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I soldati sanno che da un momento all’altro la loro vita può essere spezzata da una granata, da una mina, da un proiettile o da un gas letale. In tempo di pace però militari e civili devono poter convivere senza rischiare inutilmente la loro vita. Questi sono i patti. Eppure al di là dei reticolati e dei muri che circoscrivono i poligoni sembrano vigere regole diverse. Il quadro che emerge dalla relazione della commissione d’inchiesta uranio impoverito ne è l’esplicita conferma, anche se qualcosa finalmente affiora. E quel po’ lascia basiti.

La Sardegna è la pattumiera di tutto quello che non serve più a uccidere

Ci sono regioni italiane, in particolare la Sardegna, che sono diventate la pattumiera di tutto quello che non serve più a uccidere. E la cui mancata o tardiva bonifica dei residui dei munizionamenti impiegati nelle esercitazioni ha prodotto rischi ambientali in danno di quanti sono stati o sono chiamati ad operare o a vivere in quelle aree. Il centro di questo terribile quadro se lo contendono il Poligono di Capo Teulada, il Poligono Interforze di Salto di Quirra (PISQ ), il Poligono di Monte Romano (Lazio) e quello di Cellina Meduna (Friuli Venezia Giulia).Una triste storia è anche quella di Monte Venda (Veneto), dove le alte concentrazioni di gas radioattivo radon avrebbero mietuto molte vittime tra i militari e i civili.

Grave ritardo nel ricostruire l’uso del missile MILAN

In tutti questi centri di addestramento, la commissione ha anche segnalato il grave ritardo, messo in luce dai responsabili dei poligoni, nel ricostruire l’uso effettuato in passato del missile MILAN, e, di conseguenza, nel censire la presenza nelle aree interessate di residui pericolosi come le lunette radioattive di torina: questo dimostra “un’inveterata incapacità di prevenire efficacemente il rischio”, si legge nel documento presentato al “pubblico” dal presidente della commissione Gian Piero Scanu.

Missili utilizzati a Capo Teulada sono stati 4242

Non può essere infatti considerato un caso che, dopo una formale richiesta della commissione, solo il 7 giugno del 2017 il Comandante del poligono di Quirra, il generale Giorgio Francesco Russo, ha comunicato che “il numero di missili MILAN lanciati presso il PISQ nel periodo dal 1986 al 2000 è di 463 a testa attiva e 50 a testa inerte”. Dati poi confermati il 21 giugno dello stesso anno dal generale Nordio, Sottocapo di Stato Maggiore della Difesa, che a sua volta ha riferito che i missili utilizzati presso il Poligono di Capo Teulada sono stati 4242 (di cui 636 a testa inerte e 4069 a testa attiva).

Presenza di torio nel bestiame e in alcune salme riesumate

Pesanti anche le osservazioni del procuratore della Repubblica di Lanusei (Nu). Biagio Mazzeo ha rivelato che le indagini hanno fatto emergere la presenza del torio sia nel bestiame, sia in alcune salme riesumate di pastori deceduti per malattie oncologiche o linfomi. Il documento conferma quanto si sa da tempo, e cioè che c’è stato e c’è in quelle aree un grave rischio per la salute. Lo dimostra, indirettamente, la disciplina sanitaria vigente, dove si prevede “l’elargizione di indennizzi” ai lavoratori e ai cittadini esposti all’uranio impoverito.

Napalm interrato nel poligono di Quirra

Che la Sardegna sia da un sacco di tempo una discarica “privilegiata”, lo dimostrano anche alcune interessanti osservazioni del deputato sardo Mauro Pili, che ha chiesto se nell’indagine e nel dibattimento si fosse mai affrontato l’interramento nel poligono di Quirra di Napalm, il diserbante utilizzato nella guerra del Vietnam. Un risposta seppur indiretta gli è stata data dal procuratore di Lanusei che in commissione ha fatto pervenire documenti che rivelano il contenuto di una nota dell’Aeronautica Militare, (Centro Consultivo Studi e Ricerche dell’agosto 1984) avente per oggetto “Controllo materiale NAPALM”, in cui si indica “l’interramento”, come “soluzione più ragionevole”.

Materiale potenzialmente pericoloso custodito a Serrenti

Come sono arrivati in Sardegna gli 89.065 chili di ordigni che poi sono stati bonificati nei poligoni? Il primo carico è partito dalla Sicilia il 25 maggio 1986. Ed è stato il primo di una lunghissima serie durata sino al 2008. Materiale “pericolosissimo”, come lo definiscono i report riservati della Difesa. Atti che sarebbero dovuti rimanere secretati, per poi scomparire tra i segreti di Stato, che ora però emergono in tutta la loro virulenza dal lavoro in commissione. Documenti che provano – oltre ogni legittimo dubbio – che nel corso degli anni sono stati trasportati in Sardegna enormi quantitativi di armi, che in un primo momento erano stati stoccati dall’allora 115° Deposito Sussidiario dell’Aeronautica Militare di Vizzini (Sicilia). Il materiale bellico da Catania era partito per Olbia con appositi convogli ferroviari straordinari, composti anche da 15 carrozze coperte e poi tramite autocarri del vettore commerciale, con destinazione finale presso il 116° Deposito Sussidiario dell’Aeronautica Militare di Serrenti (CA). Una parte di questo materiale forse è ancora sotto la collina di Monti Mannu, l’altra sarebbe stata fatta brillare nei poligoni.

Chi risarcirà la Sardegna e le altre regioni italiane

Una dettagliata relazione datata 19 maggio 1986 – e messa on line da Pili – aveva dato il via alle operazioni di distruzione di un impressionante quantitativo di missili, bombe, razzi e spolette. Sono 1043 i razzi di vario tipo,  14.892 le spolette, 1591 i detonatori, 525 le testate esplosive e 1659 le bombe che sarebbero dovute essere immediatamente distrutte. Chi risarcirà la Sardegna e le altre regioni italiane che hanno subito o stanno subendo questo servaggio? Servirebbe una scatto d’orgoglio, chissà se lo vedremo mai.

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