«Viviamo tempi che non ammettono ritardi». Il Generale Portolano in audizione alla Camera: armi moderne ma pochi fondi per usarle (Video Audizione)
Il DPP come bussola: «Strumento mission driven, non lista della spesa»
Alle 13, nella Sala del Mappamondo di Montecitorio, le Commissioni Difesa congiunte di Camera e Senato hanno ascoltato il Capo di Stato Maggiore della Difesa, generale Luciano Portolano, nell’ambito dell’esame del Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025‑2027.
Portolano ha esordito rivolgendo il proprio saluto «a tutte le Forze armate che quotidianamente servono il Paese con disciplina, dedizione e spirito di sacrificio, in Italia come oltre i confini nazionali», ringraziando le Commissioni per l’opportunità di «offrire elementi utili all’approfondimento del Documento Programmatico Pluriennale della Difesa 2025‑2027».
Il DPP, ha chiarito, non è un semplice allegato contabile ma «un documento attraverso il quale intendiamo definire e condividere le scelte strategiche e finanziarie della Difesa», che consente al Parlamento e al sistema Paese di:
«conoscere i nostri sforzi nel breve e medio periodo, programmare lo sviluppo delle capacità delle Forze armate in modo bilanciato, coerente ed organico, evitando approcci di contingenza o frammentati».
L’obiettivo è uno strumento militare interforze “mission driven”, «strutturato sulla base della missione assegnata, pronto, resiliente, scalabile e proiettabile», in grado di «garantire con credibilità la sicurezza nazionale e contribuire a quella collettiva».
Portolano ha ricordato che il DPP «dà piena attuazione alle tre priorità politiche fissate dal signor Ministro» – operatività e impiego delle Forze armate, ammodernamento dello strumento militare, revisione della governance dei processi – e si inserisce «in continuità con l’audizione del signor Ministro della Difesa, onorevole Crosetto, dello scorso 4 dicembre».
Guerra multidominio e minaccia cognitiva: «La difesa entra nelle nostre case»
Il passaggio centrale dell’intervento è dedicato alla trasformazione del concetto di difesa. Portolano ha insistito sul multidominio, ricordando che, sebbene la NATO lo abbia introdotto quasi dieci anni fa, «l’Italia è ancora in una fase di comprensione e di adattamento».
In questa logica, la Difesa non può più limitarsi alla dimensione fisica:
«Quando parliamo di difesa nella sua accezione più ampia, dobbiamo riferirci non più esclusivamente alla protezione fisica degli spazi, delle strutture, dei cittadini, ma anche alla salvaguardia dei processi decisionali e dei meccanismi democratici sui quali si fonda la vita di un Paese».
Portolano ha aperto «una parentesi» sul tema della dimensione cognitiva, che definisce:
«l’ambiente delle operazioni informative, delle operazioni psicologiche, della disinformazione, della manipolazione informativa, quindi il campo dell’influenza strategica, a livello sociale, economico e politico».
Viviamo, ha detto, una fase in cui «i confini e i tempi dei conflitti sono sfumati»: infrastrutture critiche, reti di comunicazione, sistemi cibernetici e catene logistiche «diventano obiettivi sensibili già dal tempo di pace», mentre la competizione informativa e cognitiva «assume un valore strategico in quanto in grado di incidere direttamente sulla stabilità degli Stati e sulla tenuta delle democrazie».
Da qui un passaggio chiave:
«La cosiddetta funzione difesa non è più confinata ai teatri di operazione, come tradizionalmente avveniva, ma investe uno spazio di contesa molto più ampio, uno spazio che oggi coinvolge anche le nostre case (…) nel quale anche il cittadino deve tornare a sentirsi parte attiva nella costruzione della sicurezza».
Compito della Difesa, in questo quadro, è «contribuire ad evitare che la competizione strategica si trasformi in condizione permanente» e al tempo stesso preservare «il ruolo dell’Italia come soggetto attivo della sicurezza collettiva», con particolare attenzione al Mediterraneo allargato e all’area coperta dal Regional Plan Sud‑Est della NATO, in cui l’Italia è chiamata a dare il proprio contributo.
Quattro macrotendenze e una nuova strategia militare
Uno snodo politico‑strategico che Portolano ha voluto sottolineare è l’elaborazione, «per la prima volta», di un Documento di Strategia Militare nazionale.
«Quest’anno è stato elaborato ed approvato per la prima volta un documento di strategia militare che sistematizza gli interessi vitali e strategici dell’Italia da tutelare e tutti i relativi obiettivi da perseguire a cura delle Forze armate».
Da questo documento discende la pianificazione generale interforze, che «stabilisce gli obiettivi capacitivi della Difesa dal breve al lungo termine, fino al 204…», mentre il DPP 2025‑2027 rappresenta «la programmazione di breve e medio termine della Difesa, strettamente connessa e concettualmente innestata nei documenti di rango superiore».
La Strategia militare nazionale, ha ricordato il generale, individua quattro macrotendenze che orienteranno il prossimo decennio e che richiedono «un impegno sempre più integrato di tutte le istituzioni statuali secondo il cosiddetto approccio Whole of Government e Whole of Society».
Portolano le ha delineate così:
- Ibridazione della minaccia: possibile acuirsi di un trend in cui ai conflitti convenzionali «si affiancano in maniera sincronizzata e complementare attività asimmetriche sotto la soglia del conflitto».
