Esteri

Turchia-Grecia, nuovo fronte nel Mar Egeo: Ankara pronta al dialogo mentre punta ai fondi militari UE


Il nodo delle acque territoriali e l’accesso ai prestiti SAFE

La Turchia si dice pronta a discutere con la Grecia della dimensione delle rispettive acque territoriali nel Mar Egeo, tema al centro di una disputa storica e diventato ora leva politica in un nuovo confronto con l’Unione europea.

Atene, infatti, ha utilizzato la questione per bloccare la richiesta di Ankara di ottenere maggiore accesso allo strumento di prestito militare SAFE, un fondo UE da 150 miliardi di euro destinato al finanziamento dell’industria della difesa.

Oggi le regole consentono ai produttori turchi di contribuire solo fino al 35% del costo dei componenti di prodotti acquistati tramite SAFE. Per essere finanziabili, almeno il 65% dei costi deve provenire da componenti fabbricati nell’UE, in Norvegia o in Ucraina.

Secondo la delegazione permanente turca, Ankara ha presentato a giugno la richiesta formale per ampliare l’accesso delle proprie industrie della difesa al sistema di appalti coperti dai prestiti.

Tuttavia Grecia e Cipro hanno espresso un secco veto politico. Sebbene in teoria le decisioni in materia di difesa possano essere prese a maggioranza qualificata, Bruxelles tradizionalmente cerca il consenso, rendendo l’ok per la Turchia altamente improbabile.


Una disputa storica che condiziona l’Europa

Ankara ribadisce di essere “pronta e disponibile” al dialogo con Atene su tutte le questioni interconnesse dell’Egeo, inclusa l’eventuale estensione del mare territoriale, oggi fissato a sei miglia nautiche per entrambe le parti.

La Grecia richiama l’UNCLOS, secondo cui potrebbe estendere unilateralmente il suo mare territoriale fino a 12 miglia nautiche. La Turchia, che non ha ratificato la Convenzione, considera questo scenario un casus belli.

Secondo Atene, l’UE non può dipendere da un Paese terzo che minaccia uno Stato membro. Ankara replica che la Grecia avrebbe “male interpretato” la minaccia e invita Bruxelles a privilegiare “interessi reciproci” invece che “pregiudizi politici”.


Il caso İmamoğlu riaccende le tensioni interne

Nel frattempo, la politica interna turca si infiamma: la procura di Istanbul ha chiesto 2.532 anni di reclusione per Ekrem İmamoğlu, ex sindaco della megalopoli e figura di spicco dell’opposizione, accusato di corruzione e associazione criminale. Una mossa giudiziaria destinata a pesare sui rapporti tra Ankara e l’UE, che guarda con crescente attenzione allo stato di diritto nel Paese.


Lo scontro con Cipro e il veto su SAFE

Un secondo motivo di opposizione al dossier turco arriva da Cipro, che insieme alla Grecia osteggia l’accesso di Ankara allo strumento SAFE a causa della presenza militare turca nel nord dell’isola.

La delegazione turca presso l’UE afferma di non rappresentare “alcuna minaccia” per Nicosia, sostenendo che ciò che i greco-ciprioti percepiscono come tale sarebbe in realtà la garanzia di sicurezza per i turco-ciprioti di fronte ai presunti obiettivi di “ellenizzazione” dell’intera isola da parte di Nicosia.

Le negoziazioni tecniche con la Commissione non sono ancora iniziate, mentre i servizi europei stanno esaminando la richiesta di Ankara.

Il presidente cipriota Nikos Christodoulides ha già chiarito, prima del Consiglio europeo di ottobre, che la posizione di Cipro mira espressamente a tenere la Turchia fuori dal programma.


Gli altri Paesi candidati: Londra e Ottawa attendono

Finora Regno Unito e Canada sono gli stati terzi più avanti nelle richieste di ampliamento dell’accesso a SAFE. Le loro trattative non sono condizionate da dispute territoriali ma stanno rallentando per un altro motivo: la quota di ingresso da versare per ottenere un livello maggiore di accesso agli appalti finanziati dai prestiti.

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