotto sospetta che il collega «tarocchi» il
registro degli straordinari, nel commissariato dove lavorano entrambi. Così,
decide di indagare. Da solo. Senza autorizzazione. Raccoglie elementi, che
portano al rinvio a giudizio di quel collega per truffa ai danni dello Stato.

Ma finisce pure lui a processo per aver violato gli archivi informatici del
commissariato. A raccontare il paradosso è proprio l’assistente capo Antonio M.
(difeso da Antonio Genovese), 46 anni, arrivato davanti al giudice Pier Giorgio
Balestretti per ricostruire la vicenda che ha portato sott’accusa il
vice-sovrintendente Franco C. (avvocato Stefano Grindatto). 
La
vicenda
  
Tutto risale al febbraio 2013. Al commissariato
Borgo Po, molti poliziotti si lamentano per gli straordinari: c’è chi ne fa
pochi, chi ne fa troppi. E chi sembra li faccia soltanto sulla carta. Antonio
decide di vederci chiaro. L’organizzazione dei servizi avviene attraverso un
software, gestito tra gli altri da Franco. E’ lui il principale indiziato
nell’indagine di Antonio. A computer vengono inseriti i turni e le ore di
straordinario, estrapolate anche dai fogli-presenza dove servono firme a inizio
e fine turno. Antonio filma quei fogli, privi di molte firme in uscita. E a
Franco mancano almeno per 21 ore e mezzo in una decina di giorni
controllati. 
Ma l’assistente capo vuole fare un lavoro completo.
Così, entra nell’archivio informatico utilizzando «username» e «password»
(«trovata andando per tentativi», specifica in aula) di un collega. E scopre le
modifiche fatte da Franco. Immortala con il cellulare l’ufficio chiuso oppure
le stanze vuote negli orari di straordinario del collega. 
L’indagine  
«Non mi fidavo di nessuno, non sapevo a chi parlare
di questa storia» dice incalzato dalle domande del pm Patrizia Caputo. Alla
fine, si confida con Gaetano B., 40 anni: «Gli ho consigliato di andare alla
Squadra Mobile. E poi ho fatto anch’io un’annotazione di servizio. Sono un
poliziotto…». E il dirigente? Nessuno gli ha parlato? «Non mi fidavo» ricorda
Antonio. Tutto perché gli avevano riferito di una riunione di qualche tempo
prima, dove il dirigente aveva cercato di stroncare le voci sui «maneggi» legati
agli straordinari. «Emergevano sempre malumori su quell’argomento. Ho anche
fatto qualche accertamento con le videocamere di sorveglianza. Una volta ho
scoperto qualcosa che non andava e l’ho contestata ai colleghi» è la
spiegazione del dirigente, da tempo passato ad altro incarico. 

Poi, in aula sfilano i testimoni di accusa e difesa.
Tutti colleghi, gente che lavora gomito a gomito. Costretti dalla Giustizia a
lavare in pubblico panni che avrebbero preferito sciacquare in commissariato:
dai dispetti subìti da Gaetano per aver contribuito all’indagine del collega
Antonio, al bisticcio con Franco per il turno di straordinario affidato
all’ultimo momento alla moglie. Meschinità. La truffa è un’altra storia. 
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