- Centralità del Mediterraneo allargato: l’Italia, per posizione geografica, è «chiamata a svolgere un ruolo di primo piano», con una presenza militare credibile e integrata con «gli altri strumenti del potere nazionale», condizione essenziale «per essere efficaci nell’ambito del multidominio».
- Innovazione tecnologica: non settore a sé stante, ma «driver trasversale della trasformazione del sistema Difesa», che deve coinvolgere università, ricerca e industria «per mantenere l’autonomia tecnologica nazionale e, in definitiva, il vantaggio competitivo sui potenziali avversari».
- Ruolo crescente dell’Unione europea nell’architettura di sicurezza: con il rafforzamento del pilastro europeo dell’Alleanza.
Da queste direttrici, ha aggiunto, emerge un futuro in cui la Difesa italiana dovrà essere «sempre più interforze, integrata e digitalizzata, capace di contribuire alla resilienza del Paese e di proteggerne gli interessi vitali e strategici nello spazio, nel cyberspazio, sul territorio, sul mare, nei cieli», con lo stesso livello di efficacia che ha contraddistinto storicamente le Forze armate.
Su un equivoco frequente ha voluto essere netto:
«Il multidominio non sostituirà l’interforze, come talvolta sento dire. Anzi, l’interforze costituisce l’ossatura senza la quale non saremmo in grado di sviluppare tutte le azioni che producono gli effetti necessari ad assicurare l’efficacia delle operazioni multidominio».
Dove vanno i soldi: spazio, terra, mare, cielo
Passando al cuore del DPP, Portolano ha illustrato i dieci settori capacitivi in cui è articolata la programmazione, collegati al rifinanziamento del Fondo investimenti Difesa, autorizzato dalla legge di bilancio 2025‑2027: 1,5 miliardi l’anno per 15 anni, per un totale di 22,5 miliardi di euro.
Ha chiarito che «non si tratta di un mero elenco di programmi», ma di «una ricognizione ordinata» degli elementi di un processo di adattamento e trasformazione guidato da esigenze operative reali, in coerenza con tre principi fissati dall’inizio del suo mandato: «interoperabilità, interconnettività e intercambiabilità» di capacità, sistemi, materiali ed equipaggiamenti.
Spazio: SIGRAL, sorveglianza e piano spaziale della Difesa
Sul dominio spaziale, il DPP destina 426 milioni di euro di risorse integrative.
«Si tratta di un asse di investimento che riguarda un dominio sempre più centrale per garantire superiorità informativa e resilienza delle comunicazioni».
I pilastri sono:
- il programma SIGRAL, che «assicura continuità nelle comunicazioni satellitari»;
- il potenziamento della sorveglianza dallo spazio, per migliorare «la capacità di osservazione, tracciamento ed early warning»;
- l’avvio del Piano spaziale della Difesa, con soluzioni space‑based che «rafforzano il presidio del dominio extraatmosferico e ne fanno un abilitante essenziale per tutti gli altri domini».
Mezzi terrestri: «Recuperare anni di disinvestimento»
Per i mezzi terrestri, Portolano ha parlato di un settore che «viene da un lungo periodo di disinvestimento», che oggi impone di «recuperare parte del tempo perduto» e di riequilibrare l’asimmetria tecnologica rispetto alle altre componenti dello strumento militare.
Le risorse integrative ammontano a 3,5 miliardi di euro.
«L’obiettivo è ricostruire una capacità di manovra terrestre moderna, protetta ed interoperabile».
Cuore di questo sforzo è «la nuova famiglia dei sistemi d’arma della componente pesante», definita «la maggiore iniziativa di rinnovamento delle capacità corazzate degli ultimi decenni».
A questa si affiancano:
- i mezzi logistici;
- il veicolo blindato anfibio;
- il VTLM2, che «rafforzano mobilità, protezione e resilienza delle unità, assicurando continuità tattica in ogni condizione».
Ad integrare il quadro, ha citato «ulteriori programmi che vanno dal Rain Vehicle alla mobilità tattica terrestre, passando per il rinnovamento delle capacità di combattimento delle unità del genio», con l’obiettivo di rendere «la mobilità sul campo più agile, più sicura e più sostenibile».
Mezzi marittimi: Mediterraneo allargato e cavi sottomarini
Per i mezzi marittimi, settore cruciale nella visione di un’Italia proiettata nel Mediterraneo allargato, sono stati stanziati 2,3 miliardi di euro aggiuntivi.
«L’evoluzione dello strumento non può prescindere dai mezzi marittimi, cruciali per rafforzare la postura del Paese nel Mediterraneo allargato».
Il progetto dei cacciamine di nuova generazione è indicato come «cuore di questa linea di sforzo», essenziale «per garantire la sicurezza delle linee di comunicazione marittime e l’accesso ai porti».
Accanto ad esso, Portolano ha richiamato:
- i programmi relativi al Joint Maritime Multimission System CLARA;
- gli Offshore Patrol Vessels;
- le capacità per la protezione delle infrastrutture critiche subacquee, in un ambiente «sempre più conteso anche sotto la superficie del mare».
Le «ulteriori iniziative» includono:
«programmi per le nuove unità di superficie, le unità anfibie e sistemi subacquei, così come l’ammodernamento ed il mantenimento in efficienza di mezzi in uso nel settore delle Forze speciali e della raccolta informativa».
Mezzi aerei: F‑35, GCAP e sorveglianza marittima
Per i mezzi aerei sono previste risorse aggiuntive per 4,5 miliardi di euro.
