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Pare che alla fine, a chiedere di togliere dalla circolazione la giovanotta dal cognome illustre siano stati non solo i poliziotti, stufi di essere dileggiati, ma anche gli stessi diseredati che la signora pretendeva di difendere. Così per Veronica Padoan, figlia del ministro dell’Economia Pier Carlo, ieri il questore di Reggio Calabria fa partire il provvedimento che la sloggia per tre anni da Rosarno, il cuore della Calabria agricola. Foglio di via, immediatamente esecutivo, salvo ovviamente il diritto della destinataria di ricorrere al Tar. Ma intanto, fuori dai piedi.

Era da tempo che sindacati, centri sociali e organizzazioni di volontariato attive in Calabria facevano sapere in giro di non condividere e non gradire l’irruenza con cui «Campagne in lotta», l’organizzazione di cui Veronica è una dei leader, cercavano di monopolizzare la difesa dei migranti impegnati nelle attività agricole nella zona. Molte chiacchiere, un sacco di ideologia barricadera, e tanto poi a pagarne le conseguenze erano gli extracomunitari. Il colmo è arrivato il 18 agosto scorso, quando la signora ha messo in piazza una protesta contro il trasferimento in una struttura di accoglienza dei migranti della tendopoli di San Ferdinando, un ghetto degradato di cui le altre organizzazioni chiedevano da tempo la chiusura. Nei giorni in cui doveva partire lo spostamento nel nuovo impianto predisposto dal Prefetto di Reggio, «Campagne in lotta» cercò di bloccare tutto quanto. La maggior parte degli stranieri, ben contenti di vedersi assegnare una sistemazione più comoda, mandarono a quel paese la Padoan e i suoi colleghi, che la presero malissimo. Solo una piccola parte scese in piazza insieme al gruppetto degli agit prop. E nei confronti della Padoan partì la denuncia per istigazione a disubbidire alle leggi, un reato desueto ma ancora in vigore (una volta puniva anche l’istigazione all’«odio tra le classi», ma questo passaggio è stato dichiarato parzialmente incostituzionale).

La chiassata dell’agosto scorso è d’altronde solo l’ultima puntata della guerra personale che la figlia del ministro ha deciso di intraprendere in difesa dei «dannati della terra». Mentre la sorella Eleonora ha scelto di seguire le orme paterne senza tanti patemi o sensi di colpa, ed è stata assunta senza concorso alla Cassa depositi e prestiti, Veronica – pur non rifiutando gli agi del suo status sociale – si è dedicata anima e corpo alla militanza. Come si sostenga economicamente, aiuti del babbo a parte, non è noto, visto che l’unico lavoro retribuito di cui c’è traccia nel suo curriculum è un passato di ricercatrice alla Cgil. Ma è noto come impiega le sue giornate, impegnata a tempo pieno a girare tra Puglia e Calabria per politicizzare i campesinos di colore.

«Questo palazzo non serve a un c…», la videro scandire ritmicamente davanti alla prefettura di Foggia, dove si trovava il ministro Andrea Orlando: e a chi le chiedeva come conciliasse le sue origini mai rinnegate con questi ardori rivoluzionari, rispose secca «se permettete, non è importante chi sono ma quello che dico». Il che sarebbe sacrosanto, se intorno a lei non aleggiasse da sempre il pregiudizio di essere protetta dal cognome che porta anche in circostanze che a un comune mortale porterebbero guai più seri. Come accade adesso, col prefetto che anziché usare la mano pesante le riserva un provvedimento dal sapore un po agè come il foglio di via, quello che una volta si dava ai perdigiorno, ai vagabondi, alla genia dei fastidiosi ma innocui: come Gabriele Paolini, che si vide diffidare da rimettere piede a Fiumicino. Si offenderà, baby Padoan, per essere trattata come un disturbatore da telecronache?

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