Riforma della Sanità Militare, Arma dei Carabinieri al bivio: difendere o cedere la propria cardioprotezione? De Rosa: «Non disperdete un sistema che ogni giorno salva vite»
Un appello che pesa: “Non disperdiamo un patrimonio dell’Arma”
Non una semplice comunicazione, ma un intervento carico di urgenza istituzionale. All’incontro del 2 dicembre con il Comando Generale, Giuseppe De Rosa, segretario nazionale USMIA Carabinieri, presenta un documento che è al tempo stesso avvertimento e proposta strutturale: preservare e valorizzare il personale sanitario BLSD dell’Arma prima che la nascita del Corpo Unico di Sanità Militare (CUSM) rischi di indebolire uno dei settori più strategici per la sicurezza operativa dei Carabinieri.
Nel comunicato De Rosa definisce il Centro di Formazione dell’Arma «un riferimento altamente qualificato» e ricorda che il personale BLSD è composto da infermieri militari con qualifiche di Istruttore BLSD, Formatore di Istruttori BLSD e Direttore di Corso. Un patrimonio umano che, scrive, ha garantito «elevati standard formativi» e rappresenta «un asset strategico dell’Istituzione».
De Rosa lo ripete senza mezzi termini: “Non possiamo permettere che professionalità di questo livello vadano disperse o sottoutilizzate”.
La forza di 40.000 militari formati: un capitale che l’Arma non può perdere
L’impatto del Centro di Formazione non è astratto: oltre 40.000 militari addestrati alle manovre salvavita BLSD. Una formazione capillare che ha reso l’Arma uno dei corpi più cardioprotetti d’Italia, con ricadute dirette anche sui cittadini.
E la realtà lo conferma. Le cronache degli ultimi mesi mostrano quanto questa competenza interna sia fondamentale.
A Trani, un carabiniere ha salvato un uomo in tribunale colto da infarto, alternando massaggi cardiaci e defibrillatore in una manciata di secondi decisiva. A Donoratico, un maresciallo libero dal servizio è riuscito a strappare alla morte un settantenne attraverso un massaggio cardiaco tempestivo. A Torre Annunziata, tre militari hanno tenuto in vita una persona per quindici interminabili minuti, con una determinazione che ha trasformato l’attesa dell’ambulanza in un atto di pura professionalità operativa.
Questi salvataggi non sono propaganda: sono il risultato diretto di un modello interno che ha prodotto operatori capaci di intervenire prima dell’ambulanza, prima del medico, prima che sia troppo tardi.
E tutto questo accade perché qualcuno, anni prima, li ha formati bene.
Molto bene. E’ evidente che disperdere quel personale sanitario significherebbe indebolire l’intera catena che porta a questi salvataggi.
CUSM, il rischio reale: “Compromissione delle capacità formative BLSD”
De Rosa mette in guardia da ciò che considera un rischio concreto. Con l’avvio del CUSM, parte del personale sanitario dell’Arma potrebbe scegliere di non transitare nel nuovo Corpo. E questo, sottolinea, «potrebbe determinare una significativa riduzione dell’organico qualificato e delle competenze consolidate nel tempo».
Un patrimonio di istruttori, formatori e direttori di corso che, se non valorizzato, rischia di essere disperso con una sola riforma.
USMIA, invece, chiede che questi professionisti restino dentro la macchina operativa dell’Arma, perché il loro ruolo non è accessorio, ma strutturalmente legato alla sicurezza del personale e dei cittadini.
Il nuovo assetto proposto: un Centro di Formazione autonomo e blindato
La soluzione individuata da De Rosa è forte e articolata: istituire il Centro di Formazione come Reparto autonomo, dotato di un livello centrale — per coordinamento, accreditamenti, monitoraggio qualità e definizione degli standard — e di un livello territoriale operativo, destinato a Legioni – per assicurare continuità formativa territoriale – Scuole – dove l’esperienza BLSD può essere immediatamente reinvestita nella formazione dei nuovi militari – e Reparti della Linea Speciale e Mobile – dove la prontezza operativa richiede competenze sanitarie qualificate.
Una struttura, spiega, capace di «assicurare uniformità, coordinamento e continuità della formazione BLSD», preservando un modello che negli anni ha dimostrato efficienza e qualità.
L’esternalizzazione? Una strada costosa, lenta e pericolosa
Il comunicato è inequivocabile: affidare la formazione BLSD a enti esterni comporterebbe «rilevanti criticità». Non solo economiche — con una media di 80 euro a certificazione e l’esigenza annua di 6.000–7.000 abilitazioni e rinnovi — ma anche organizzative.
Tempi imprevedibili, disponibilità non sempre garantita, difficoltà logistiche e il rischio più grave di tutti: la disomogeneità degli standard formativi, un vero passo indietro rispetto alla solidità della formazione interna.
In sintesi: costi più alti, qualità più bassa, minore efficienza.
“Scelte strategiche per l’Arma”: la conclusione di De Rosa
La chiusura del comunicato è ferma e inequivocabile, e merita di essere riportata fedelmente:
«La creazione di un Reparto autonomo dedicato alla formazione BLSD, il mantenimento delle competenze degli operatori sanitari non transitanti nel CUSM e la prosecuzione della formazione all’interno dell’Arma rappresentano scelte strategiche fondamentali per tutelare la qualità, la capillarità e la sostenibilità economica del sistema formativo.»
Poi il passaggio che definisce il senso di tutta la battaglia istituzionale:
«La valorizzazione del personale sanitario, il consolidamento di un modello centrale-territoriale e la garanzia dell’autosufficienza formativa assicurano all’Arma dei Carabinieri continuità operativa, efficienza e piena aderenza ai propri obiettivi istituzionali.»
Una chiusura che non lascia margini di ambiguità: ciò che è in gioco non è solo la formazione, ma la capacità dell’Arma di restare ciò che è sempre stata — un presidio che salva vite, ogni giorno, ovunque.
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