Portolano ha posto l’accento su due assi principali:
«Il programma Joint Strike Fighter per i velivoli F‑35 Alfa e Bravo e la partecipazione al Global Combat Air Programme segnano la volontà di garantire continuità generazionale e di inserirsi pienamente nell’architettura di difesa aerea del futuro».
In parallelo, il velivolo M3A di pattugliamento multimissione «rafforza la capacità ISR di controllo degli spazi marittimi, oltre che nella condotta di operazioni sopra e sotto la superficie del mare».
Ha quindi citato il Light Utility Helicopter, che «contribuisce alla rinnovata e trasversale mobilità tattica», e il segmento capacitivo afferente ai velivoli per evacuazione e supporto sanitario, insieme a programmi come il Combat Dome, definito «la bolla tattica dell’Esercito», e gli aeromobili a pilotaggio remoto, che «consolidano il sistema integrato di sorveglianza, proiezione e protezione delle forze».
Munizioni, missili e droni: il tallone d’Achille delle operazioni prolungate
Il settore armamento e munizionamento è definito dal Capo di Stato Maggiore come «uno dei più critici e rilevanti, senza il quale tutti i sistemi d’arma perdono efficacia».
«La resilienza della filiera nazionale è un prerequisito essenziale per garantire operazioni prolungate e per assicurare una deterrenza credibile».
Per questo comparto, nell’ambito del rifinanziamento del fondo investimenti, sono stati allocati 3,5 miliardi di euro, con iniziative a forte contenuto tecnologico e industriale.
Portolano ha parlato di:
- potenziamento delle scorte;
- produzione autonoma di munizionamenti guidati;
- ammodernamento di sistemi missilistici e armi subacquee;
- riduzione delle dipendenze dall’estero e rafforzamento delle capacità industriali strategiche.
Tra i programmi più rilevanti ha segnalato:
«l’armamento da lancio e caduta, le munizioni guidate, l’obice semovente ruotato, il munizionamento terrestre, oltre alla famiglia di sistemi di difesa aerea Samp/T, fondamentali per restituire alle Forze armate capacità di ingaggio credibili in scenari convenzionali».
A questi si aggiungono «il sistema di difesa aerea a cortissimo raggio per i teatri operativi, l’HIMARS e i sistemi Deep Strike antinave», che introducono «una dimensione di proiezione a lungo raggio coerente con gli standard NATO», nonché le linee di sviluppo per il contrasto ai droni e per l’ammodernamento dei sistemi MLRS e PzH 2000.
Comando, controllo e dati: dal network‑centric al data‑centric
Portolano ha definito il macrosettore comando e controllo, digitalizzazione e infrastruttura come «la vera piattaforma abilitante della trasformazione dello strumento».
Si tratta, ha spiegato, della dimensione virtuale:
«Quella dell’utilizzo dello spettro elettromagnetico e del dominio cibernetico, nel quale la valorizzazione del dato (…) si aggiunge alla connettività avanzata, alla sicurezza, alla resilienza delle infrastrutture cyber».
La Difesa ha avviato la transizione «dal paradigma network‑centric a quello data‑centric», con l’obiettivo di garantire «superiorità informativa, interoperabilità e interconnettività nell’ambito del multidominio».
Su questo asse sono stati destinati 1,14 miliardi di euro aggiuntivi, per:
«esprimere uno sforzo organico che combina la piena transizione alla tecnologia cloud, l’impiego di strumenti di data analytics allo stato dell’arte, l’evoluzione di reti e sistemi tattici».
Tra i programmi richiamati:
«quelli che afferiscono la digitalizzazione e capacità cyber, l’adeguamento della infrastruttura nazionale e il potenziamento della connettività multidominio, funzionale all’integrazione di sensori, piattaforme e centri decisionali in tempo reale».
L’intera Difesa, ha sintetizzato, «si muove verso un modello integralmente digitalizzato, resiliente, interoperabile, in cui l’intelligenza artificiale sarà valorizzata in accordo al suo riconosciuto potenziale strategico».
Ricerca, caserme e sostegno: le fondamenta spesso invisibili
Sul fronte ricerca e sviluppo, Portolano ha parlato di «linfa vitale del rinnovamento tecnologico», basata sulla cooperazione fra Direzione nazionale armamenti, centri tecnici, università, industrie e partner europei e NATO.
Il Piano Nazionale di Ricerca Militare, i programmi R&S e le iniziative europee alimentano l’innovazione in settori come intelligenza artificiale, materiali avanzati, sistemi autonomi, energia e sensoristica, con un impegno aggiuntivo di 304 milioni di euro.
Il settore patrimonio infrastrutturale, con un incremento di 1,32 miliardi di euro, è al centro di un «profondo ripensamento in chiave di sostenibilità, efficienza energetica e piena funzionalità operativa». Portolano ha citato programmi come:
«Caserme Verdi per l’Esercito, Basi Blu per la Marina, Aeroporti Azzurri per l’Aeronautica, unitamente alla modernizzazione degli alloggi e agli interventi di adeguamento sismico».
Si tratta, ha spiegato, di un «impegno strutturale mirato a garantire basi moderne, sicure e digitalizzate, capaci di porre il personale nelle migliori condizioni operative e di sicurezza». Le infrastrutture, ha ribadito, «costituiscono una componente essenziale per l’espressione di qualsiasi capacità dello strumento militare».
