Rogoredo, il “doppio volto” di Carmelo Cinturrino: il poliziotto che ha ucciso il pusher e le accuse di pizzo (200 euro e 5 dosi al giorno)
Dal “record” di arresti alla medaglia del 2017: il profilo dell’assistente capo
«Conosco abbastanza bene quel posto. Ho fatto circa quaranta arresti lì l’anno scorso e quest’anno quattro». Carmelo Cinturrino, 41 anni, assistente capo del commissariato Mecenate, mette i numeri a verbale nel primo interrogatorio, poche ore dopo lo sparo al Bosco di Rogoredo, davanti al pm Giovanni Tarzia.
È descritto come il più “operativo” della squadra investigativa: non il più alto in grado, ma il più esperto sul campo. Un curriculum che include anche un riconoscimento: nel 2017 gli viene conferito un premio dall’allora capo della polizia Franco Gabrielli.
“Luca” al Corvetto: un soprannome, molte voci e un’indagine che deve separare fatti e calunnie
Nel quartiere Corvetto — serbatoio di manovalanza dello spaccio che ruota attorno a Rogoredo — Cinturrino sarebbe conosciuto da molti come “Luca”. Da quando è indagato per omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri, le voci su di lui si sono moltiplicate.
Il punto, per chi indaga, è distinguere il chiacchiericcio dalla sostanza: dopo lo sparo nel “bosco” è “difficile districarsi” tra pettegolezzi e possibili riscontri, ma — secondo quanto riportato — non tutte le accuse raccolte fin qui sarebbero rimaste senza appigli investigativi.
Le accuse: “pizzo” ai tossici e “mazzette” da chi fa girare il business
Le ricostruzioni che circolano nel quartiere dipingono un quadro netto e pesante: un poliziotto capace di macinare arresti e, allo stesso tempo, un presunto taglieggiatore che “metteva in fila” i tossicodipendenti per spillare anche spiccioli, fino alle monetine: c’è chi racconta di aver consegnato perfino «nove euro in moneta».
Secondo indagini difensive degli avvocati Marco Romagnoli e Debora Piazza, legali della famiglia Mansouri, Cinturrino avrebbe anche arrotondato con “mazzette” in contanti e cocaina, incassate periodicamente da chi gestisce lo spaccio in zona. Tra questi viene citato anche “Zack”, indicato come la vittima dello sparo nei racconti riportati.
Il presunto “sistema”: protezione a pusher italiani e richieste ai nordafricani
Una delle accuse più ricorrenti è quella di una sorta di doppio binario: Cinturrino avrebbe protetto o tollerato una famiglia di spacciatori italiani attiva in un palazzo popolare del Corvetto dove la compagna (o moglie, nei racconti riportati) lavorerebbe come custode.
In quel contesto, secondo la confidenza raccolta, cocaina, eroina e crack sarebbero stati venduti “alla luce del sole” davanti alla portineria, in un via vai che — si sostiene — l’assistente capo non avrebbe potuto non notare, dato che faceva avanti e indietro da quel palazzo. Per altri che volevano “lavorare” in zona, invece, sarebbe stato necessario “allungare qualcosa” per stare tranquilli: qui si inserisce l’ipotesi del pizzo richiesto agli spacciatori nordafricani.
La pista Mansouri: “200 euro e cinque grammi di coca al giorno”
Nel racconto riportato, “Luca” avrebbe “tassato” anche Abderrahim Mansouri: 200 euro in contanti e cinque grammi di cocaina al giorno. Questa richiesta, sempre secondo quanto riferito, sarebbe andata avanti “fino a qualche tempo fa”.
Prima del 26 gennaio, Mansouri avrebbe confidato a una cerchia ristretta di aver respinto le pretese del poliziotto e, da quel momento, di aver iniziato ad avere paura.
I primi riscontri e l’informativa in Procura: la confidenza del “cliente fattosi pusher”
Gli investigatori della Squadra Mobile — che nei giorni successivi dovrebbero ascoltare alcuni dei testimoni presentati e valutarne l’attendibilità — avrebbero trovato primi riscontri su quanto emerso.
Viene citata anche un’informativa arrivata in Procura a fine gennaio, in linea con racconti raccolti nel quartiere: la fonte sarebbe un tossicodipendente che, come accade in alcune dinamiche di strada, si presta a vendere per ripagarsi la dose quotidiana. Questa persona avrebbe parlato del “lavoro sporco” di “Luca”, fornendo una confidenza ritenuta attendibile e dettagliata, con nomi, foto e numeri di telefono.
Arresti “selettivi”, pestaggi e colleghi “soggiogati”: l’onda che può travolgere la squadra
Oltre alle voci di strada su arresti selettivi e richieste di denaro, nel materiale confluito nell’inchiesta compaiono anche elementi che chiamano in causa l’ambiente di lavoro: alcuni dei quattro colleghi indagati e interrogati avrebbero parlato di arresti “forzati” e altri “evitati”, oltre che di aggressioni fisiche e pestaggi ai pusher.
I colleghi — descritti come molto giovani e con poca anzianità di servizio — avrebbero spiegato di essersi sentiti “soggiogati” dall’influenza di Cinturrino, indicato come il più anziano della squadra operativa. Una giustificazione che, sullo sfondo, apre la domanda più corrosiva: qualcuno sapeva e non è intervenuto?
“Fu una vendetta”: la versione del fratello e l’ipotesi più esplosiva
Il fratello della vittima ha sostenuto che Abderrahim Mansouri aveva paura del “poliziotto di Mecenate” che “gliela aveva giurata”, insinuando l’idea che il 26 gennaio non sia stato un incidente o un eccesso momentaneo, ma una vendetta.
Cinturrino, dal canto suo, ha riferito la propria versione: «Gli ho detto: fermo, polizia. Ha estratto l’arma, ho sparato». Sullo sfondo, un contesto già segnato dal peso della famiglia Mansouri, indicata come perno della piazza di spaccio di Rogoredo e presente con i suoi “cavallini” anche al Corvetto: un territorio dove le storie si accavallano, ma dove — questa volta — le accuse più gravi non resterebbero confinate ai sussurri.
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