Polizia Penitenziaria

Turni agevolati per accudire la figlia? Alla mamma poliziotta ritirano la pistola

Il sito Quintopotere ha portato alla luce, con un’inchiesta giornalistica corredata da video e interviste esclusive, la vicenda di Angela Ladisa, assistente della Polizia Penitenziaria in servizio da otto anni presso il carcere minorile Fornelli di Bari. Una storia che intreccia diritti negati, presunte ritorsioni e provvedimenti giudicati “aberranti” dal sindacato di categoria.


La richiesta di una madre

Angela è una mamma sola, con una figlia di tre anni. La sua richiesta era chiara: ottenere turni agevolati per poter accudire la bambina. Nulla di straordinario: un diritto previsto dalle normative a tutela delle lavoratrici madri.

Eppure, invece di comprensione, la donna racconta di aver ricevuto silenzio, ostilità e trasferimenti interni mai chiariti ufficialmente. Le sue istanze non hanno trovato risposta, mentre i turni pomeridiani si moltiplicavano: 9 a giugno, addirittura 14 a luglio, rendendo impossibile una gestione familiare equilibrata.


La depressione post partum e il reintegro

Dopo la nascita della figlia, Angela aveva affrontato una depressione post partum. Un periodo duro, ma superato: una commissione medica dell’ospedale militare di Bari, infatti, già lo scorso 27 maggio l’aveva dichiarata idonea al servizio senza limitazioni. Nonostante ciò, a distanza di pochi mesi, la sua carriera ha preso una piega inattesa.


Il ritiro della pistola e la visita psichiatrica

Secondo quanto documentato da Quintopotere, i vertici del carcere hanno imposto ad Angela di consegnare la pistola d’ordinanza, ritenendola incapace di gestirla “per motivi psichici”. Contestualmente, è stata disposta una visita psichiatrica.

Un provvedimento che ha lasciato sconcertati molti colleghi e che ricorda, nelle parole di alcuni, il tragico precedente di Umberto Paolillo, agente penitenziario che anni fa si tolse la vita in circostanze simili di pressione lavorativa.


Il sindacato: “Comportamenti aberranti”

La reazione più dura è arrivata dal Sappe, il sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria. Il segretario nazionale Federico Pilagatti ha scritto una lettera indirizzata alla direzione dell’istituto, al Centro Giustizia Minorile, e alle segreterie del sindacato.

Nella missiva si leggono parole pesantissime:

  • si parla di “vessazioni e persecuzioni”,
  • di decisioni prese “senza alcuna valutazione sanitaria preventiva”,
  • di un atteggiamento che rasenta il mobbing.

Pilagatti chiede la revoca immediata del provvedimento e annuncia che il sindacato valuterà azioni legali per ottenere un risarcimento dei danni morali per Angela e per la figlia.


Clima di silenzio e paura tra i colleghi

L’inchiesta di Quintopotere racconta anche il clima che si respira fuori e dentro il carcere. I colleghi di Angela, interpellati dai giornalisti davanti al Fornelli, hanno preferito non esporsi pubblicamente. Solo qualche messaggio di solidarietà privata, ma nessuna presa di posizione ufficiale, per timore di possibili ritorsioni.


Un paradosso dentro un carcere minorile

La vicenda apre interrogativi profondi: come può un istituto penale minorile, luogo deputato alla rieducazione e al reinserimento dei giovani, gestire con tanta durezza una lavoratrice madre che chiede solo di esercitare diritti sanciti dalla legge?

La domanda è la stessa che Quintopotere pone alla direzione del carcere, al comandante e ai vertici ministeriali: quale insegnamento viene trasmesso se il messaggio implicito è che “chi non si sottomette paga con ritorsioni”?


In attesa di sviluppi

Secondo indiscrezioni raccolte, la situazione potrebbe approdare a un tavolo di discussione già nelle prossime ore. Ma intanto, il caso Ladisa resta un simbolo di una battaglia che va oltre una singola vicenda: quella per la dignità delle lavoratrici nelle forze dell’ordine e per il rispetto dei diritti fondamentali di madri e figli.

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