Su questo punto ha lanciato un allarme procedurale:
«La realizzazione delle nuove infrastrutture della Difesa deve avvenire con tempi compatibili con l’evoluzione del contesto operativo, con l’entrata in servizio delle nuove piattaforme e sistemi d’arma (…) ma anche con la disponibilità di ulteriore personale».
Sono quindi in corso «approfondimenti volti a disporre di procedure più lineari, coerenti e tempestive».
Il capitolo più consistente del rifinanziamento, tuttavia, è quello dedicato al sostegno e mantenimento, pari a 5,4 miliardi di euro, definito «l’architrave della sostenibilità dello strumento». Portolano vi ha incluso:
«il mantenimento in condizioni operative delle linee navali e subacquee, delle linee aeree di supporto, delle linee legacy, dei satelliti di Difesa e al sostegno di linee varie, così come ad attività post‑2032 legate all’F‑35 o alle scorte strategiche di carburante».
Cooperazione militare e industria nazionale: tra Mediterraneo e Baiano di Spoleto
In chiusura del quadro programmatico, il generale ha richiamato il settore dedicato a cooperazione internazionale e potenziamento della capacità produttiva nazionale, «costituito da due direttrici distinte ma complementari».
Da un lato, la cooperazione resta «un elemento essenziale di politica estera e di sicurezza»: attraverso iniziative di formazione, addestramento, supporto e capacity building a favore di Paesi partner, in particolare nel Mediterraneo allargato, nel Sahel e nel Corno d’Africa, l’Italia «contribuisce a rafforzare la stabilità regionale e consolida la propria credibilità quale attore affidabile e presente».
Dall’altro lato, c’è la necessità di rafforzare la base industriale della Difesa, aumentando la capacità produttiva nazionale, «ricostituendo linee di produzione essenziali come quelle relative alla cellulosa e alla nitroglicerina» e modernizzando gli stabilimenti dell’Agenzia Industrie Difesa con interventi «nei poli di Baiano di Spoleto, Capua, Fontana Liri».
«È uno sforzo diretto a garantire autonomia strategica, resilienza logistica e continuità delle forniture, condizioni indispensabili per sostenere operazioni prolungate e ridurre la dipendenza da filiere estere in settori sensibili».
Insieme, queste due direttrici «assicurano al Paese sia la capacità di proiettare sicurezza, sia la solidità industriale necessaria a sostenere nel tempo la credibilità dello strumento militare».
Il bilancio: 31,3 miliardi e un grande squilibrio interno
Portolano ha definito il bilancio della Difesa come «l’abilitante di ogni pianificazione e misura concreta dell’attenzione che il Paese riserva alla propria difesa e sicurezza».
«Il bilancio non è solo un prospetto contabile, ma il riflesso di scelte strategiche di lungo periodo che consente di mantenere le Forze armate pronte, credibili e capaci di operare in modo integrato con gli alleati».
Per il 2025, il bilancio complessivo della Difesa ammonta a 31,3 miliardi di euro, con una proiezione sostanzialmente stabile nel biennio successivo.
Si tratta, ha osservato, di una dotazione che «conferma la traiettoria di crescita intrapresa negli ultimi anni», ma che «va letta con attenzione»:
«La crescita nominale è infatti concentrata prevalentemente nel settore investimento, mentre il settore esercizio, quello che alimenta la prontezza, l’addestramento e la capacità operativa, resta ancora strutturalmente ipofinanziato».
La legge di bilancio 2025‑2027 stanzia complessivamente poco più di 35 miliardi di euro in 15 anni per il settore investimenti: 22 miliardi sul Fondo investimenti Difesa e 12,5 miliardi sul bilancio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT).
Questi finanziamenti, secondo il generale,
«consentono di sostenere la modernizzazione delle capacità operative, di proseguire i principali programmi strategici, di mantenere competitiva la base industriale della Difesa, in particolare nei settori di alta tecnologia come l’aerospazio, il cyber, la cantieristica e i sistemi terrestri».
Diverso il quadro relativo al settore esercizio: per il 2025, le risorse stanziate ammontano a circa 2,3 miliardi di euro per la sola funzione difesa, «pur in lieve incremento rispetto all’anno precedente» (2,2 miliardi).
«Tale volume non soddisfa i reali fabbisogni di funzionamento e di addestramento, peraltro destinati a crescere nel prossimo futuro».
Portolano ha ricordato che l’esercizio è «il settore che consente di muovere i mezzi sul terreno, di navigare, di volare, di addestrare personale ed equipaggi, ma anche di sostenere la manutenzione, di mantenere in efficienza tutti i sistemi, di ripianare le scorte e di garantire il pronto impiego delle forze».
Qui la metafora più brutale:
«È come se uno acquistasse ogni anno un nuovo bene all’avanguardia, ma poi non avesse le risorse per farlo funzionare e mantenerlo in efficienza».
Ha avvertito che, «qualora si mantengano gli attuali trend di crescita nel settore degli investimenti e di invariabilità in quello dell’esercizio», la situazione «è destinata a peggiorare», perché «aumenteranno i sistemi, i materiali e gli equipaggiamenti che dovranno però essere supportati e mantenuti in efficienza» senza corrispondente crescita delle risorse di esercizio.
Accanto al bilancio ordinario, il DPP presenta la visione del cosiddetto bilancio integrato della Difesa, che include:
«risorse non allocate direttamente, ma che concorrono a sostenere le esigenze della Difesa. Mi riferisco in particolare ai fondi MIMIT, a supporto dei programmi di investimento, alle risorse del MEF per le missioni internazionali e agli stanziamenti del PNRR rivolti alla transizione digitale e al cyberspazio».
