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È stato condannato a due anni e due mesi di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali, il maresciallo dei carabinieri accusato dalla Procura di Bologna d’aver cancellato i file audio delle intercettazioni relative all’inchiesta sulla Faac, la multinazionale dei cancelli lasciata da Michelangelo Manini in eredità all’Arcidiocesi di Bologna. Il militare G.V. era stato anche rinviato a giudizio per accesso abusivo a sistema informatico, ma per questo capo d’imputazione ieri è stato assolto dal giudice Valentina Tecilla «perché il fatto non sussiste».

I tabulati telefonici

Ed è proprio durante il processo al maresciallo che è emersa la richiesta di acquisizione dei tabulati telefonici di due cronisti, Gianluca Rotondi del Corriere di Bologna e Gilberto Dondi de Il Resto del Carlino. La richiesta, firmata dal pm Valter Giovannini, riguardava sia il traffico in entrata che in uscita. La circostanza è emersa quando il legale del maresciallo ha chiesto all’ufficiale di polizia giudiziaria, incaricato appunto dell’acquisizione dei tabulati, il perché di questa richiesta da parte della Procura proprio nell’ambito di quel procedimento. L’ufficiale, tenuto in aula a dire la verità, ha risposto con un «non ricordo». La domanda, quindi, resta. A cosa potevano servire quei tabulati visto che fra i due cronisti e il maresciallo in questione non c’era mai stato alcun tipo di rapporto? Perché la Procura aveva interesse a sapere con chi Dondi e Rotondi parlavano al telefono?

Le intercettazioni

Tornando al carabiniere, le intercettazioni per la cui cancellazione è stato condannato (anche se non ci fu danno reale visto che gli audio erano stati salvati anche su altri supporti) erano relative all’inchiesta per tentata estorsione ai danni della Curia, conclusa con l’archiviazione di quattro avvocati legati ai famigliari di Manini. All’epoca dell’indagine, nata dopo un esposto dell’Arcidiocesi a marzo 2013, l’accordo con i parenti non era ancora stato trovato e l’eredità, oggi nelle mani della Curia, era stata affidata a un custode. In qualità di pubblico ufficiale, allora in servizio presso il comando della compagnia dei carabinieri di San Lazzaro, G.V. il primo settembre del 2014 avrebbe «posto in essere condotte dirette a cancellare dati informatici utilizzati dallo Stato e di pubblica utilità». Gli accertamenti tecnici hanno portato dritto al maresciallo: sono state provate il suo utilizzo di una scheda per consultare «da remoto», cioè non dagli uffici della Procura, gli audio delle telefonate e il ritrovamento di tracce digitali che avrebbero dimostrato le sue azioni sui file. Mentre è stato assolto per l’accesso abusivo a sistema informatico. La Procura in questo caso lo aveva accusato di «essersi introdotto abusivamente all’interno del sistema informatico e telematico utilizzato dalla compagnia dei carabinieri e di averlo fatto per finalità estranee alle ragioni di servizio». Le motivazioni saranno depositate nei prossimi giorni.

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