Personale e modello a 160.000: «Leva strategica», ma non basta più
Il settore personale continua a rappresentare «la componente più rilevante» del bilancio, in quanto «garantisce la sostenibilità del modello di difesa e la disponibilità delle professionalità necessarie all’impiego dello strumento militare».
Il DPP evidenzia che la previsione per il 2025 «1.3 3 miliardi di euro» si mantiene «in linea con gli anni precedenti» e «è direttamente correlata agli organici previsti dai modelli ordinativi delle singole Forze armate, articolati nel quadro del modello a 160.000 unità».
Lo stanziamento comprende il trattamento economico fondamentale ed accessorio del personale militare e civile, gli oneri connessi con la progressione di carriera, le misure di impiego e il trattamento in ausiliaria.
Portolano ha richiamato «le dinamiche demografiche e dei fabbisogni futuri», che richiedono:
«un costante equilibrio tra ingressi ed uscite, nonché un adeguato ricambio generazionale per preservare la capacità operativa delle linee e delle specializzazioni più critiche, anche attraverso l’istituzione di un contingente di forze di riserva in grado di assolvere a tutte le missioni assegnate».
La digitalizzazione, il dominio cyber, l’evoluzione dei sistemi ad alta tecnologia e la progressiva introduzione di nuove capacità aeree e terrestri, ha detto, «richiedono un incremento degli organici di personale ad esso destinato e l’introduzione di profili professionali nuovi, di competenze tecniche più elevate e di un impegno crescente nella formazione e nell’aggiornamento continuo».
«Il settore personale, dunque, rimane una leva strategica e un prerequisito essenziale per garantire l’effettiva capacità di esprimere le potenzialità operative dei programmi di investimento».
Da qui uno studio, già avviato, che «a breve restituirà una proposta di revisione delle dotazioni organiche delle Forze armate, prevedendo anche l’introduzione di nuove forme di riserva».
La sfida politica: escape clause europea, spesa corrente e missioni ONU
Nel dibattito con i parlamentari, è emersa con forza la tensione fra vincoli europei, esigenze di esercizio e ruolo internazionale dell’Italia.
Il senatore Alfieri ha richiamato la scelta del Governo di non attivare subito la escape clause delle nuove regole di bilancio europee per evitare la procedura di infrazione, chiedendo:
- con l’eventuale utilizzo futuro della clausola, e con uno spazio di 0,15–0,20 di PIL «quindi a regime circa 12 miliardi», «quanta parte» di quelle risorse potrebbe essere destinata alla spesa corrente della Difesa, in particolare all’esercizio;
- se il generale condivida il rischio che, come per le «risonanze magnetiche molto avanzate che poi non funzionano per carenza di manutenzione e tecnici», anche i nuovi sistemi d’arma non possano essere utilizzati a pieno per scarsità di fondi di utilizzo e manutenzione.
Portolano ha confermato la sostanza del problema, ribadendo il quadro di asimmetria strutturale fra investimenti in crescita e esercizio sottodimensionato, ma non ha quantificato la quota di eventuale escape clause che a suo avviso dovrebbe essere destinata alla Difesa.
Sempre Alfieri ha sollevato l’impatto dell’annuncio degli Stati Uniti di voler definanziare il proprio impegno nel peacekeeping ONU, ricordando che Washington sostiene il 23% delle operazioni di peacekeeping. Ha chiesto se vi sia preoccupazione, in particolare per UNIFIL in Libano.
Portolano ha risposto che, «almeno al momento», la missione ha già subito un taglio:
«Questo taglio piano piano va ad impattare su quella che è l’operatività della missione».
Ha ricordato che nel 2026 il mandato teoricamente cessa, e ha avvertito:
«Dal mio punto di vista verrà a mancare un elemento di stabilizzazione a sud del Libano molto forte».
Ha posto interrogativi sulla capacità del governo libanese di proseguire «il disarmo e la smineralizzazione della parte miliziana di Hezbollah» e più in generale di garantire sicurezza «in tutto il Paese dei cedri» in assenza del dispositivo ONU.
Con il ministro Crosetto, ha spiegato, «stiamo già pensando a come garantire la nostra presenza in UNIFIL, di recente sono stato in Giordania» per discutere di possibili forme di cooperazione alternative. L’ipotesi, ha detto, è una futura presenza italiana non più sotto l’egida ONU, ma:
«con un mandato chiaro in accordo al Libano congiuntamente ad altri Paesi. Potrebbe essere la Germania, potrebbe essere la Spagna, potrebbe essere la Francia e perché no, potrebbe essere, dal mio punto di vista, anche la Giordania, che garantisce anche delle basi di addestramento per le Forze armate libanesi».
DOM nazionale e scudo europeo: il nodo antiaereo
Sulla difesa aerea e antimissile, l’interlocuzione si è concentrata sul rapporto fra un eventuale DOM nazionale e le iniziative congiunte europee.
Alfieri ha ricordato che si sta discutendo di un DOM nazionale, mentre a livello UE strumenti come l’EDF (Fondo europeo per la Difesa) sono considerati abilitanti strategici per «costruire uno scudo a livello europeo». Ha chiesto:
«Perché investire risorse su un DOM nazionale quando è un’esigenza diffusa, molto sentita da tutti i Paesi in termini di difesa aerea e difesa antidrone?».
Portolano ha chiarito che l’Italia già partecipa al sistema integrato di Ballistic Missile Defense della NATO, parte integrante della missione permanente di difesa aerea e missilistica dell’Alleanza. Ma ha aggiunto:
«La Difesa si è posta l’obiettivo di dotarsi di un sistema capace di proteggere infrastrutture critiche e aree sensibili da minacce multidominio».
Il sistema nazionale non sarebbe un duplicato isolato, ma «un sistema che va ad integrarsi nel più ampio sistema di ballistic missile defense», non un elemento stand‑alone:
«Parliamo di radar multifunzionali ad alta precisione, di reti di sistemi di comando e controllo che integrano dati provenienti da asset terrestri, navali, aerei e spaziali, inclusi asset legacy».
Ha spiegato che l’obiettivo è «garantire la copertura totale del territorio nazionale», mentre nell’Integrated Air and Missile Defense attuale «le aree coperte del territorio nazionale sono limitate alle strutture e infrastrutture critiche dell’Alleanza».
Portolano ha anche ricordato che il ministro Crosetto «più volte ha aperto a numerosi Paesi europei NATO che vogliano partecipare a questo progetto», e ha fatto esplicito riferimento ad una soluzione industriale in discussione:
«Probabilmente il ministro ha fatto riferimento al DOM Michelangelo, che rispecchia e riflette queste esigenze operative».
Ha aggiunto di essersi incontrato più volte con l’amministratore delegato di Leonardo «per definire in maniera chiara le esigenze operative che questa cupola di protezione dovrà avere».
Carri armati contro cyber? «Il successo non si fa solo da tastiera»
Una delle domande più pungenti è arrivata dall’onorevole Lomuti, che ha richiamato l’audizione di Crosetto e la rapida obsolescenza di molti armamenti a causa della tecnologia quantistica:
«Non è meglio spendere qualcosa in meno in carri armati per investirli invece nella formazione cyber o nella sicurezza cyber?».
Portolano ha riconosciuto che «l’innovazione tecnologica, anche nel campo della difesa, sta procedendo a ritmi incredibilmente veloci», spiegando che i programmi in avvio prevedono piattaforme:
«progettate con modularità, con la capacità di continuo aggiornamento di tutti gli elementi che costituiscono la piattaforma, tenuto conto dell’architettura aperta».
Un carro armato progettato oggi, ha insistito, «non è il carro del passato», ma un sistema complesso, aggiornabile continuamente. Ma ha soprattutto respinto l’idea di un trade‑off secco fra dominio fisico e dominio cibernetico:
«Onestamente come militare, come tutti i militari, non decidiamo la guerra, non amiamo la guerra, non vogliamo fare la guerra, anche perché siamo le prime vittime della guerra. Non le nascondo che mi piacerebbe poter intervenire per la difesa degli interessi nazionali senza l’impiego di forza sul campo, magari con un applicativo installato sul mio computer in ufficio».
La realtà, però, è diversa:
«Io posso avere nel dominio cyber il top della tecnologia, ma se mi mancano gli effetti da produrre nel campo fisico, quindi quelli generati da carri armati, artiglierie, fanteria, genio, o mi viene a mancare quello nel dominio marittimo, il successo sarà un successo molto parziale che ci potrebbe comportare a un mancato successo».
Ha spiegato che il conflitto sotto soglia può facilmente scivolare sopra soglia:
«Il conflitto sotto soglia, se non è gestito adeguatamente o se non c’è la volontà dell’avversario di mantenerlo sotto soglia, diventa sopra soglia. E quel sopra soglia va combattuto anche con mezzi che oggi chiamiamo legacy, ma non sono mezzi legacy».
L’esempio concreto è la guerra in Ucraina:
«Oggi in Ucraina si combatte sì con i droni, ma i soldati muoiono in trincea. Si combatte con i carri armati, si combatte con le artiglierie, si combatte con gli aerei. Il drone è l’elemento innovativo che deve complementare gli altri assetti».
Sul ruolo dei sistemi avanzati, ha citato l’F‑35:
«L’F‑35 è un mezzo che ha capacità potenzialmente multidominio, ma se non esiste un F‑35‑like nel campo terrestre, nel campo marittimo, nello spazio o nella parte cyber, la capacità di interconnessione di un sistema unico nel multidominio non avverrà mai».
Cavo Dragone e “guerra preventiva”: «Stratcom contro la guerra ibrida russa»
Lomuti ha chiesto al generale come interpretasse le parole dell’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare NATO, quando evoca una “guerra preventiva” nei confronti di Mosca.
Portolano ha risposto richiamando innanzitutto il ruolo dell’ammiraglio:
«L’ammiraglio Cavo Dragone è il primo consigliere del Segretario generale della NATO. Quindi quanto detto riflette in un certo senso quello che tutti noi pensiamo».
Ha inquadrato le sue parole nel campo della comunicazione strategica:
«È una sorta di comunicazione strategica. Noi parliamo tanto di guerra ibrida, ma nella guerra ibrida, che investe il dominio fisico, l’ambiente virtuale e quello cognitivo, c’è anche la dimensione della narrazione».
Portolano ha ricordato che la Russia conduce una intensa attività ibrida, non solo nel cyber, ma anche nella disinformazione, sottolineando:
«Io ritengo che le dichiarazioni dell’ammiraglio Cavo Dragone rientrino in una forma di risposta all’accesa attività ibrida cognitiva fatta dalla Russia nei nostri confronti».
Ha richiamato la propria esperienza con attori come Hezbollah in Libano o al‑Shabaab in Somalia:
«Tante volte dico ai miei collaboratori che, se dovessimo imparare come svolgere attività di comunicazione strategica, probabilmente dovremmo imparare da loro. Piano piano lo stiamo imparando».
Cyber‑arma, riserva e oltre 160.000: «Prima il disegno, poi i numeri»
Il tema del personale è tornato con forza anche nelle domande del senatore Alfieri, che ha chiesto se, a fronte delle nuove minacce ibride e cyber, sia sufficiente l’attuale riserva selezionata o se sia necessario pensare addirittura a «un’altra arma dedicata alle minacce ibride». Ha chiesto inoltre «di quanto abbiamo bisogno oltre quei 160.000» per affrontare le nuove sfide.
Il senatore Barcaiolo, a sua volta, ha chiesto quale possa essere «l’asticella di soddisfazione» per il numero di militari, oltre il periodo considerato dal DPP, richiamando anche il dibattito mediatico sulla “leva volontaria”.
Portolano ha scelto di non sbilanciarsi sui numeri:
«Condivido tutto quello che ha detto il ministro, ma tecnicamente non vorrei sbilanciarmi su quelli che sono i numeri (…) Questo dipenderà da uno studio che c’è stato commissionato dal ministro Crosetto per definire, nell’ambito del nuovo scenario, quale strumento di difesa l’Italia dovrebbe avere».
Ha spiegato che, all’interno dei capability targets NATO, esistono capacità del tutto nuove che prima non erano richieste, e che vanno sommate alle capacità puramente nazionali:
«Una volta definito lo strumento organizzativo, solo allora potremo definire in maniera chiara il livello quantitativo del personale che dovremmo avere, che eccede il modello a 160.000, ma allo stesso tempo il livello qualitativo, che richiede competenze, qualifiche ed expertise che oggi non esistono nelle Forze armate».
Sulla riserva, ha usato un argomento operativo:
«Operativamente nessuna unità si schiera sul territorio senza avere un’unità di riserva che è in grado di garantire la sostenibilità, la rigenerazione e la riabilitazione delle forze».
In tempo di pace, questa riserva diventa «assolutamente essenziale» non solo per le esigenze militari ma anche per le emergenze civili:
«Una centrale elettrica che non è più in grado di funzionare: potremmo avere esperti nell’ambito della riserva che contribuiscano a ripristinare in brevissimo tempo queste capacità nel campo cyber, della guerra elettronica, ma anche nel mantenimento di infrastrutture e asset particolarmente pregiati».
Alla domanda di Barcaiolo sulla possibilità di includere forze di polizia non militari nelle nuove riserve, Portolano ha richiamato la necessità di competenze specifiche e di un disegno organico, evitando però di pronunciarsi direttamente sulla soluzione proposta.
Target NATO e segretezza: «Nessun programma occulto nel DPP»
Il senatore Licheri ha puntato il dito sulla mancata conoscenza, da parte del Parlamento, dei target capacitivi concordati con la NATO, ricordando che la stessa domanda, rivolta al ministro Crosetto, non aveva avuto risposta per ragioni di segretezza:
«Se noi non sappiamo quali sono i target capacitivi, ci viene difficile fare valutazioni sulla congruità o sulla sostenibilità del bilancio».
Portolano ha ribadito che i capability targets indicano, in modo integrato, forze, equipaggiamenti e strutture necessarie a rendere attuabili i piani operativi dell’Alleanza, e che i loro dettagli:
«sono pubblici per motivi opposti: per motivi di sicurezza imposti dall’Alleanza, sono strettamente connessi con i piani operativi, che hanno una classifica di segretezza».
Ha però tenuto a sgombrare il campo da sospetti su programmi “nascosti”:
«Non esistono programmi della Difesa che non siano ampiamente illustrati nel DPP e questo nel pieno rispetto della dovuta trasparenza istituzionale».
Sui contenuti generali dei capability targets che riguardano l’Italia ha potuto dire soltanto che essi toccano:
«la prontezza delle forze, il rafforzamento delle capacità terrestri, navali, aeree e la difesa cibernetica».
GCAP, finanziamenti UE e droni gregari: il nodo industriale
Licheri ha posto altre due questioni di peso: il finanziamento europeo del GCAP (Global Combat Air Programme) e il futuro dei droni gregari collegati al caccia di sesta generazione.
Sul GCAP, ha ricordato che si tratta probabilmente dell’investimento più grande della storia recente in sistemi di difesa, citando cifre superiori ai 10 miliardi, e ha chiesto se si potranno utilizzare fondi europei per questo programma, anche alla luce di notizie su una possibile defezione tedesca dal progetto per inseguire altri investimenti.
Portolano ha risposto in modo netto sul punto dei finanziamenti UE:
«Oggi come oggi non si può fare, a meno che tutti i meccanismi dell’Unione europea non creino sistemi di eleggibilità che consentano a Paesi extraeuropei di avere un ruolo nei programmi dell’Unione».
Il riferimento è alla partecipazione di soggetti non UE nel consorzio, che rende l’accesso a fondi europei problematico nelle condizioni attuali.
Sul tema dei droni gregari del GCAP, Licheri ha ricordato che l’Italia vi lavora all’interno di una joint venture turco‑italiana, la Leonardo–Baykar, chiedendo se il generale potesse escludere che si stiano prendendo in esame soluzioni americane, dopo presunte pressioni di Washington durante una conference a Roma.
Portolano ha definito la joint venture Leonardo–Baykar:
«fondamentale in termini di capacità produttive ma anche in termini di efficacia dei sistemi, perché parliamo di micro‑mini UAV, UAV tattici e sistemi con portata di interesse operativo».
Ha sottolineato che «è tutto in via di sviluppo», senza confermare né smentire nel merito possibili pressioni esterne, ma senza evocare alternative operative già definite:
Piano di difesa militare nazionale: «Il piano è un sogno, ma in pace si preparano le condizioni»
Rispondendo a Lomuti, che chiedeva a che punto fosse il Piano Nazionale di Difesa Militare, Portolano ha spiegato che si tratta del naturale sviluppo della Strategia militare recentemente approvata.
Ha parlato di un approccio di reverse engineering:
«Dal concetto di sicurezza nazionale dovrebbe discendere un piano di sicurezza nazionale, poi la strategia militare – che abbiamo già – e da questa il piano militare di difesa nazionale».
Il piano «contempla la capacità del sistema Difesa e delle Forze armate di garantire con successo l’assolvimento delle quattro missioni assegnate», integrando:
- i capability targets NATO, che restano comunque capacità nazionali messe a disposizione dell’Alleanza;
- le esigenze specificamente nazionali non coperte dai target NATO.
«Il piano è in via di elaborazione, è stata completata la parte concettuale, adesso dobbiamo completare la parte organizzativa».
Qui il generale ha usato una formula rivelatrice:
«Il piano è un sogno. Il piano è quello che io immagino voler realizzare. Non è detto che la realtà mi consenta poi di implementarlo al 100%, ma già dal tempo di pace dobbiamo pensare a creare i presupposti affinché il piano sia implementabile».
Fra questi presupposti ha indicato due elementi indispensabili:
- Un piano di scale‑up industriale, «per garantire la sostenibilità nel tempo delle operazioni, altrimenti è uno one‑shot molto limitato nel tempo».
- Un piano di difesa civile, da innestare sul piano militare: «Riguarda non solo la military mobility – che è molto mobility ma poco military – ma la definizione delle linee principali di comunicazione, dei porti, degli aspetti sanitari, degli aspetti CBRN, che in campo nazionale sono competenza anche del Ministero dell’Interno».
Portolano ha ricordato di avere interlocuzioni in corso con il Viminale nell’ambito della Commissione interministeriale per la difesa civile, proprio per allineare questi piani.
Cyber, cavi sottomarini e guerra ibrida: i nuovi fronti
Il senatore Barcaiolo ha concentrato le sue domande sulla guerra ibrida, in particolare sul dominio cyber e su quello sottomarino, da cui dipendono approvvigionamenti energetici e reti di comunicazione.
Ha chiesto se, rispetto a «un livello di tensione cui non eravamo abituati», gli investimenti del DPP consentano oggi all’Italia «una prospettiva di sicurezza molto maggiore», non tanto nell’evitare gli attacchi – cosa impossibile – quanto nel «ripristino rapido» di eventuali danni.
Portolano ha richiamato il pacchetto di misure su spazio, mezzi marittimi, infrastrutture critiche subacquee, capacità cyber e di comando e controllo data‑centric, sottolineando tuttavia che:
«Non si tratta solo di evitare gli attacchi, ma di avere resilienza, deterrenza e adeguatezza della Difesa in termini di interoperabilità, intercambiabilità e interconnettività delle capacità, dei sistemi, dei materiali e degli equipaggiamenti».
L’intero DPP, ha ricordato, è pensato «per trasformare un contesto di rischio sistemico in un quadro governato da resilienza, deterrenza ed adeguatezza della Difesa».
Conclusione politica: «Tempi che non ammettono ritardi»
Sul piano più generale, Portolano ha sintetizzato così il messaggio del DPP:
«L’evoluzione delle Forze armate è indirizzata a creare una Difesa pronta, resiliente e sostenibile, capace di combinare l’innovazione tecnologica con la valorizzazione della componente umana e organizzativa, garantendo al Paese prontezza ed efficacia nell’affrontare le sfide della sicurezza globale».
Ma ha ribadito con forza che «la prontezza operativa dello strumento militare dipende dall’equilibrio tra investimenti e funzionamento»:
«Senza un adeguato livello di risorse nel settore esercizio, le capacità che stiamo acquisendo non potranno esprimersi pienamente».
L’obiettivo, ha detto, deve essere quello di «ricercare nel tempo un bilanciamento più armonico tra i settori esercizio, investimento e personale», affinché lo strumento militare resti «efficace, sostenibile e in grado di rispondere con immediatezza e continuità a tutte le esigenze di sicurezza del Paese e degli alleati».
Portolano ha rivendicato che «quanto riportato nel DPP 2025‑2027 evidenzia che la Difesa italiana ha una visione chiara e lungimirante», come dimostra anche lo sforzo compiuto con il Documento di Strategia Militare. Sostenere questo percorso, ha ammonito, «significa non solo garantire la sicurezza nazionale, ma anche investire nella credibilità, nella stabilità e nel progresso dell’Italia».
Richiamando le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che spesso ricorda come viviamo tempi che «non ammettono ritardi», Portolano ha concluso rivolgendo un appello diretto ai parlamentari:
«Confido nel vostro supporto affinché si possa dare concreta risposta a questa affermazione del Comandante Supremo delle Forze armate».
